Macchie gialle i fiori

 
Macchie gialle i fiori, gli occhi, del tuberoso
elianto oggi,  fissi lo stelo poco mosso, il dio sol
ignorando che le noma e nutre di splendido
splendore fissano altrove: occhi lacrimosi
la meta dello sguardo intenso  questo doppio
scambievole amoroso sguardo, gialli fiori
che un tempo già lontano non dimenticato,
questo il motivo di questo  pianto il mio,
mio padre alla mamma da  rive di quei fossi
tolti, generosa  serra non avara e a man povera
gentile, in fasci  umile don d’amore le portava,
senza profumo più delle rose diceva profumati
senza valore per lei ricordo  più care d’una gemma,
amor semplice rural onesto contadino, alle rose
penso da me nel tempo ai vari amor donate alle
spine in dono nel tempo spesso invece ricevute.

Giuseppe Gianpaolo Casarini

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Poeta ladro e artista

Frutto di serra o di selvatica natura,
nasce la poesia tra le rocce dei picchi,
tra le fessure di un marciapiede.
È la mia poesia
Nasce tra le discariche a cielo aperto,
nei deserti o come muschio là dove
raggio di sole non giunge.
Nomade della poesia mi sento
Nasce e fiorisce nei gelidi inverni
del cuore di tristezza ammantati.
Nel pensiero e nel verso cerco riparo.
Splende al sole di passione rovente
come estati senza fine la poesia che
stonando, a volte io canto.
Rubo dagli occhi di un volto di donna,
faccio mio di un bambino il sorriso
oppure quel pianto che riga il suo viso.
Di un uomo rubo gli anni di vita vissuta.
Ladro impunito di emozioni, questo io sono.
E quando nulla di ciò nel mondo non trovo,
come pellicano il petto mi squarcio
per nutrir di dolore la poesia che langue.
Dipingo di versi i quadri della vita.
La tristezza e la gioia, la malinconia
e il rimpianto sono i colori che spando
sulla tela del cuore con olandese follia.
Non per ricchezza o voglia di fama,
io scrivo di questa vita a volte puttana.

Claudio Pompi

Sunàtt in filunzén


Mirànd al plâtan là zå int al zardén
fòi zâli atàc a chi râm inp(r)udént
in pónta ed pî a vâg zå dal gradén
d in dóvv a te vdé ûc’ vîrd e splendént.
A i érn int un sbiâvd e nuiåus matén
e in cla sèra ed fiûr avinzént
zac! col curtèl a tajé al filunzén
e däntr al parsòtt bèl prånt pr i mî dént!
Zétta al mî côrp t indaghéss e uduråusa
te t iluminéss e t musghéss con l’óssta
ed regalèrm un sunàtt trepidànt!
Lé in sghirigâja in manîra curiåusa
– vàddret avanzèr, pipóll intrigànt –
pûr mé a musghé e a infilé la strè gióssta!

§

SONETTO IN FILONCINO

Mirando il platano giù nel giardino,
foglie ingiallite sui rami imp(r)udenti,
in punta di piedi scendo il gradino
da cui ti avvistai verdi occhi splendenti.
S’era in un pallido e assonno mattino
e in quella serra di fiori avvincenti
zac! col coltello a quel bel filoncino,
dentro il prosciutto preposto ai miei denti!
Zitta il mio corpo indagasti e assordante
ti illuminasti e mordesti con l’estro
di regalarmi un sonetto pimpante!
Mentr’io emozionato e rosso e maldestro
– vederti avanzare, mèche intrigante –
morsi pur anche! Poi lesto in canestro!

Sandro Sermenghi

Published in: on gennaio 5, 2010 at 07:03  Comments (5)  
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