Visita d’amore

Ma a
lei chi
l’ha detto che
il cuore batte
ed è il mio
e non la pendola
finto barocco
dell’entrata
come fa a sapere
dove ho dolore
se a mala
pena
vede chi passa
e poi lo nega
perchè sorride
e finge di capire
se
le piacciono
in fondo le battute
sulla patonza
e di soppiatto
sguscia
sulle cosce
e che ne sa lei
dell’amore
se sono i soldi
a girare la vita
e del profumo
del melograno
se mangia mele
di gomma fatte
a misura
e
del dolce prurito
dopo le carezze
se le mani guantate
sanno di polvere

e che ne sa degli orti
pieni di
sangue
e della fede
che un po’ ci distrae
e dell’estate che muore già
nell’inverno
che per morire
ci vuole un attimo
dopo una vita di
battaglie
che se l’amore non ha prezzo
lo puoi trovare nelle mani
ruvide di tante madri
doloranti in notte d’attesa
come se il travaglio
si prolungasse
nell’infinito e nella colpa
di voler esserci sempre
e
che ne sa delle sere di fuoco
e dei piatti sbrecciati
così difficili da
buttare
e dei caffè delle sigarette
delle notti insonni e senza stelle
che ne sa chi è il migliore
tra l’uomo che torna e quello che decide di
andare
perchè per stare in due
ci vuol coraggio ed amarezza
a vendere
più che a regalare
e non c’è più tempo
in tutto questo tempo che è
passato
in cui non abbia il cuore sussultato
tra un battito e
l’altro….

e che ne sai  di quelle notti
di selve e cieli
in cui si corre come
gazzelle a cercar baci
regalarli senza prezzo
e far passeggiate che ritornano
con quei passi golosi
d’eterni amanti
e che….

Tinti e Maria

Congedo del viaggiatore cerimonioso

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. E una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

GIORGIO CAPRONI

Italiani d’Argentina

Ecco, ci siamo
ci sentite da lì?
in questo sfondo infinito
siamo le ombre impressioniste
eppre noi qui
guidiamo macchine italiane
e vino e sigarette abbiamo
e amori tanti.

Trasmettiamo da una casa d’Argentina
illuminata nella notte che fa
la distanza atlantica
la memoria più vicina
e nessuna fotografia ci basterà.

Abbiamo l’aria di italiani d’Argentina
oramai certa come il tempo che farà
con che scarpe attraverseremo
queste domeniche mattina
e che voglie tante
che stipendi strani
che non tengono mai.

Ah, eppure è vita
ma ci sentite da lì?
in questi alberghi immensi
siamo file di denti al sole
ma ci piace, sì
ricordarvi in italiano
mentre ci dondoliamo
mentre vi trasmettiamo.

Trasmettiamo da una casa d’Argentina
con l’espressione radiofonica di chi sa
che la distanza è grande
la memoria cattiva e vicina
e nessun tango mai più
ci piacerà.

Abbiamo l’aria di italiani d’Argentina
ormai certa come il tempo che farà
e abbiamo piste infinite
negli aeroporti d’Argentina
lasciami la mano che si va.

Ahi, quantomar quantomar per l’Argentina.

La distanza è atlantica
la memoria cattiva e vicina
e nessun tango mai più
ci piacerà
Ahi, quantomar

Ecco, ci siamo
ci sentite da lì?
ma ci sentite da lì?

IVANO FOSSATI

L’accendino

Viaggiavamo
seduti a fianco
sui sedili stretti
del piccolo colorato bus.
Giunti sul ponte di barche
ondeggiante lieve
sulle acque del perenne fiume,
con aria sbarazzina mi dicesti:
– Fumi? – e tirasti fuori
il tuo regalo per il mio compleanno,
l’accendino.
E così mi accendesti per te
per sempre.
Io più non fumo sigarette,
ma il tuo respiro, sì.

Nino Silenzi

Published in: on novembre 21, 2010 at 07:14  Comments (5)  
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Quando arriverai


Umide piume e sigarette
d’attese sfumate, vedrai.
Io che bevo,
ma non riesco scordare
quanto la sete sa apparire
rimbombo di grotta
Quando arriverai, sulla mia soglia
cuscini sudati
velanti frangenti di fumo
sul mare di Bacco;
labile scia d’un oblio
Ah, la notte, quanto
è difficile vivere il giorno!
Il cuore balbetta
lo sguardo mio al cielo
in dolce, perenne attesa
e sotto
un neonato pezzo di prato
da svezzare correndo.
Quando arriverai, chissà,
scorgerai, errabondo
il mio consueto cuore
ricucire rotte
lacerate in alto mare;
forse un pensiero d’umore salino,
o un coacervo d’idee
in brandelli ancora nebbiosi;
non so. Non so neppure
se mi troverai.
Non so neppure
se mi ritroverò,
dentro i tuoi occhi
fondali melmosi,
avvinto e perso come sono
nella kasbah assassina
di questo mesto gioco
dell’oca giuliva;
che ogni casella che avanzo
è un lancio di dadi
in meno dal via.

Flavio Zago

Sull’asfalto

C’è sangue attorno
forse di te
che cammini
su rotaie roventi
senza domani
e poi torni ferito
nella tana
o di te
bambina
che giochi coi grandi
e non sai di lupi
ingordi e maceri
o di te piccolo
che assapori benzina
e ti buchi i visceri
o di te che mangi botte
o non mangi
per sentirti esistere
o di te braccato da mostri
che semini morte
o di te vecchia
cieca e sola
che ti spengi
sigarette addosso
o forse è il mio
quello che verso
oggi come lacrima
per non addormentarmi.

Tinti Baldini

Published in: on ottobre 12, 2010 at 07:34  Comments (11)  
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Il bigliardo

Ad altri lasciammo la via e il nostro
tempo.
Ci spingemmo, come branco, più in là
per consacrare la nostra età nuova.
Le prime sigarette e quel tossire
a ricordarci che non eravamo grandi
abbastanza.
Il colpo secco della stecca sulla biglia
e questa a correre veloce sul tappeto verde
come il nostro nuovo tempo.
I primi amori e subito dimenticati
come i primi no incamerati.
-Ti amo, mi ami?-
-No,amo lui…-
Oh! Chissenefrega! Ma dentro sentivi
il cuore andar giù come un birillo bevuto.
Le prime feste in casa, i primi sguardi,
il primo bacio vero, la prima uscita
e poi la sera a casa
-Perché non mangi?-
-Sto male! No,sto bene…-
Non sapevamo nemmeno noi come stavamo.
Non lo sapemmo mai .
E lei dove sarà? Non lo saprò mai
il suo nome…non lo scorderò mai .
Mi avrà ricordato, almeno una volta?
Forse si, ridendo magari di quell’unico
bacio a fine primavera,
parlando con lui che la prese al posto mio
perché prima di me capì cosa voleva.
Un colpo secco, la biglia riprese a correre
sul tappeto verde come la mia vita
che s’era fermata davanti al suo portone.

Claudio Pompi

Ballata con tressette



dove trionfa l’umana voglia di libertà e, spezzati/bruciati
veleno e vecchiume, si parte per l’etere intinti di vino e mare.

Se tenero è il mattino e spira un po’ di vento
durante la giornata potrò esser contento!
Al color dell’inganno non parlerò da solo
ma giocherò a scopa seduto sopra un molo
spezzando sigarette: poi metterò in paiolo
un rancido fantasma ed un ripensamento!
E sprizzerò di vino capelli sei d’argento
celati sotto il lobo: così le stelle rare
di Acquario che vedremo rollare dentro il mare
riluceranno ghiacce nel magico momento!
Quiritta arriva svelto un vecchio campagnolo
con alluce dolente e in braccio un riccio matto
amante del dolcetto: è un fatuo ammazzasette
il povero fellone ed urla come un gatto
che ai dadi vuol giocarsi oppure anche a tressette
i peli del suo mento. Infine un rosignolo
in viaggio su una radio rivolto ad un lenzuolo
gli narra la speranza di vendere a Milano
risate e zafferano: mi afferro alla sua mano
e son così contento che vo con lui nel vento!

Sandro Sermenghi

Tutto è ancora

Ci sono muri salvati
antichi ceppi
budelli di cruente battaglie in ogni dove.
Fortezze alla memoria, ch’è breve
luoghi santi
dove gli eroi da poco sconfissero l’orrore
con mani caffellatte, parole poche
fumo, di rozze sigarette passate a brace chiusa.

Ci sono case ai piedi del mondo
anni segreti
e bande di bambini che giocano alle travi
tra l’erbe là cresciute, selvatiche
e dei fiori
venuti a forza d’essere sangue.
Il fiume scorre,
il cielo capovolge coperte,
va la luna
con le sue uova sotto la sabbia
tutto è ancora.

Massimo Botturi

Published in: on febbraio 16, 2010 at 07:27  Comments (6)  
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