Futura

Chissà chissà domani
su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare
e alzare la testa
non esser così seria, rimani
I russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà Futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
che si arriva alla luna, si la luna
ma non è bella come te questa luna
è una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco, più su
guida tu che sono stanco, più su
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
son sicuro che c’e’ il sole
ma che sole è un cappello di ghiaccio
questo sole è una catena di ferro
senza amore, amore, amore, amore.
Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani

LUCIO DALLA

L’uomo nasce figlio di molte madri

che sia nel grembo protetto o al seno della madre attaccato
un imbranato che corre dietro la sottana della prima ragazza  
o dalle labbra di un bacio appeso.
che sia confuso davanti ad un altare scambiando le fedi e promesse
d’amore e tuttavia felice
o diventato padre si commuove mentre tra le braccia tiene un figlio suo

o al matrimonio di una figlia, affidandola ad un uomo che non sia lui
o settantenne magari che alla moglie borbotta le stessi frasi di una vita;
sposarti è stato la mia condanna; il caffè è pronto? la camicia stirata?
per poi prenderla dolcemente per mano mentre con lei passeggia e
dirle in silenzio guardandola che perderla sarebbe peggio di morire

egli rimane sempre un bambino.
è il bambino di tutte le donne della sua vita.

che si atteggi da strafigo facendo lo stupido con le altre
di aspetto colto e sicuro di uno in carriera o raffinato e gentile
d’altri tempi cavaliere
o uno di quelli che credono di poter tutto che giocano con altrui destini
a testa o croce.
che sia un poveraccio con il cuore nella mano e un sogno nel petto
che offre poesia e petali sbiaditi di rose finte
o il bastardo di turno uno come tanti che lascia il segno,  di chi  non ci si
può scordare

è uomo se tale soprattutto e spesso soltanto
dinnanzi a se stesso.

la fama, il potere, la forza, la ricchezza, nulla contano se poi
non raggiungono la fine prefissa, il vero intento;
conquistare lei che tutto possiede – la donna interamente, almeno
una sola volta –

non il suo corpo caldo, seducente, desiderato, abusato,
stuprato più volte da se stessa anche, né il suo cuore ferito,
spezzato, amato, donato, venduto persino da alcune

ma la mente sua
che genesi è di tutte le cose, caos e ordine, oblio e vita,
fonte di guerre e meraviglie

la mente di colei ch’è sempre in fuga di mistero in mistero
e tuttavia ferma
– perché figlia anche lei di quella imperfezione
che rende umani –
prigioniera a sua volta dell’inganno sottile della vita.

Anileda Xeka

Due bionde in quadriglia


DÅU BIÅNNDI IN QUADRÉGGLIA

Zirudèla dal cuncåurs
d Fón d Arzlè che cómm un åurs
mé ai córr drî da tant ed chi ân
tgnànd un can strécc int la man
e una quâja int la bisâca
ch’l’à la rémma ch’la s intâca.
Mäntr i cachi i én anc dûr
i pondôr i én bî madûr
acsé ai mâgn int la scudèla
con zivålla e pinpinèla
ala sîra e un spîguel d âi
ch’fécca vî tótt i mî guâi.
Int st’estèd andé in Etrûria
a magnèr un pôc d angûria
e pò a tôls un aparàcc’
par vulèr a Casalàcc’
dóvv cuntänt cme un ragazòl
a fé al bâgn col mî lusgnôl.
In Piazôla andé a nasèr
äl zangâtel da cunprèr
e lé a vdé un vèc’ cunpâgn
ch’l alenèva un zåuven râgn
par ciapèr måssc e zinzèl
da rumghèr cómm un vidèl.
Ed pasâg’ da Zänt ed Bûdri
a incuntré dåu biåndi lûdri
ónna zòpa e cl’ètra guêrza
la stanèla tótta lêrza
ch’i biasèven gréll in grégglia
pò i balèven la quadrégglia.
Mî anvudén l’avèva stémma
dal sô nòn in zàirca ed rémma
e al conpiùter mé a pistèva
nòt e dé, e a m insugnèva
la gudûria dla Vitòria
par spasèrmla con la Glòria.
Dåpp cafà e un’arsintè
stamaténna apanna ds
– stlè Snischèlc al s n é andè vî! –
mé, stra crônaca e poesî,
i én dîs ân ed “Fón in Fèsta”
che pr un mais a m spâc la tèsta!
A vdrò zért un mócc’ d amîg
ch’srà un piasair al stèri sîg:
Pèvel, “Faust” e bèl Gigén
a bvarän dsdòt lîtr ed vén
pò inbarièg flîz in barèla
toc e dai la zirudèla!

§

Zirudella del concorso
di Funo d’Argelato che come un orso
io rincorro da tanti anni
tenendo un cane stretto in mano
ed in tasca una quaglia
che ha la rima che tartaglia.
Mentre i cachi sono ancora duri
i pomodori sono belli maturi
così li mangio in una scodella
con cipolla e pimpinella
alla sera e uno spicchio d’aglio
che scaccia via ogni mio guaio.
Questa estate andai in Etruria
a mangiare un po’ d’anguria
e poi presi un apparecchio
per volare a Casalecchio
dove contento come un ragazzuolo
feci il bagno col mio usignolo.
In Piazzola andai a annusare
le cianfrusaglie da comprare
e lì vidi un vecchio compagno
che allenava un giovin ragno
per acchiappare mosche e zanzare
da ruminare come un vitello.
Di passaggio da Cento di Budrio
incontrai due bionde ingorde
una zoppa e l’altra guercia
la sottana tutta lercia
che masticavano grilli in griglia
poi ballavano la quadriglia.
Mio nipote aveva stima
di suo nonno in cerca di rima
e al computer io pestavo
giorno e notte, e mi sognavo
la goduria della Vittoria
per spassarmela con la Gloria.
Dopo caffè e una risciacquata
stamattina appena svegliato
– Siniscalco spezzato se n’è andato via! –
io, tra cronaca e poesia,
son dieci anni di “Funo in Festa”
che per un mese mi spacco la testa!
Vedrò certo un mucchio d’amici
che sarà un piacere stargli insieme:
Gianpaolo, “Faust” e bel Luigi
di vino berremo diciotto litri
poi ubriachi felici in barella
toc e dai la zirudella!

Sandro Sermenghi

Il poeta meccanico

E il meccanico
fa il poeta
quando chiude l’officina,
tra le mani il foglio
di unto e catena
e di notte scrive
preghiere per la Dora,
di fiori e davanzali i suoi regali
quando lei passa con la bici
e mostra la sottana
e tutto quel che ha sotto all’aria,
le gambe sotto il lampione
lucciole e lampone,
anche la pioggia le somiglia,
ha pelle di vaniglia
e quando è distesa
pare neve caduta sul mare.
Le scale le terrazze
le rondini sanno di te
oh, mia Dora,
femmina dai cento cuori
ferma e chiara come aurora.
E sogna il meccanico
che un giorno
una voce di donna
canti la brina
l’erba la casa
il mosto in cantina.
Che possa sapere di Dora
anche la strada antica
quella che i vecchi
conoscono di sera la solitudine
di non aver fianchi da stringere
e seni da baciare
e dentro il letto
stendendo poi le gambe
a trovar compagnia
di prato e glicine
e la rosa nuda
tutta da scaldare.

barche di carta

Era era Frine?


Ti ho intravisto le tette
e ho annusato l’afrore
del tuo astuto sudore;
non m’interessa un ette
se tu eri anche sudicia,
perché fra la camicia
vedevo i tuoi capezzoli
eletti quai corbezzoli
etnei da mordicchiare.
Oh il sangue, se ardeva in vene!
Sì che il turgore del bene,
che s’iniziava a esaltare,
tosto faceva aumentare
sana una brama sensuale;
lo struggimento era tale
che sotto le mutandine
immaginavo, Era Frine,
flavo della porta il vello:
e mi rodeva il cervello!
Strapparti la sottana
e averti in bolognese
poi subito all’indiana,
era per me impellente;
volevo tanto amarti,
e con l’alato arnese
in foga penetrarti,
ché pur s’eri fetente
scottava il vagheggiare.
Ma ehimè mi sono accorto
che avevo sol sognato!
E sveglio, a sogno morto,
mi ritrovai sudato!

Sandro Sermenghi