Sisma

 
Ti amo ancora
cara Terra
sotto i miei piedi instabili
amo i tuoi fiori e
l’abbondanza dei tuoi frutti
… che ora stanno nel tuo vibrare
… di fango e sale, il sale
nel tuo relitto, i morti uno sull’altro
occhi chiusi a cordigliera
tu colposa, venosa tu, a maggio
nei fossati distorti
il tuo pulsare miete
un mondo di troppe lacrime!

Aurelia Tieghi

Published in: on giugno 14, 2012 at 07:12  Comments (8)  
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Il valzer del dolore si balla da soli

non basterebbero i petali di mille rose rosse
per raccontare il dolore
pesante e leggero negli occhi
di chi pure ti guarda con stupore
e non
capisce ma fa segno di assenso
al tuo continuo cambiare discorso
su chi
è andato ma resta macigno solo tuo
sul petto smagrito
ed è come dare le
tue lacrime perle
a porci umani
che allungano le mani fin dove è
possibile
perchè non basta l’amore per dimenticare
non basta il tentato
odio
per dissipare questi sospiri compiaciuti
convinti di aver capito
tutto
quando tu vorresti soltanto un piccolo sisma
solo tuo che ti
inghiotta finalmente la terra
il resto ‘affanculo

Non basterebbe
sorriso compiacente
di chi
suggerisce e consiglia e
guarda altro
nè occhi spremuti
d’asssenzio
o bocche lacere di
dolore
non ci sono
ragioni nè
testa
non vale quel lucido
pensare
logico di matematici assertivi
non serve inno all’amour
ma macerare
in santa pace
il male
al petto
di visceri
squassati
che vogliono
requie
e non la trovano.
Forse basterebbe
un intonaco lilla
su corpo e anima
per pulire un attimo
colpi di frusta.

L’amore c’è ma
non basta
ci vuole
mondo
dentro
e non languore.

Dammi
amica d’ogni vento
un poco di succo di
viola ciocca
amaro ma
di vita.

Tinti Baldini e Maria Attanasio

Terremoto

Non sempre e per tutti è il libero arbitrio

Che fanno queste turbe ploranti
di insetti ciechi, piegati, feriti,
davanti a un icòna a… un altare,
ad un simbolo? Sono Formiche
e loro sono state calpestate
da un… piede d’umano, destino
cieco stavolta, per loro terremoto:
spingendo da sotto il formicaio
è rovinato uccidendo il corpo
di giovani, vecchie, bambine…
formiche. Stavolta il libero arbitrio
è quel piede: disegno che loro
non sanno le Formiche. Con pavide
antenne tremanti un’arcàna potenza
esse invocano, Dio – che è anche
il loro – domina e vince, attende
eterno al di là della vita.
*
Gli umani son come formiche.
Non osano alzare la fronte,
ricever la luce del vero: lente
falangi passano, chino il capo.
Visi sparuti, occhi atoni. Non sanno.
Spenti, vesti a brandelli cadenti
poveri scheletri caduti. Fanciulli
già morti o scampati all’estremo,
coperti di sangue feriti affamati
assetati d’amore, vegliardi
che invano protendon la tremula
mano ad eroi sconosciuti, fratelli
disperati che tentano, li salvano
da fisica morte: strappandoli
alle macerie disastro del sisma:
suppliscono al libero arbitrio.
A Dio giustizia infinita, bisbigliano
preci quel fascio d’umani, sommessi
elevano pianti di gloria.

Paolo Santangelo

Oltre


Vilipeso e pendente
ridotto in carcassa per il suo
troppo amore per tutti.

. . . .  il rullio dei tamburi
si fondea col fragore
del tuono e del sisma.

Ecce homo,  ecce inri.
Ubi homo non erat . . . In ri-
torno col trino tutt’uno,

nel padre,  oltre il tempo
oltre gli universi.  Dove
non sono luoghi,  non limbi.

Dopo,  con calma,  ripresero
il corpo.  Ad umani lasciando
l’ignoranza,  la fede,  la morte.

Paolo Santangelo

Bufera


Alito freddo
Di vento intenso
Di tempo denso
Di nubi nere,
Molli ed aére
Gonfie di pioggia
Che infiltran l’ùggia
Quasi una nebbia,
Su quel Paese
A’ pie’ del monte.

Gòlgota lagna,
Col Crocifisso
Dassù, col fischio
Stesso del vento
Che, or forte or smésso,
Gioca con l’alto
Del Fortilizio
Alto sul Mondo
Dei due Ladroni

A un certo punto,
Rotta, col soffio,
L’estrema guglia
Del campanàrio,
Distrutto il Tempio
Dei Farisei,
Si ferma il sisma
S’attenua il rombo,
Si calma il vento…

Dopo, un mendico,
Tre giorni dopo,
Alzando il capo
Verso lo smorto
Spazio trapunto,
Grida a chi sente,
Gaio, ed esulta:
Guarda, è compiuto.
Cristo è risorto!

Paolo Santangelo