Cosa ne stai facendo di te? E’ solo un temporale. Passerà

Tu non cancelli mai la tua arte
nemmeno te lo chiedesse un cane un idiota tua madre
tu non cancelli mai la tua arte.
È straordinario! Lo capisci? È straordinario!

Credo che con i pochi soldi che mi sono rimasti
comprerò due grandi tele
forse due metri o tre o magari mezzo chilometro di tele
le sovrapporrò l’una all’altra.
Sulla prima tela infierirò con i pugni con le unghie con i morsi
e se non ti sembrerà abbastanza
con un taglierino
così da farla sembrare la pelle di un uomo
dilaniata crocifissa scarnificata
e sulla tela, seconda pelle, che apparirà di sotto
dipingerò tanti piccoli tagli,
non userò il colore rosso
ma il castano il verde e l’arancione
come i tuoi capelli le tue scarpe il tuo rossetto
lo intitolerò:
cosa ne stai facendo di te?
È solo un temporale.
Passerà.

Il problema è che ho molto di più di ciò che mi serve
ma è come se volessi tutto tutto tutto
mi chiedi : – quando capisci di aver finito un lavoro? –
            ti domando: -come si capisce di aver finito di fare l’amore?-
e concludo dicendoti che se avessi la possibilità di essere un altro
di essere chiunque io desideri
vorrei essere te. Amore mio…

Massimo Pastore

L’amico

L’amico è …
come l’amore
ti prende…
nel cuore

E’ un sentimento
che s’avverte…
sulla pelle

Ti fa sorridere,
ed anche gioire,
è il tuo porto sicuro
quando sei triste

Ti sta vicino,
non ti schernisce…
e
non ti ferisce,
ma simile
al contendente
in amore
tende a tradirti…

quando ti chiede
un prestito,
per un affare sicuro:

questo è il momento
della valutazione

Se cedi…
rischi di perdere
i soldi,
e anche l’amico…
probabilmente

Se, invece, desisti
perdi l’amico…
sicuramente

Ciro Germano

Published in: on giugno 23, 2012 at 07:49  Comments (4)  
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Fame nel mondo

.
Balla
il Potere
il valzer
dell’indifferenza
sulla pista
privata
lastricata
di soldi.
 
Si assiepano
intorno
gli affamati
scheletrici
con gli occhi
infossati.
Mani tremanti
tendono
la ciotola vuota.
.
Graziella Cappelli
.
Published in: on giugno 1, 2012 at 07:04  Comments (19)  
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L’invito

THE INVITATION

It doesn’t interest me what you do for a living
I want to know what you ache for
and if you dare to dream of meeting your heart’s longing.

It doesn’t interest me how old you are
I want to know if you will risk looking like a fool
for love
for your dreams
for the adventure of being alive.

It doesn’t interest me what planets are squaring your moon…
I want to know if you have touched the center of your own sorrow
if you have been opened by life’s betrayals
or have become shrivelled and closed
from fear of further pain.

I want to know if you can sit with pain
mine or your own
without moving to hide it
or fade it
or fix it.

I want to know if you can be with joy
mine or your own
if you can dance with wildness
and let the ecstasy fill you to the tips of your
fingers and toes
without cautioning us to
be careful
be realistic
to remember the limitations of being human.

It doesn’t interest me if the story you are telling me
is true.
I want to know if you can
disappoint another
to be true to yourself.

If you can bear the accusation of betrayal
and not betray your own soul.
If you can be faithless
and therefore trustworthy.

I want to know if you can see Beauty
even when it is not pretty
every day.
And if you can source your own life
from its presence.

I want to know if you can live with failure
yours and mine
and still stand on the edge of the lake
and shout to the silver of the full moon,
Yes.”

It doesn’t interest me
to know where you live or how much money you have.
I want to know if you can get up
after a night of grief and despair
weary and bruised to the bone
and do what needs to be done
to feed the children.

It doesn’t interest me who you know
or how you came to be here.
I want to know if you will stand
in the center of the fire
with me
and not shrink back.

It doesn’t interest me where or what or with whom
you have studied.
I want to know what sustains you
from the inside
when all else falls away.

I want to know if you can be alone
with yourself
and if you truly like the company you keep
in the empty moments.

§

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna,
voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere,
se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso per la paura di soffrire ancora.
Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.
Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua;
se puoi danzare con la natura e lasciare che l’estasi ti pervada
dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti,
di essere realistici o di ricordare i limiti dell’essere umani.
Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te stesso;
se riesci a sopportare l’accusa di tradimento senza tradire la tua anima.
Voglio sapere se riesci a vedere la Bellezza anche quando non è sempre bella;
e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.
Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena d’argento: “Sì!”
Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di disperazione,
sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i tuoi figli.
Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.
Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all’interno, quando tutto il resto ti abbandona.
Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto.

ORIAH MOUNTAIN DREAMER      (capo Sioux Oglala)

Eppure…

.
Non ho
soldi i tasca
nè mani sante
per guarire
le piaghe della Terra.
 
Eppure…
il mio cuore
è un’arca
che accoglie
tutti gli esseri
maltrattati,
mentre
le braccia
impotenti
vorrebbero
cullare il Mondo.
.
Graziella Cappelli
.
Published in: on Mag 23, 2012 at 07:45  Comments (9)  
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Una fiumana in piena

 
col corpo di marea allaga i campi
dell’officina dove s’é introdotta
relegando lo spirito di fiori,
eletta locandiera offre albergo
al sol che passa sotto gli spiragli
e conduce un granello di sabbia
nel guscio di conchiglia di mare
per tradurlo in perla preziosa,
ma presa dal cappio raccoglie
coi muscoli i fiori,
e chiude la porta
del supermercato alimentare
a chi non ha i soldi
per pagare il biglietto,
e sull’attesa scarnificata  
pianta il gonfalone.
Raggiunge la vecchiezza si dipana
da questo assito tumefatto e spoglio
rischiarato da lembo di tramonto
oltre lo sbarramento
e accampa segni
di potere occupare un privilegio
amalgamando suppliche e pretese.

Giuseppe Stracuzzi

Uomini come rane

Ho visto pareti dipinte dalla rabbia degli uomini
rondini allontanarsi per il fuoco che bruciava l’aria
ho visto prati annullati dalla cupidigia di alcuni
quando ne avevano bisogno i bambini

Mi sono iscritto all’albo di quelli che protestano
ma volevano troppi soldi  per la tessera di socio
ed allora  mi son convinto che in questo paese
è meglio vivere con poco, possibilmente a zero spese

Ho ascoltato le voci arroganti dei Grandi
la terra globalizzata per gli interessi di tanti meschini
Me ne è rimasta impressa una, unica e ancora sola,
che è quella universale del Mahatma Ghandhi

Ho visto tutto quello che si può rivedere
e mi sono accorto che come gamberi andiamo a ritroso
A questa età sto ancora attento ai problemi veri
e, credimi, a volte non riposo

Non so neppure perché ne sto scrivendo
forse perché non costa niente
Ho parlato con molti che la pensavano come me
ma dopo a casa ognuno dormiva e si pentiva

Non sono abituato alle meraviglie
nulla mi stupisce e non da ora
se non l’indifferenza che premia gli stolti,
gli arrivati, gli stupidi e i manigoldi

A me, a te, a noi non resta che guardare
in questi giardini, finti di ricchezza
Continuiamo pure ad ascoltare voci della miseria umana
che ci sembreranno come sempre, ahimè!, quelle di una rana!

Gavino Puggioni

Le fiabe di papà

Papà scherzava
nascondeva soldi che, per magia, riapparivano
la tasca dell’arlecchino di stoffa li conteneva.

Le fiabe erano quelle del nonno
sempre quelle
ascoltavo incuriosita.

Dormivo tranquilla nella macchina
gli animaletti erano la mia passione.
Nel bosco passeggiavamo
osservavamo i fagiani.
Nella tenda di mio fratello
ascoltavamo ridendo
il ticchettio della pioggia.
Ci divertivamo in tanta semplicità.

Maristella Angeli

Zirudella della Vaccamatta

ZIRUDÈLA DLA VACAMATA

 
Zirudèla a una fantèsma
d’editåur ch’l’um fa vgnîr l’èsma,
gnint recâpit o letûr,
abunè, baiûc e unûr!
Diretåur Gino Duprè
ch’l’é ardupè in mèz dla strè,
Cló ch’al scrîv sta Vacamata
(ch’ai trarêv una zavâta!)
ló as firmé Banmodabån
e sunâi, ste gran minciån,
Pannadóca e infén Filfrén
tant ch’am véns un mèz smalvén;
pò con Lèctor e Mike Hatt’
l’um fé avrîr al rubinàtt!
Diziunèri e lîber rèr
a druvé par dezifrèr,
par risòlver gl’insgunbiè
e al mesâg’ tótt quant zifrè!
In ajût am vens la Lidia
Lanzarén, che trè l’aczîdia
– s’êren vésst la sîra prémma
pr una zanna can la rémma –
l’am lasé in segreterî
d’avàir dscuért la gióssta vî!
Zirca egli óng’ i êren dla sîra
quand curiåus pió d na braghîra
cminzipié la ciacarè
cun la Lidia, tante inpgnè
int l’arspàndrum ai quisît,
ch’la dscurèva quant dîs prît!
Dapp pió ed trantanôv minûd
am scapé dû trî stranûd
e gli uràcc’ infuganté
svélt la Lidia a ringrazié.
Pò am fiché int la cultûra
e a zarché int la spartûra,
in cantéina int i scatlón
dovv a téggn i lîber bón,
in campâgna ai Prè ed Cavrèra
da mi ziéina pêrla rèra,
par truvèr un alfabêt
ch’s’arvi§éss al quèsi grêc
adruvè int la Vacamata
dal furbàtt ch’al crûv la pgnâta.
Guèrda e zàirca quand eurèca,
bvûda adèsi una ciuféca,
al conpiùter a pensé
e a quî dl’Enel al taché!
Dantr a un mócc’ ed scarabâtel
dapp a Uórd, Fàil e Carâter
zónt in Sìmbol l’um fó cèr
che al furmànt l’era in granèr:
“Int al vèsper dal dsnôv d mâz,
quand s’avséina l’ùltum râz,
Cló l’arîva intànt ch’ai pâsa,
dnanz a la Madòna Grâsa,
ed San Lócca la Madòna
ch’pôrta piôva ed aria bôna!”
E a la Lidia ed Lanzarén,
masstra ed cinno grand e cén,
che dal grêc l’avé l’idéa
i é da fèri… un’epopéa!
Quand fó vèner dsdòt ed mâz
am sintèva mât cme un sdâz:
bôna nôva, mé a pinsé,
parché zêrt, arêv zurè,
l’Ebdromedèri é arivè!
zà int la pòsta andé d vulè
e int na bóssta pajaréina
i era al “Fói” ed chèrta féina,
mo int la pàgina secånda
n’i era brîsa gnanc un’ånda
dal mesâg’ tótt quant zifrè
che mé asptèva! E acsé intignè
l’indmàn sîra in Saragoza
dnanz ala Madóna Grâsa
drétt smagnåus a srêv andè
pr incuntrèr… l’Innuminè!
Mai dîr gât s t an l’è int al sâc,
e al progèt l’andé a tarsâc,
parché al sâbet la mi amråusa,
che mé ai fîl par fèrla spåusa
fén da quand fónn in America
dantr a Disni in teleférica,
la mi amràusa quand l’um vdé
biånda e sacca la cmandé:
“Al Salån dal Pass Zelèst,
môvet, svélt, ch’al n’é pió prèst!”
A cal pónt l’um fó inpusébbil
cgnósser cl’Èser Invi§ébbil
haccatìtipi://Bim.tu/
vacamata – ch’i én pió ed dû? –
che in bulgnàis al fà la gâta
e al mitrêv “só par la râta”,
e ch’al dscårr d Bonzi e Biancån
cm’ed Rufén, Pzôl e zambån;
dla batâglia dal Primèr
ed Gîg Longhi al marinèr,
dal “spziarî” ed Nén Marcàtt
o ed Zarvlè nostr architàtt;
pò ed Nasìca détt Majàn
cme d’Ermete, Tstån e Uriàn,
ed Gandåulf ch’l’avèva al Cåurs
e dla Flèvia dla vî dl’Åurs!
Dal teàter pr al dialàtt
Cló as fà un trésst mègher quadràtt;
dla prunónzia ed zért atûr,
di chepcómic e di autûr,
Cló as in dîs d tótt i culûr:
a san pròpi armès al bûr!
Un mazlèr o un chepstaziån,
Gianni o Ànzel, cal “Sdundlån”,
Adri o Elio cal “Maicàtt”:
mo chi él ste “Fapugnàtt”?
Él Carpàn cantànt bagiàn,
o él Tén barzlatta in man?
Fôrsi é Sandro opûr Vidèl,
o un sugèt ed S. Rafèl?
Mo s’al fóss Lîvra Gigèn
Cló ch’l’ha l’èpis birichén?
Oh! i é un grâs tåurd ch’l’ûrla e al zîrla,
dånca qué l’é åura ed finîrla!
Zért ai é di èter scritûr
in bulgnài§, str’al cèr e al bûr,
mo quall ch’vèl l’é avàir na vétta,
col conpiùter só in sufétta
o nés pr aria in strè Mazåur,
in dialàtt e con dl’amåur!
Pò ed Budri in Piaza bèla
toc e dài la zirudèla!
 

§

Zirudella a una fantasma
d’editore che mi fa venir l’asma,
niente recapito o lettori,
abbonati, soldi e onori!
Direttore Gino Delprato
ch’è nascosto in mezzo alla strada,
Colui che scrive sta Vaccamatta
(che gli tirerei una ciabatta!)
lui si firmò Benmadavvero
e scemo, sto gran minchione,
Pennadoca e Fildiferrino
tanto che mi venne un mezzo malore;
poi con Lector e Michele Cappellaio
mi fece aprire il rubinetto!
Dizionari e libri rari
consultai per decifrare,
per risolver le incrociate
e il messaggio tutto cifrato!
In soccorso mi venne la Lidia
Lanzarini, che gettata l’accidia
– c’eravam visti la sera prima
per una cena con la rima –
mi lasciò in segreteria
d’aver scoperto la giusta via!
Circa le undici eran di sera
quando curioso più d’una pettegola
cominciai la chiacchierata
con la Lidia, tanto impegnata
nel rispondermi ai quesiti,
che parlava quanto dieci preti!
Dopo oltre trentanove minuti
mi scapparno due tre sternuti
e con le orecchie infuocate
svelto la Lidia ringraziai.
Poi mi misi nella cultura
e cercai dentro la madia,
in cantina negli scatoloni
dove tengo i libri buoni,
in campagna ai Prati di Caprara
da mia zia donna preclara,
per trovare un alfabeto
che rassomigliasse al quasi greco
adoperato nella Vaccamatta
dal furbetto che sta in camuffa.
Guarda e cerca quando eureka,
bevuta adagio una ciofeca,
al computer io pensai
e a quelli dell’Enel lo attaccai!
Dentro a un mucchio di carabàttole
dopo Word, File e Caratteri
giunto in Symbol mi fu chiaro
che avevo trovato la soluzione:
“Al vespro del 19 maggio,
quando s’avvicina l’ultimo raggio,
Colui arriva mentre passa,
davanti alla Madonna Grassa,
di San Luca la Madonna
che porta pioggia ed aria buona!”
E alla Lidia Lanzarini,
maestra di bimbi grandi e piccini,
che del greco ebbe l’idea
c’è da farle… un’epopea!
Quando fu venerdì 18 maggio
mi sentivo matto come un setaccio:
buona nuova, io pensai,
perché certo, avrei giurato,
l’Ebdromedario è arrivato!
Giù nella posta andai di volata
e in una busta paglierina
c’era il “Foglio” di carta fine,
ma nella pagina seconda
non c’era neanche un’onda
del messaggio tutto cifrato
che io aspettavo! Ed irritato
l’indomani sera in Saragozza
dinanzi alla Madonna Grassa
dritto agitato sarei andato
per incontrare… l’Innominato!
Mai dir gatto se non l’hai nel sacco,
e il progetto andò a catafascio,
perché il sabato la mia amorosa,
che io filo per averla sposa
fin da quando fummo in America
dentro a Disney in teleferica,
la mia amorosa quando mi vide
bionda e secca comandò:
“Al Salone del Pesce Azzurro,
muoviti, svelto, che non è più presto!”
A quel punto mi fu impossibile
conoscere quell’Essere Invisibile
http://Beam.to/
vacamatta – che sono più di due? –
che in bolognese sta sornione
e lo metterei “su per la salita”,
che discorre di Bonzi e Bianconi
come di Ruffini, Pezzoli e Zamboni
della battaglia del Primaro
di Luigi Longhi il marinaro,
delle “spezie” di Nino Marchetti
o di Cervellati nostro architetto;
poi di Nasìca detto Majani
come d’Ermete, Testoni e Oriani,
di Gandolfi che aveva il Corso
e della Flavia di via dell’Orso.
Del teatro per il dialetto
Colui ci fa un triste magro quadretto;
della pronuncia di certi attori,
dei capocomici e degli autori,
Colui ce ne dice di tutti i colori:
siamo proprio rimasti al buio!
Un macellaio o un capostazione,
Gianni o Angelo, quel “Perdigiorno”,
Adri o Elio il “Villanello”:
ma chi è questo “Prendingiro”?
È Carpani cantante baggiano,
o è Tino barzelletta in mano?
Forse è Sandro oppur Vitali,
o è un tipo di S. Ruffillo?
Ma se fosse Lepri Luigino
Colui che ha il lapis birichino?
Oh! c’è un grasso tordo che urla e zirla,
dunque qui è or di finirla!
Certo ci sono degli altri scrittori
in bolognese, sull’imbrunire,
ma ciò che vale è avere una vita,
col computer su in soffitta
o naso per aria in strada Maggiore,
in dialetto e con dell’amore!
Poi di Budrio in Piazza bella
toc e dai la zirudella!
 

Sandro Sermenghi

Published in: on febbraio 10, 2012 at 07:10  Comments (2)  
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Me chiamo Spread

Me chiamo Spread…Sto a ffavve cacà sotto…
Io sò er Primula Rossa de oggiggiorno
che mó ce sto…sparisco…e a l’improviso
ve zompo addosso e ve fo strigne er mazzo.

Nun è pe ddì…ma quanno arivo io,
pòi èsse ricco, anzi, un gran nabbabbo,
ma si li conti nun ce l’hai a posto,
te faccio prima diventà de ghiaccio,
cor viso bianco peggio de un lenzòlo,
e poi n po’ sur violetto…rosso…blu…
poi bianco n’antra vòrta e senza fiato,
co er rischio che te pija er coccolone.

Ve metto tutti quanti a pecorone,
ve pijo a schiaffi, ve riduco a pezzi,
ve fo sgonfià la tronfia che ciavete,
ve posso fà zompà lo Stato intero,
perché m’avete sottovalutato:
nun me ve sete proprio mai filato,
e invece èccome qua, che…nun ve piacio?
Ma infino a mmó…nun me ce credevate…
Sperperavate tutte le ricchezze
convinti de la bècera certezza
che nisuno…ve se poteva fà…
E mó…io me ve faccio, sissignori!
Così imparate a vive a na magnera
più adatta….senza fà li spennaccioni,
e accontentannove – che n v’ariempite mai,
sti pozzi senza fonno! – Mó, giù ar fonno
ce state e ce restate, e ricacate
li sòrdi che ve sete strafogati!
Corpa…nun corpa… Chi ‘n ce ll’ha sta corpa,
che se la vada a pijàssela co chi
la corpa sua, avoja, si cell’ha!…

E nun sto a ddì sortanto a chi a rubbato!…
ma puro a ognuno che pe avé er potere,
ha rigalato!…Ha spalancato porte…!
Ha fatto carte farze…ha inciuciato…
ha chiuso l’occhi…firma subbapparti,
strapaga co li sòrdi che la ggente
ha sparambiato in anni e anni e anni,
e a chi, ‘nvece de fà da sé le còse,
le deve falle fà a li Professori,
che allora, llà, che cacchio ce sta a ffà,
si poi er risurtato è questo qua?

Armando Bettozzi