Proiezioni

Il parto che inizia il cammino
passando attraverso
la cruna del tunnel
si accende di lune
riflessi
di lotte coi sassi
fino al mare
dove si svolge il filo,
rifluisce
prima di sboccare
in delta di memorie
le correnti ammansite dal ristagno
seguono i battiti dell’orologio
col cuore vulnerabile,
il delirio non ride
a spettatori che applaudivano
ed acque di fanghiglia
della micidiale indifferenza
emergono dal fondo.
Chi ha coltivato fiori
oltre recinto
campagne fiorite rincorre
la sponda nebbiosa vede il sole
non bolle di rancore senza onda

Giuseppe Stracuzzi

Cuore in gola

CÔR IN GÅULA

Métt al chès che
ai sbutéss amåur
dal’incånter stra dû umàn,
suzéder i pôlen
di fât stran.
E di cunpurtamént
che int la vétta,
spetadûr,
sänper a se dscuré sgnànd a dîd
chi vlèva bän sinzeramänt,
pasionalmänt,
a s’in dvanta finalmänt
lébber intérpret,
atûr,
mât spachè, se al séruv,
mo vîv brisa teledipendént,
col côr in gåula
e al pensîr ch’al våula!

§

Casomai
sbottasse amore
dall’incontro fra due umani,
succeder possono
dei fatti strani.
E dei comportamenti
che nella vita,
spettatori,
sempre si parlò additando
chi amava sinceramente,
passionalmente,
se ne diviene finalmente
liberi interpreti,
attori,
pazzi da legare, se occorre,
ma vivi non teledipendenti,
col cuore in gola
ed il pensier che vola!

Sandro Sermenghi

PAOLO E FRANCESCA (alla maniera di Sandrèn)

Quale migliore occasione, nel giorno di San Valentino, per parlare di due tra gli amanti più famosi della letteratura? Il nostro Sandrèn ci offre la sua versione dell’immortale vicenda di Paolo e Francesca, e lo fà alla sua maniera, nelle tre lingue sicuramente…più adatte! Buona lettura, amici!

§

Dante, nei versi dal 73 al 142 del V canto dell’Inferno, narra la tragica fine dell’amore fra Francesca da Rimini e Paolo, uccisi dal geloso Gianciotto per un fuggevole bacio non premeditato. L’unità affettiva dei due amanti è tale che, sebbene Francesca sia l’unica a parlare, si comprende che da lei “esce” anche la voce di Paolo: Dante, travolto dalla commozione, sviene. Jacqueline Risset, per le Edizioni Flammarion 1985, ha tradotto la Divina Commedia in francese. Paolo, finora, ha solo pianto; per equità, dopo tanto silenzio, qui si tenta di dargli voce, ben due volte ma in due distinti secoli, usando un linguaggio misto italo/franco/bolognese:


PAUL ET FRANÇOISE EN 1300

Voce vo’ dare a Paolo lussurioso
ché Dante il fé tacer, l’ignominioso:

“Noi s’era di lignaggio, di casato,
e il tempo trascorreva un po’ annoiato,
j’avais beaucoup des femmes, livres et d’argent,
mon cœur toujours fut plus que très gentil:
mé mai psèva pensèr ed fèrum vîl
e andèva par campagna fra i paysans.
Fut alors que nous lisions par agrément
cal lîber, che l’amåur vgné prepotänt,
mo sfîga såul un bès ai fó fra ed nô:
je le jure, beaucoup tremblant, sans le soupçon!
Pò ai sons, Caién, mon frère ch’al s’amazé,
ensemble, moi et la belle bouche, lé par lé!
Io mai potei capir perché l’amore
che arieggia, oltre ai polmoni, milza e core
me prit fort de la douceur de celle-ci
et après à mort unique nous a conduits!”
Dunque cotal parlò l’innamorato
e vòltosi all’indietro, assetato,
basciò la sua Francesca e via col vento,
si ascóser fra una nube mento a mento!

§

PÈVEL  E  FRANZASCA  DAL  2000

La vétta dal daumélla che tutto appiattisce,
ricchezze donne, consommations vices, il cosmo,
la tv… che nójja! am lamintèva avec l’ami Paul.
Mo truvaròja mâi la dòna dla mî vétta ? E ló,
marquis avec trois balles, mi diceva d’insésster
parché, peut être, prémma o pò, as sà che:
“Se chè§o ai §butéss amåur
dal incånter stra dû umàn,
suzéder i pôlen
di fât stran.
E di cunpurtamènt
che int la vétta,
spetadûr,
sänper a se dscurré aditànd
chi amèva sinzeramänt,
pasionalmänt,
as in dvanta finalmänt
lébber intérpret,
atûr,
mât spachè se al sêruv,
mo vîv bri§a teledipendént,
col côr in gåula
e al pensîr ch’al våula!”

§

PAOLO E FRANCESCA NEL 2000

La vita del duemila che tutto appiattisce,
ricchezze donne,  consumi vizi, il cosmo,
la tv… che noia! mi lamentavo con l’amico Paolo.
Ma troverò mai la donna della mia vita? E lui,
marchese con tre palle, mi diceva d’insistere
perché, può darsi, prima o poi, si sa che:
“ Se per caso sbottasse amore
dall’incontro fra due umani,
succedere possono
fatti strani.
E di comportamenti
che nella vita,
spettatori,
sempre si discorse additando
chi amava sinceramente,
passionalmente,
se ne diventa finalmente
liberi interpreti,
attori,
matti spaccati se serve,
ma vivi non teledipendenti,
col cuore in gola
e il pensier che vola!”

Sandro Sermenghi

Povera vittima

Alla corte dei miracoli
genuflessi in permanenza
già son pronti a mascherare
le sue nuove marachelle
ben sapendo che alla denuncia
d’un complotto ben servito
qualche cristo abboccherà.

Ci sono i cani da guardoni
come Augusto Minzolino
che nasconde tutto quanto;
c’è chi fabbrica veleni
c’è chi dice sono uguali
c’è chi dice non è vero
chi si assolve anche da solo.

Lui si assolve nel suo teatro
di fronte a tanti spettatori
sempre pronti sempre attenti
alle soap televisive.
Poi ci sono le sue reti
tante feste, tante veline
tutte brave signorine.

Gli italiani creduloni
sempre pronti per un capo
burattini inconsapevoli
che si formano opinioni
col giornale dello sport
e tg confezionati,
e non sanno d’esser usati.

Siamo tutti furbacchioni
non capiamo un accidente
siamo fichi, siamo dritti
ci fidiamo ciecamente
di chi blatera idiozie
fa i suoi comodi bavosi
e ci tiene anche agli applausi.

Lorenzo Poggi

Crepuscolo

Contorni lievi sfumati
di monti imbrattati di neve
adorni di vena rosata.
Tutto assorbe silenzio,
magia
colori si prendono
si abbracciano
si fondono
come disperati amanti
esplodono di passione.
Groviglio estatico
di porpora e oro.
Neri gli alberi sullo sfondo
umili spettatori di quell’incanto.
Il buio, ignaro,
inghiotte ricopre.
Le case si accendono
fiaccole miscredenti
di un miracolo avvenuto.

astrofelia franca donà

Sospeso nella bruma

che partorisce dagli asfalti freddi,
prendo a passi lenti il panorama,
l’alba sorprende
passeggeri spediti senza tempo
giornali accartocciati nelle mani,
qualche balcone sveglio,
l’abbaio che dilaga nei carruggi,
allineate lune
su frappe delle tane
di buon mattino a giro di lavoro,
sbadiglia il mercatino,
una traversa guarda l’altra strada
macchinando il trasloco a primo intoppo
come un discorso chiuso dietro grate…
S’alza su greto in rapidi risvolti
il sole e inventa ninfee nello stagno,
attraversa il deserto sullo sfondo
dell’ape producente
con facoltà di pungere,
malvisto fuco innocuo
senza diritto a vivere,
come indirizzo a spettatori attenti
sulle strade.

Giuseppe Stracuzzi

Nei giardini che nessuno sa

Senti quella pelle ruvida.
Un gran freddo dentro l’anima,
fa fatica anche una lacrima a scendere giù.
Troppe attese dietro l’angolo,
gioie che non ti appartengono.
Questo tempo inconciliabile gioca contro te.
Ecco come si finisce poi,
inchiodati a una finestra noi,
spettatori malinconici,
di felicità impossibili…
Tanti viaggi rimandati e già,
valigie vuote da un’eternità…
Quel dolore che non sai cos’è,
solo lui non ti abbandonerà mai, oh mai!
E’ un rifugio quel malessere,
troppa fretta in quel tuo crescere.
Non si fanno più miracoli,
adesso non più.
Non dar retta a quelle bambole.
Non toccare quelle pillole.
Quella suora ha un bel carattere,
ci sa fare con le anime.
Ti darei gli occhi miei,
per vedere ciò che non vedi.
L’energia, l’allegria,
per strapparti ancora sorrisi.
Dirti si, sempre si,
e riuscire a farti volare,
dove vuoi, dove sai,
senza più quei pesi sul cuore.
Nasconderti le nuvole,
quell’inverno che ti fa male.
Curarti le ferite e poi,
qualche dente in più per mangiare.
E poi vederti ridere,
e poi vederti correre ancora.
Dimentica, c’è chi dimentica
Distrattamente un fiore una domenica
E poi… silenzi. E poi silenzi.
Nei giardini che nessuno sa
Si respira l’inutilità.
C’è rispetto grande pulizia,
è quasi follia.
Non sai come è bello stringerti,
ritrovarsi qui a difenderti,
e vestirti e pettinarti si.
E sussurrarti non arrenderti
nei giardini che nessuno sa,
quanta vita si trascina qua,
solo acciacchi, piccole anemie.
Siamo niente senza fantasie.
Sorreggili, aiutali,
ti prego non lasciarli cadere.
Esili, fragili,
non negargli un po’ del tuo amore.
Stelle che ora tacciono,
ma daranno un segno a quel cielo.
Gli uomini non brillano
Se non sono stelle anche loro.
Mani che ora tremano,
perché il vento soffia più forte…
non lasciarli adesso no.
Che non li sorprenda la morte.
Siamo noi gli inabili,
che pure avendo a volte non diamo.
Dimentica, c’è chi dimentica,
distrattamente un fiore una domenica
e poi silenzi. E poi silenzi…

RENATO ZERO (musica di Danilo Riccardi)


Un granello di luce

stava sospeso
tra pareti strette
e l’orizzonte apodittico,
vedeva:
un interminabile deserto
solcato da navi pirata
e naufraghi nidi d’innocenti,
i giganti nebbiosi
in cima al monte e nelle valli
vicoli tortuosi
brulicanti di briciole scugnizzi
come domani vuoto…
c’erano uccelli neri
con le cavie nel becco,
strappavano i brandelli
alla natura…
c’erano spettatori,
campi intensi
come fiori di spiga
oltrepensiero
sommersi dalle glume,
e c’era il sole
dietro nuvole grigie…
Rifletteva!

Giuseppe Stracuzzi