La carezza del mio giorno che muore

Quasi un segno del chiedermi perdono
d’avermi dato accumulo d’affanni,
la carezza del mio giorno che muore
mi consegna nelle mani del tramonto.

Sembra dirmi, mentre sfiora questa cute,
che la sera finalmente sta arrivando
tutta lesta a concedere alla notte
privilegio di vedermi tutto nudo.

La carezza del mio giorno che muore
lascia il passo a sua maestà il silenzio,
a quell’ora in cui mi libero del vento
e la seta della luna io indosso.

Aurelio Zucchi

Published in: on ottobre 2, 2011 at 17:00  Comments (4)  
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Il valzer del dolore si balla da soli

non basterebbero i petali di mille rose rosse
per raccontare il dolore
pesante e leggero negli occhi
di chi pure ti guarda con stupore
e non
capisce ma fa segno di assenso
al tuo continuo cambiare discorso
su chi
è andato ma resta macigno solo tuo
sul petto smagrito
ed è come dare le
tue lacrime perle
a porci umani
che allungano le mani fin dove è
possibile
perchè non basta l’amore per dimenticare
non basta il tentato
odio
per dissipare questi sospiri compiaciuti
convinti di aver capito
tutto
quando tu vorresti soltanto un piccolo sisma
solo tuo che ti
inghiotta finalmente la terra
il resto ‘affanculo

Non basterebbe
sorriso compiacente
di chi
suggerisce e consiglia e
guarda altro
nè occhi spremuti
d’asssenzio
o bocche lacere di
dolore
non ci sono
ragioni nè
testa
non vale quel lucido
pensare
logico di matematici assertivi
non serve inno all’amour
ma macerare
in santa pace
il male
al petto
di visceri
squassati
che vogliono
requie
e non la trovano.
Forse basterebbe
un intonaco lilla
su corpo e anima
per pulire un attimo
colpi di frusta.

L’amore c’è ma
non basta
ci vuole
mondo
dentro
e non languore.

Dammi
amica d’ogni vento
un poco di succo di
viola ciocca
amaro ma
di vita.

Tinti Baldini e Maria Attanasio

La fotografia

Uhe, no guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io, io son quello col vino
lui, lui è quello senza motorino
così adesso che è finito tutto e sono andati via
e la pioggia scherza con la saracinesca della lavanderia
no io aspetto solo che magari l’acqua non se lo lavi via
quel segno del gesso di quel corpo che han portato via
e tu maresciallo che hai continuato a dire andate tutti via
andate via che non c’è più niente da vedere niente da capire
credo che ti sbagli perché un morto di soli tredici anni
è proprio da vedere perché la gente sai magari fa anche finta
però le cose è meglio fargliele sapere.
Guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io son quello col vino
lui è quello senza motorino
era il solo a non voler capire d’esser stato sfortunato
nascere in un paese dove i fiori han paura e il sole è avvelenato
e sapeva quanto poco fosse un gioco… la sua faccia nel mirino
la… ohi… la… da… daradan… daradan… daradan…
è finita la pioggia tutto il gesso se l’è portato via
lo so che ti dispiace maresciallo, ma appoggiato alla lavanderia
era il mio di figlio, e forse è tutta colpa mia perché
perché come in certi malgoverni se in famiglia il padre ruba
anche il figlio a un certo punto vola via
e così lui non era lì per caso no. Anche lui sparava e via
ma forse il gioco era già stanco e non si è accorto neanche che moriva
guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io son quello col vino
lui è quello senza motorino
guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io son quello col vino
lui è quello senza motorino
la fotografia la fotografia la fotografia
tutto il resto è facce false della pubbliciteria
tutto il resto è brutta musica fatta solamente con la batteria
tutto il resto è sporca guerra stile stile mafieria
la fotografia tu che sei famoso, firma firma per piacere la fotografia.

ENZO JANNACCI

Silenziosa solitudine

 
Volo in silenziosa solitudine
verso l’ombra della sera
mentre sogno con speranza
in un turbinìo d’echi.
Filtrate dalle nuvole le stelle
piangono malinconia;
chi sono io che avanzo nelle tenebre,
nel fremito notturno della vita?
Leggera ed immensa
la natura assonnata ammicca,
non ha paura della notte
e segue i miei  passi.
Ma come ragno che tesse la tela,
l’immagine della felicità
diventa trappola mortale
lasciando un forte segno di frustrazione.
Ora il pensiero corre senza sosta
verso le prime luci dell’alba,
le uniche capaci di spezzare
l’arcano incubo che abita la mia notte.
 

Patrizia Mezzogori

I vecchi

I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi
i vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire
i vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza
i vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo dai grappini di un’osteria
i vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figlie questi figli che non
chiamano mai
i vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori e smorfie e versi un po’ da
matti
i vecchi che non sono mai cresciuti
i vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica
i vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza e brontolando se
ne vanno via
i vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori
bestemmie e fanno pace con Dio
i vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance da spose arrossate di mal di cuore e di
nostalgia
i vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da
buttare via
ma i vecchi, i vecchi, se avessi un’auto da
caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio
tutti quanti
sedia sediola… oggi si vola… e attenti a non sudare

CLAUDIO BAGLIONI

Lo scialle

Vorrei lo scialle delle tue braccia
alla sera
quando l’umidità mi penetra.
Vorrei il velo delle tue carezze
per proteggermi da insetti.
Vorrei il segno delle tue labbra
per render rosate le mie guance.
Vorrei il tuo corpo su di me
abito per coprire nudità.

E su tutta me stessa
una cascata d’amore
con lo scroscio
della tua voce.

Sandra Greggio

Published in: on giugno 21, 2011 at 07:25  Comments (12)  
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Portami al mare

Portami al mare
in questo autunno intenso.
Fa’ che dal vivo io risenta
dell’onda il suono sullo scoglio
mentre la pioggia fitta di novembre
non si discosta e anzi mi confonde.

E non lasciarmi poi da solo,
seduto ad assaggiare un sogno.
Vienimi accanto ad ascoltare
quell’emozione che mi prende
al breve, ingenuo tuffo nell’eterno.

Non ti spostare appena sembra
che l’acqua inghiottir ci voglia
E’ solo un segno d’accoglienza,
catarsi che ci viene offerta
per ripartire appena spunta il sole.

Aurelio Zucchi

Published in: on maggio 3, 2011 at 06:58  Comments (4)  
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Più e più è uguale meno, meno e più è uguale più, più e meno è uguale meno, meno e meno è uguale più


In cima
alle alture,
abbarbicato,  già vivevo
nelle altissime guglie del castello;
dove, a tradimento,  mi hanno ucciso
e sulla nuca ancor ne sento il segno.

Ora devo
ammirare,
senza paure,  il vero
potente,  incontinente
degli spazi infiniti e finiti,
reso opaco dagli esseri,  inquilini
del momento,  del granello di polvere Terra.

Attònito,
devo fermarmi:
pensare  all’attimo dell’evento,
precario,  in cui tutto tace,  e tacerà,
alla  fine  dello  spazio  e  del  tempo.
Insieme  al  nostro  turno. Eternità nel sempre

Paolo Santangelo

Il primo appuntamento

Il primo appuntamento oltre la tomba! Una porta spalancata.
Avanza veloce!… Bacia quel cespuglio strada facendo!
Si tratta di te? Sei ancora la stessa – eppure già cambiata?
Rassicura!… Fai un segno con la mano! La vista si sta indebolendo…

Non ci sono segni! Nel nulla già da molto sono svaniti!
Non c’è alcuna certezza! Nessuno in noi confida!…
Si sono azzittite le risa nell’oscurità e i pianti son finiti.
Il tempo… Nella ragnatela agli angoli si annida.

Cedi il passo alle falene e ai fiori!… Rifuggi verso l’abbaglio!…
Forse di più reale v’è questo: un pagliaio…
Perché piangi?- Per la gente assorta nell’esistenza,
È appena un tremore dei fasci lunari, la nostra sofferenza.

BOLESŁAW LEŚMIAN

Sussurri

Sussurri serafici e lievi
scivolano sulla mia pelle,
come talco sfumano al tatto,
sapendo dove esitare.
E’ tepore, è donare,
è reciprocità.
Passa una vita,
tra un battito e l’altro:
un seme rinasce,
tanto il tempo s’inchina;
sussurri raccontano
e incidono sassi,
cantando l’eterno
con un tenero segno

Flavio Zago

Published in: on dicembre 23, 2010 at 07:24  Comments (3)  
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