L’albero della vita

C’è un coro che si leva da terra, io lo sento.
È un principiante ognuno che muore
va educato
va allineato al canto dei grilli
insieme al fuoco, al bozzolo che compie il suo meglio
al ramo nudo.
C’è un coro di stoviglie ordinate, prima straccio
poi sole a scolatura, due dita d’aria appena;
sulla credenza il pane
da conservare come il ricordo dei fratelli
di quelli nati appena per respirare un giorno,
per quelli andati in Francia a svestire le miniere.
C’è un coro che riempie le stanze, io lo sento.
Fa instupidire ogni lenzuolo sotto il ferro
è il raschio del pitale sul pavimento crudo.
C’è un coro di stenelle nella bottiglia d’acqua
nel fondo mezzo asciutto di un pozzo
quando è notte, ed ogni bocca è aperta per misurare l’aria
per scrivere spartiti sui fili del bucato
sulle ringhiere, e i molli disegni del pigiama.
C’è un coro che perdona il dolore agli orologi
la malattia del sonno e dei desideri buoni,
in fondo cose semplici: arance, dei confetti
le scarpe nuove lucide e secche.
Si, c’è un coro.

Massimo Botturi

Finestra

Oltre il campo visivo
e il tramestio di voci e di stoviglie
nella stanza di maggio
la bellezza
spalanca la sua luce

da distanze incolmabili che il tempo
fa generare spazio
i sognatori
cavalcano ippogrifi tra le nuvole

noi qui scrutiamo il cielo
affacciati alle ansie del mattino

Cristina Bove

Quasi quarantacinque scalini

Qui, sul principio alle cose
notte oliva.
Rumore di una carta di pane arrotolata
di due stoviglie in cura alla borsa
lui che prende, quasi quarantacinque scalini
alla corriera.

Non sa del mio silenzio alla tenda americana
del lume al cucinino
sopra la tazza sporca,
fiammiferi che il freddo ha chiamato come i morti.
Lui sa del campanile sul polso a ogni operaio
che far l’amore stanca
e bisogna pur mangiare.

Massimo Botturi