Violino antico

Suonava per la via il suo violino antico,
magico strumento reso scuro dal tempo.
Antiche, straniere e struggenti armonie
fluivano nell’anima mia portate dal vento.
Le agili dita sulle tese corde danzavano,
il capo ondeggiante, gli occhi socchiusi,
cercar pareva nella mente melodie
che scese dal cielo i cuori riempivano.
Disegnava nell’aria magiche figure
quell’arco da maestra mano guidato,
viaggiarono ascoltate nel tempo, ballate
in notti dall’odore di tizzone bruciato,
nel profumo di candele in sale fastose,
nel momento di tregua di un povero soldato,
nelle feste gitane sulle vie polverose,
accarezzando il cuore delle novelle spose.
Al tempo sopravvisse quel magico liuto,
simbolo è la musica di arte immortale.
Da quante mani fu suonato, posseduto
e quante mani ancora, dopo l’avranno.
Piccolo, grandioso strumento d’armonia,
tra mille mani perpetuerai il tuo viaggio,
è tuo destino suonar di tristezza e allegria
con nuovi padroni dal cuore randagio.
È questo che pagherai come ovvio tributo,
da un uomo sei nato e con lui hai vissuto.
Scivola nell’aria una malinconica sinfonia,
vola lasciando dietro struggente traccia,
si allontana da me cercando un’altra via
oppure un’assolata e solitaria piazza.

Claudio Pompi

Terra

minima reginetta
dei nostri gesti
simbolici linguaggi
delle dita a presa
abili, ancora da sfruttare i
nostri rituali delle mani
movenze precise
comunichiamo la nostra civiltà
nell’universo ingolfato
la possiamo salvare
sostenendola non
farle male

la forgiamo
facendola rotolare
sul verde radica
simbolo del cielo terso
chiudendole gli occhi
degli orrori.

Aurelia Tieghi

Published in: on novembre 3, 2011 at 07:04  Comments (6)  
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Alle foglie

O foglie belle,
care sorelle,
simbolo della vita
che si rinnova,
vestito fresco e aulente
degli alberi tutti,
come mi rattrista
vedervi distaccare
dai nodosi rami
ad una ad una
e finire, con i vostri
caldi colori,
sulla nuda terra
abbandonate, calpestate,
scagliate lontano
da soffi di vento,
un tempo amico.
Ma tornerete,
e questo mi consola,
care sorelle,
più forti, più verdi, più vive
a rivestire con il vostro splendore
i rami ferrigni
degli alberi spogli.
Risorgerete a nuova vita,
e ancor più accoglierete
i vostri amici alati
ed allieterete gli occhi
di bimbi e vecchi.
E invece,
che sarà di me?
Anch’io un giorno
me ne andrò
non so dove,
ma per sempre.

Nino Silenzi

Published in: on gennaio 13, 2011 at 07:01  Comments (3)  
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Fontana muta

Quanto tempo è passato da quando
di zampillare hai smesso.
Che tristezza fontana mia muta!
Ricordo ancora quei giorni andati,
tutti intorno a sentire il tuo canto
argentato, l’acqua pulita che regalavi
al pellegrino e al ladro,
al vecchio accaldato, alla giovanetta
con l’anfora da riempire.
Quanta acqua da quella tracimava
mentre lei dell’amor nuovo le dolci parole ascoltava.
Una voce dalla finestra come richiamo,
lei fuggiva e lui sospirando in te
si specchiava domandandoti se lei
ancor l’amava.
Nel bene e nel male cantavi sempre
col tuo zampillare allegro.
Cantavi nei giorni di pioggia,
nei giorni ventosi, nei giorni tristi e oscuri.
Simbolo di pace e uguaglianza,
dissetasti lo straniero oppressore,
il partigiano e il liberatore.
Ora non canti più fontana mia,
ai tuoi marmorei piedi tracce
di vite buttate dentro siringhe mortali.
Più non ascolti parole d’amore,
di libertà, di pettegolezzi di vecchie annoiate.
Più non disseti i monelli che intorno
ti correvano inseguendosi.
Simbolo di vita, t’hanno resa muta,
quasi che la vita stessa più ora
non abbia senso.

Claudio Pompi

A spasso nel cimitero

Che strano posto è il cimitero,
c’è una pace soprannaturale
ti chiedi se questo è il mondo vero,
quello dove ognuno all’altro
è uguale.
Nel silenzio dove la pace è sovrana,
sorella morte mette insieme
la fedele sposa con la puttana.
Eppure, per malaugurata sorte,
ci pensano gli esseri viventi
che oltre queste porte,
trascinano, falsi e piangenti, i simboli
indecenti di una vita che di essere più non ha
ragione, qui dove il maltrattato servo
è uguale al dispotico padrone.
Qui non esiste il “lei non sa chi sono io”
perché di sicuro lo sa Iddio.
L’ha sempre saputo, dal giorno che sei nato
fino a quando, dopo l’ultimo respiro esalato
a lui come spirito sperduto
ti sei presentato.
A che servono quelle tombe sfarzose
simbolo di opulenza e grandezza?
A dir che sotto una croce giace
solo mondezza?
Non serve dei redditi la dichiarazione,
la morte non fa sconti a chicchessia,
ha un solo carrozzone sul quale sali
e percorri l’estrema via.

Claudio Pompi

Il gobbo

Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall’espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita
… e nessuno m’aiuta.
Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d’allegrezza
che ha il dono di una strana profezia.
E perché vada incontro alla promessa
lui mi traghetta sulle proprie spalle.

ALDA MERINI

In una donna

 

Cerco in una donna quei punti
di mistero profondo che figlia
dello stesso mistero la rendano
Cerco in lei l’innata dolcezza,
la determinata forza di occhi
che penetrando scrutino il cuore
senza ferirne il segreto pensiero.
Cerco nell’ incedere la maestosità
del portamento che parli della sua
grazia e della sua fierezza d’esser
donna fragile e sicura in un solo passo.
Cerco nella sua voce le dolci note
di un canto fatto di parole attese
che sia della mia mente respiro.
Cerco nelle sue mani il gesto lieve
che nel vuoto disegni il suo volo
e dia del suo animo la leggerezza.
Mani che poi nelle mie si posino,
preludio in sinfonia di passione.
Cerco di quelle mani la loro forza
come simbolo di eterno possesso.
Cerco in una donna la parte che io
non sono e che di me opposta sia
per non divenire noioso e mortale
ritratto di un io in specchio riflesso

Claudio Pompi