Ci sentiamo domani

e le parole
che faresti uscire
galoppano in gola
tirano le corde
e s’azzuffano
poi passano
tamburellando
il piloro
gonfiano stomaco
e ventre
poi si chetano lì
e tu le senti
più dolci e amiche
per domani.

Tinti Baldini

Published in: on giugno 18, 2012 at 07:18  Comments (14)  
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Quelli della domenica

Quella mano da suppliche tesa,
con pena che dentro lo chiama,
proprio là, dirimpetto alla chiesa,
ha, Cristo, risposta assai grama.

Insensibili passano e vanno
nemmeno guardandosi intorno,
il tuo verbo nel cuore non hanno:
ipocriti anche in quel giorno.

Nello stomaco tanta la fame
da vincere tutti gli indugi,
ma le facce di bronzo e di rame
non lasciano aperti pertugi.

Con sorrisi di miele, tra loro
si ammiccano in rapidi sguardi:
quelli tengono solo al decoro.
Li vedi? O Cristo! Li guardi?

Silvano Conti

Ancora quasi amore

 
 
Ora tutto quello che resta da fare
È ricominciare
Darsi morsi baciarsi sulla bocca
E via nel vento
Come foglie o nascondersi
Come un gioco di bambini.
Quello che siamo stati un tempo non lo saremo più
Perfino la voglia di bere è cambiata
Il modo di girarsi o quello di specchiarsi nelle vetrine
Col gioco di non trovarsi mai
E poi all’improvviso la sorpresa
Di sentirsi di nuovo quel vuoto
Nello stomaco che era amore
E fiato perso nel  freddo di Gennaio
Quando ci unimmo in un abbraccio
Che ancora dura più lento.

Maria Attanasio

Published in: on luglio 29, 2011 at 07:46  Comments (6)  
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Ho sentito quadri

strapparmi il cuore
pieghe nella tela tesa
profonde come crepe
riflessi accecanti
e un pianto
che ho riconosciuto
un chiodo al punto giusto
un nodo
che dello stomaco
possedeva la fame
ma non il nutrimento

ma le sue braccia
erano forti
e ciò che sembrava
preda del vento
stava invece danzando
in un vuoto
senza ostacoli
consolandosi
nell’unicità
del suo dolore

Nicole Marchesin

Lontano…


Lontano da brividi e bruciature
lo stomaco che non resiste
il cuore in fibrillazione
come uno che ha paura
e continuamente si gira
per guardarsi le spalle
salvarsi la pelle
un minuto ancora di vita felice
povera e goduta.

Lontano da me che sono
mio nemico mi sono fatto croce e chiodi
della mia sconfitta senza fede
e senza resistenza alle intemperie
ho creduto di essere vento
e poter ritornare come tempesta
sul mio stesso male.

Lontano ma dentro
tutte le cose io sento vibrare
la voce dei vivi e la memoria dei morti
io sono il fiato nella corsa
dell’alce scampato all’imbecillità
del cacciatore
vado più veloce del piombo
del passato fattosi fucile
per colpirmi di colpe nemmeno pensate
divento il sospetto ed il ragionevole dubbio
di questo tempo dove non c’è più scampo
solo per chi resta vittima
della follia di un attimo.
Lontano dove nessuna luce è cattiva
dispongo le mie carte migliori
e mi gioco la vita
pur di essere ancora viva.

Maria Attanasio

Non conosco dei poeti il sentire

della penna che affonda nell’inchiostro,
la sorgente delle parole scritte
su pezzi di carta prendono forma
ti parlano, sorridono e piangono
o artigli ti piantano nella carne
squartandoti
come gli avvoltoi la preda

Né ulular loro comprendo, di paura
e sdegno e perdono, fuggir del cervo
nei boschi di pini tra rami di spine
della luce, lo strascico.

Potessi voltarmi in ciò che dico
e scrivo, mi chiamerei poeta anch’io
se in quel vuoto che mi divora
lo stomaco
m’emoziona se ancora una volta
quel grido o cenno gentile
che più non afferro e conosco
la finestra di un attimo serrata prima
ch’io spalanchi le pupille

No! Non sono un poeta , la parola
alla mia carne è straniera
e le mani non toccano l’anima
ucciderla o accarezzarla
più non mia –

per questo scrivo,
per il mio non essere poeta
per potermi seppellire l’anima prima
che mi seppellisca la parola .

Anileda Xeka

Messaggio

Nessuno ci ama come vorremmo
nessuno ci ascolta come vorremmo
neppure noi stessi ci amiamo come vorremmo
e neanche ci ascoltiamo
se ci amassimo, capiremmo
di vomitare i nostri inconsci
intrappolati nel tessuto della vita
scriveremmo su fogli, pensieri e sfoghi
mirando nel bianco parole d’inchiostro

parole senza senso, senza un perchè
per gridare dissapori
per parlare dolcemente
per far si che ci siamo
liberarle dallo stretto
stanno così strette nello stomaco
da farci male
male da morire

diamogli il volo
e quando cadranno sul foglio
sbalzeranno all’impazzata
echeggiando irruenti
come la pioggia sul viso
e solo allora
sentiremo il rimbombo di noi stessi.

Rosy Giglio

Parole straniere

ho  parole straniere in punta di lingua.
un nodo stretto allo stomaco. se non ti parlo;
è perché ti ho detto più di quanto saprei dirti.
con fili di silenzio ti ho disegnato:
il lungo travaglio della mente che ti partorisce
ogni quando mi manchi. ti fai sospiro. e tormento.
per troppe braccia allungate invano. troppi occhi
lanciati all’orizzonte. del tuo divenir sostanza.
ad ogni costo.

Anileda Xeka

Published in: on giugno 29, 2010 at 07:12  Comments (3)  
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Fratello

Ci porta, il vento, serafiche imposture:
montagne così brevi di mano
che noialtri, ci sembra d’esser stati su un treno
nottetempo
dormiti come certi soldati senza odio
tra le città che cambia il dialetto
stesse madri
sull’uscio con le scagne di paglia.

Certe nebbie
ormai ce le raccontano i padri
dì, fratello
te le ricordi quelle serate appiccicose?
Sembrava che le strade spugnassero i colori
e come barche a melma di prora
poi s’andava
a sparigliarsi giacca e gambali.
Siamo terra, ce lo ricorda il modo
con cui affrontiamo il passo
la meraviglia dentro negli occhi
a un campo arato,
il gusto di tenere dell’erba tra le mani.

Ma siamo tutta terra viaggiante
siamo mare
lo stomaco che prende difetto
siamo umore; due mani aperte a tutto che viene.
Si, fratello
dovessimo affrontare una scena a muso duro
tu tireresti come quel vecchio
e io quel pesce;
il gioco della vita e la morte
una balera
un pianto o una giornata di scuola.
E poi, più niente.
Terrazze, forse, dove scaldarci ossa e pane
guardare le bagnanti tornare
e farci belli.

Massimo Botturi

Inimaźinâbil Caranvèl 2010

O mî bî poêta dal Cantîr,
guè! arî da ruzlèr źå pr’äl schèl
quand a turnarà…al caranvèl!

Scadnèrev, fèr śbòcia mascherè,
scavalchèr tótti quanti äl ramè,
pò inpastand tajadèl só al tulîr
un cicàtt d rusòli savurîr!

E magnand na gamèla ed turtî,
stra cudghén e insalè, cantè! bvî!
scrivî poeśî in bulgnaiś al fnistrén!
Pò biasè śvélt sfrâpel col zriśén,
ventetrai quai con pió d un cretén
e sóppa inglaiśa insàmm a un indvén!

A ste pónt, cagiaràtt cuntintè,
al trésst melòc’ arî dè cumiè
e con sî tarscón par cunpagnî
la lôrgna l’andrà vî anca lî!

E l inimaźinâbil Caranvèl
al continuarà a tstimugnèr
al gósst dla źant par la libertè
che lavurand la s l é concuistè!

§


INIMMAGINABILE CARNEVALE 2010

O miei bei poeti del Cantiere,
veh! dovrete ruzzolar giù per le scale
quando tornerà… il carnevale!

Slegarvi, far bisboccia mascherati
scavalcare tutte le recinzioni,
poi impastando tagliatelle sul tagliere
un rosolio della zia saporire!

E mangiando una scodella di tortelli,
tra cotechini e insalata, cantate! bevete!
scrivete poesie in livornese al finestrino!
Poi pappate svelti frappe col sorriso,
ventitré quaglie con più d’un cretino
e zuppa inglese insieme a un indovino!

Così, lo stomaco accontentato,
il tristo malocchio avrete sfrattato
e con sei tresconi per compagnia
lo spleen se ne andrà via per la via!

E l’inimmaginabile Carnevale
continuerà impavido a confermare
il gusto della gente per la libertà
conquistata con lavoro e ingegnosità!

Sandro Sermenghi