Per un tuo inaspettato

 
Ed accecante sorriso
Avrei scordato
In qualche angolo del cuore
Ogni altra cosa.
Ho imparato
Non certo dal nostro mondo
Improbabile
Quello che non accade.
Rimpianto
E’ un errore di calcolo
Non cresce la spiga,
il papavero, né il grappolo.
E’ altro il Suo dono.

Danila Oppio

Published in: on luglio 14, 2012 at 07:47  Comments (2)  
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Le coccinelle sul filo di grano

Dietro ogni spiga del grano dorato
nascosta è una virgola di cielo.
Scorre sullo stelo,
il passo frettoloso
di gialle coccinelle in fila indiana.

S’arrampicano e giungono su in cima
una dietro l’altra, ordinate.
Sorprese e incantate,
lo guardano, quel sole,
come lì giunto fosse solo allora,

nascosto, prima, dal bosco ombroso e fitto
di gambi lunghi e snelli.

Per nulla impensierite dal tragitto,
sotto le elitre preziose d’arte,
le alette tenerelle
ardon per la voglia di tuffarsi
là dove ancora dormono le stelle,
e avvicinar la fonte incandescente
nel fuoco azzurro, come uccelli in volo.

Fan come la chimera speranzosa
fa, salendo come fumo d’incenso
nel grande spazio della cattedrale:
sale fine colonna e sempre più
si spande e riempie il vuoto
e l’improfuma,
e va a lambire
i vetri colorati dove il sole
entra col raggio polveroso e pare
del ciel la grazia e la benedizione.

Armando Bettozzi

L’umore del tempo

Il sentiero è una spiga di grano
con i chicchi a far da selciato
e le voci dei passi attutiti.

E’ un cammino sofferto e passato
stretto tra mura di pianto,
pane amaro per andare avanti.

Sale forte il rumore del mare
dal cancello in fondo alla strada.
Se lo apri entri nel cielo
a cercare orizzonti schizzati per caso.

Il mare è la schiena d’un toro che corre
e prende a cornate gli ultimi scogli.

Lorenzo Poggi

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Storia di dodici mesi

Dice gennaio: chiudete quell’ uscio!
Dice febbraio: io sto nel mio guscio!
Marzo apre un occhio e inventa i colori
Aprile copre ogni prato di fiori.
Maggio ti porge la rosa più bella
Giugno ha in pugno una spiga e una stella.
Luglio si beve il ruscello in un fiato
Sonnecchia agosto all’ombra sdraiato.
Settembre morde le uve violette
Più saggio ottobre nel tino le mette.
Novembre fa di ogni sterpo fascina
Dicembre verso il Presepe cammina.

Sandro Sermenghi

Agli orti

 
Era qui che volevo ritornare
qui fra questi orti, a incontrare i poeti
e insieme rinverdire la poesia
in pochi ormai a frugare i ricordi.
Se chiudo gli occhi, tutti vi rivedo
amici cari, compagni di-versi
e tra tutti un sorriso ed una voce:
“Sarò la spiga, sarò la danza e il canto”
Qui fra i radicchi, i gatti e i pomodori
risuonavano i cori,  e le risate
fuori dal cerchio delle barzellette;
qui sbocciavan germogli di parole
tenere, dolci, piccanti oppure amare
bouquets di versi più o meno pensati
comunque belli, pur se improvvisati.
Poesie come bolle colorate
catturate dal vento e forse ancora
nascoste qui, tra i cespi di lattuga
o rimaste fra gli alberi impigliate;
è così che mi piace immaginarle
leggére, ma indelebili, e ascoltate
forse dagli angeli.
Sì, era qui che volevo ritornare
coi poeti di oggi e quelli di ieri
ancora stretti in un cerchio d’amore.

Viviana Santandrea

Dammi la mano

DAME LA MANO

Dame la mano y danzaremos;
dame la mano y me amarás.
Como una sola flor seremos,
como una flor, y nada más…

El mismo verso cantaremos,
al mismo paso bailarás.
Como una espiga ondularemos,
como una espiga, y nada más.

Te llamas Rosa y yo Esperanza;
pero tu nombre olvidarás,
porque seremos una danza
en la colina y nada más…

§

Dammi la mano e danzeremo

dammi la mano e mi amerai

come un solo fior saremo

come un solo fiore e niente più.

Lo stesso verso canteremo

con lo stesso passo ballerai.

Come una spiga onduleremo

come una spiga e niente più.

Ti chiami Rosa ed io Speranza

però il tuo nome dimenticherai

perché saremo una danza

sulla collina e niente più.

GABRIELA MISTRAL

Published in: on aprile 23, 2011 at 07:30  Comments (2)  
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Un granello di luce

stava sospeso
tra pareti strette
e l’orizzonte apodittico,
vedeva:
un interminabile deserto
solcato da navi pirata
e naufraghi nidi d’innocenti,
i giganti nebbiosi
in cima al monte e nelle valli
vicoli tortuosi
brulicanti di briciole scugnizzi
come domani vuoto…
c’erano uccelli neri
con le cavie nel becco,
strappavano i brandelli
alla natura…
c’erano spettatori,
campi intensi
come fiori di spiga
oltrepensiero
sommersi dalle glume,
e c’era il sole
dietro nuvole grigie…
Rifletteva!

Giuseppe Stracuzzi

Emigranti

Nel nero della notte
il giallo del sole
l’oro della spiga di grano

lavoro, l’aratro e i solchi
fumo di officina e ritmo
di passi affrettati

chi parte, chi arriva
treno che attende

valigie gonfie di lacrime
ricordi a fare compagnia

Maristella Angeli

Published in: on maggio 14, 2010 at 07:22  Comments (6)  
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Dove sono le tue poesie capitano?

Dove sono le tue poesie capitano?
Dove sono finite?
Sono andate con i baci
per le strade
a raccogliere i fiori sparsi
delle processioni,
sono andate via con la paura
delle notti insonni,
hanno preso valigie e treni
su binari morti,
sono andate a cercare una donna
che canta canzoni di guerra e partigiani,
la donna degli argini
che ha bocca di spiga e arancia,
sono andate al fiume
a veder la pelle della luna
scorticarsi nell’acqua,
sono venute a sentire il sangue
che mi scorre nelle vene
quando mi parli d’amore,
quando il ramo del tuo salice
sale la fredda corrente.
Oh capitano, mio capitano!
Io vedo un ponte laggiù in fondo,
sì lo vedo,
un ponte di una città
a unire le nostre sponde.
Lo vedi tu?
Pare Genova o Napoli
quando le navi gridano dolore
e forestieri nudi hanno sete
di casa e Africa,
e io piango i bambini
dalla pelle scura,
piango i bambini
di tutto il mondo
e le tue poesie
mi scavano le ossa,
sì, le tue poesie seminate
nei campi grigi
di questa terra malata.
Oh capitano, mio capitano!

barche di carta