Bisogna fare bene le cose a questo mondo

L’ultima volta che ho visto una cravatta
faceva il sangue amaro a mio padre.
Ultima fila
dove le sedie prendono a fare che gli pare
dove ormai l’eco delle preghiere ai morti
si mangia qualche sillaba e lacrima
e la luce, s’immagina di spingersi ben oltre la vetrata.

La sera prima amò le sue ascelle, a torso nudo
con lunghe saponate decise; poi i capelli
usciti indenni da molte guerre.
Tutto pronto
per salutare un’anima che aveva lavorato
almeno per tre quarti di vita.
I figli.
Il cane. La moglie ancora in buona salute.

Poi fu casa
la cena senza dire una cosa, la cravatta
soltanto di un millimetro lenta, in suo rispetto.
Bisogna fare bene le cose a questo mondo.

Massimo Botturi

Ricordi d’ufficio

Architetto del comfort
dimoro in scatoloni pieni di parole
in forma intelligente da design
in ascensore
sono home e sono office
arredo i danni da spessori nevrastenici
illumino gli angoli riposti nello sporco
painting su disegni scancellati…ops, cancellati dalle directory mnemoniche
mani di fate che colorano le frasi scritte sulla luna alla parete
cammino sulla moquette e furbo m’attutisco il mio dolore
isolo il rumore dal sonoro e col fumo writer nel futuro
scolpisco muri che non dividono le sedie dalla luce
poi alla fine io architetto delle magie fatte nell’aria senza finestra
coi lasciti passati non pagati per inscatolare al sole spento della stanza
progetti conti fatti bilanci computerizzati amori strapazzati
in sede arriverò in mini short.

Enrico Tartagni

Astrolabi da camera

Ho visto il sale scendere sui polsi
e come mai che piove il mare?
Sabbia da impianto scenico
come nel vetro sciolto
hanno perso i capelli anche le onde.

Un turbinare avvince
le gambe delle sedie sottovento
già le vele di troppo
scontano pleniluni sulle case

senti l’assuefazione delle storie?
è il tavolo da pranzo
un’isola irrisolta se non calcoli
almeno approssimate
latitudini.

Ora lo vedo piovere su chiglie
il pianto dell’oceano
ma so che infiora l’aria di vermiglio
il sole

un colpo di timone alla spalliera
e prendo il largo.

Cristina Bove

Nel salone del tempo

il lampadario a gocce
di quarzo rosa
ha bracci dipendenti
in alta tensione

tavolo e sedie hanno scosse
tremano le mani in corsa
ed è bagliore quando fra le pareti c’insegue la folgore
le nostre strade amore
ricadono sul divano
s’incrociano incarnate
con nuove nudità di pace
( piedi gracili senza radici )
appoggiati al tappeto volante.

Aurelia Tieghi

Published in: on dicembre 30, 2009 at 07:07  Comments (7)  
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