E’ poesia?

Ho spesso trasferito nello scritto
d’anima mia i sogni e le bellezze
ed una penna é andata sempre
a riempire d’emozioni un foglio.
Mi chiedo adesso, all’occorrenza,
se è poesia questa sofferenza
che pure voglio registrar stasera,
chiaro d’inchiostro dalla china nera
come solerte garrulo ronzio.
Le affibbierò parole senza senso
‘sì da confonderla con vaga follia
ed ordinarle a brutto muso e lesto
di abdicar da un trono di regina.
Dovrò usare ingegno e fantasia
perché io presto la esorcizzi tutta
adoperando un po’ di tatto, forse,
e qualche verso d’abile ironia.

Aurelio Zucchi

Ascolto una melodia gitana

Ascolto una melodia gitana
piango: uscite lacrime
mi fa bene questa sofferenza
la consapevolezza del vuoto
l’impossibilità che da un po’
mi porto dietro
piango te che sei lontano e non so
se e quando ti rivedrò
piango mio nipote adolescente
che non so difendere
piango un mondo che ci ha fatti
così soli
piango e ho un nodo in gola
per chi è disperato e non ce la fa
chi cerca consolazione nell’alcol
chi si infila un ago
e chi prende uno spago e si impicca
se ne parla ancora poco
dicono affinché non dilaghi
invece se ne dovrebbe parlare ed essere
tutti molto più arrabbiati
perché per ogni poveraccio
che si toglie la vita c’è
qualcuno che sperpera e spreca
nell’orgia infinita del potere
ma io non so che stare in un angolo
e piangere
e vorrei il tuo sguardo vorrei la tua mano
ho già visto troppe cose cadere
ormai posso credere solo all’amore
dove sono i tuoi occhi
dov’è la tua mano
in questo mondo gitano
in questa musica che mi ferisce
piano come una carezza

azzurrabianca

Poesia di ogni giorno

Ti ho visto, poesia,
negli occhi
di un bimbo
gonfio nel ventre.
Nel volto di un clochard
che preparava
il suo letto di cartone.
In una bambina
vestita da donna
sul ciglio della strada.

Ti ho visto, poesia,
mentre ti specchiavi
dall’alto di un ponte
leggendo la fine.

Allora ti ho teso la mano,
affidandoti a questi semplici versi,
amandoti ancora di più.

Nel grigiore quotidiano
nella sofferenza
di chi non ha voce.

Sandra Greggio

Incontrare l’amor tra giochi e risa

 
In una gioia spumeggiante come
sprizzo: non conoscesti che amore,
la più divina e tremenda delle
nostre tristezze, ché la felicità
più completa sgorga da un apogèo
di sofferenza.
.
Lenta nel cammino, Tu andasti oltre ..
e di Te non vidi più che penombra,
crescere a dismisura sul deserto.
Mentre l’ultimo sole a te spariva:
Tu partivi per sempre. Dato ho tutte,
intiere le spighe.
.
Del mio campo, le più care ricchezze:
incontrare l’Amor tra giochi e risa.
Al lume delle stelle, spigolo il  resto
che hai lasciato per me, non hai raccolto
nel mio povero sito, abbandonate
cadùche dietro Te.
Paolo Santangelo
 

Ricordi azzurro-chiari

Oh esiliati dell’anonima montagna,
Oh gioielli dai nomi soffocati nella palude del silenzio,
Oh voi, di cui il ricordo pallido si è smarrito
nell’acqua torbida del mare della dimenticanza,
dov’è finita la limpida origine dei vostri pensieri?
Quale mano devastante si è portata via i vostri volti aurei?

In questo vortice, artefice del buio,
dov’è finita la vostra calma lunare?
Se, dopo questo tormento, portatore di morte,
il mare si calmasse,
se le nuvole si svuotassero di sofferenza,
se la luna portasse affetto,
giungerebbe il sorriso?

Se il cuore della montagna si intenerisse,
crescerebbe l’erba e ci sarebbe l’abbondanza?
Sulle sue alte vette, uno dei vostri nomi diverrebbe il faro?
La comparsa dei vostri ricordi azzurro – chiari,
darebbe speranza agli occhi stanchi dei pesci spaventati
dal tumulto del torrente?

NADIA ANJUMAN

Calda protezione

Non occorre essere sensibili
al cospetto d’orrori
all’odor di sangue retribuito
in calda accoglienza e protezione
dalle moderne bufere.

S’infrange la legge
di suprema intelligenza
ora che la cultura evoluta si fa strada
su cementificata salvezza
delle infinite specie viventi.

Nulla giustifica
la sofferenza
delle vite innocenti
delle grida penetranti
offesi da derisioni e leggerezze
di mani che uccidono
sotto un alone di grande ricchezza pregiata.

Glò

Veglia

 
Teatro triste una notte
ma non per lui che fu tutto vero
Già sapevo la notte da passare, ma
non immaginavo l’orrendo travaglio
di  chi dovevo sostenere, nell’oltrepassare.
I miei occhi vedevano quella
non più umana persona,
trasfigurata dalla morsa del male
Mi chiedevo  perché…
perché…oh Signore?
abbi pietà di lui!
Lo sguardo muto, sgorgava lacrime a fiumi
il suo corpo, senza  padronanza giaceva
nel letto, dimenandosi come una bestia in gabbia.
Emetteva  rumori, gesti involontari
lamenti, gemeva, e urli d’impotenza.
Io capivo la sua atroce paura.
Atroce sofferenza e nulla io potevo,
solo consolarlo con lo sguardo mio
trasparente di dolore per lui.
Nello strazio continuo, l’anima sua
si ribellava  alla morte, lottava con lei
chiedeva  ancora  clemenza.
Insisteva a barattare la morte per la vita
ma la morte non si corrompeva
la percepivo anche io, la vedevo, era lì.
Aspettava, mi incitava ad andare
 per non assistere al banchetto tetro.
Allora capii… nulla più potevo!
Mi rifugiai nelle preghiere
lunghi Padre Nostro e Ave Maria
lunghi Eterno Riposo.
Furono di sostegno entrambi;
alla fine di quella notte amara
arresa, l’anima lasciò il corpo, non più suo.
Io, compito ingrato
ricordo indelebile abbandonai
vuota quella notte di dolore.   

Rosy Giglio

Interminabile tramonto – Alzheimer

Un interminabile tramonto
– senza più alba –
ha rubato la mia identità,
il mio passato, il mio presente.
La nebbia avvolge ogni cosa,
un sipario che scende lentamente
annullando memoria, affetti, ricordi.
Come involucro vuoto vago per le strade,
in mondi ormai sconosciuti
perdendomi come infante ai primi passi.
L’eterno diventa attimo, 
mentre ombre si avvicinano e prendono forma
vedo visi colmi di smarrimento,
tenerezza mista a sofferenza.
Perfetti sconosciuti alla mia mente,
figli miei amati…ora estranei…
Patrizia Mezzogori

Soffrire

“Un uomo che teme di soffrire soffre già di quello che teme”

MICHEL EYQUEM DE MONTAIGNE

Published in: on dicembre 12, 2011 at 06:51  Comments (2)  
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Contro il malgoverno

La patria nostra non crollerà,
Zeus la preserva con gli dei beati.
Una dea veglia magnanima, alte le sue mani:
è Pallade, figlia del gran Padre.

Eppur loro vogliono distruggerla:
folli, bramosi, demagoghi dissennati
con sofferenza sconteranno tale tracotanza.
Non sanno star lontano dagli eccessi,
gustar le sacre gioie del convivio.

S’arricchiscono coperti d’ingiustizia
spezzando i sacri beni e il pubblico,
chi qua chi là razziando,
in barba ai fondamenti di Giustizia.

SOLONE