Cosa ne stai facendo di te? E’ solo un temporale. Passerà

Tu non cancelli mai la tua arte
nemmeno te lo chiedesse un cane un idiota tua madre
tu non cancelli mai la tua arte.
È straordinario! Lo capisci? È straordinario!

Credo che con i pochi soldi che mi sono rimasti
comprerò due grandi tele
forse due metri o tre o magari mezzo chilometro di tele
le sovrapporrò l’una all’altra.
Sulla prima tela infierirò con i pugni con le unghie con i morsi
e se non ti sembrerà abbastanza
con un taglierino
così da farla sembrare la pelle di un uomo
dilaniata crocifissa scarnificata
e sulla tela, seconda pelle, che apparirà di sotto
dipingerò tanti piccoli tagli,
non userò il colore rosso
ma il castano il verde e l’arancione
come i tuoi capelli le tue scarpe il tuo rossetto
lo intitolerò:
cosa ne stai facendo di te?
È solo un temporale.
Passerà.

Il problema è che ho molto di più di ciò che mi serve
ma è come se volessi tutto tutto tutto
mi chiedi : – quando capisci di aver finito un lavoro? –
            ti domando: -come si capisce di aver finito di fare l’amore?-
e concludo dicendoti che se avessi la possibilità di essere un altro
di essere chiunque io desideri
vorrei essere te. Amore mio…

Massimo Pastore

Gli indios scendono da Mixco

Los indios bajan de Mixco

Cargados de azul oscuro

Y en la ciudad les recibe

Con las calles asustadas

Por un manojo de haces

que, como estrellas, se apagan

al venir la madrugada.

Un ruido de corazones

Dejan sus manos que reman

Como dos remos al viento;

Y de sus pies van quedando

Como plantillas las huellas

En el polvo del camino

Las estrellas que se asoman

A Mixco, en Mixco se quedan,

porque los indios las cogen

Para canastos que llenan

Con gallinas y floronas

Blancas de izote dorado.

Es más callada la vida

De los indios que la nuestra,

Y cuando bajan de Mixco

Sólo se escucha el jadeo

Que a veces silba en sus labio

Como serpiente de seda.

 §

Gli indios scendono da Mixco,
carichi di azzurro oscuro
e la città li riceve
con le strade spaventate
da un mazzo di luci
che come stelle si spengono
appena giunge il mattino.

Un rumore di cuori lasciano
le loro mani che remano
come due rami al vento;
dei loro piedi rimangono,
come tele sottili, le orme
nella polvere della strada.

Le stelle che si affacciano
su Mixco, a Mixco rimangono,
perché gli indios le colgono
per canestri che empiono
di galline e corone
bianche di izote dorato.

È più silenziosa la vita
degli indios che la nostra,
e quando scendono a Mixco
si ode solo l’ansimare,
sibilo, a volte, sulle loro labbra
come un serpente d’argento.

MIGUEL ANGEL ASTURIAS

Rendiconti

Ci siamo persi in un mazzo di chiavi
che non aprivano nulla.
Ci siamo persi un mazzo di chiavi
che aprivano tutto.
Le cornici in attesa con cori presagi
circuivano tele poco propense.
S’accumulavano carte a scandire
lancette telate di ragno
e dondoli persi nell’infinità.
Il dietro che torna
non ha un buon colore
sa tutto di muffa e d’inutilità.
Ma se questo è il tempo
che ci è stato concesso
come cacciarlo
nella vetrina di coppe
vinte al torneo della stupidità?

Lorenzo Poggi

Nel profondo

Sinuose voragini
tra opprimenti volte e
soffitti infiniti puntellati di
cime contorte capovolte e
gocciolanti sudori gelati puri
di luce negata s’estendono in
corridoi cupi e levigati dai
pavimenti sfuggenti incorniciati
da tele di ragno deserte come
il luogo disabitato che collegano
al pensiero di una vita animale.
Scricchiolano, cigolano, tremano, fremono
tra aliti bollenti spinti dalla
gola bruciata da un’ aria vecchia
e morta e lo scheletro dell’ anima
che ha penetrato questi anfratti
indica il groviglio inesplicabile in
un gesto inespresso che condurrebbe
alla meta, la fine della ricerca
estenuata stillante sangue dall’unione
divisa in lacrimata speranza perduta
verso una luce che non volesti raggiungere
per l’ oscuro mistero di poter essere vivi.

Gian Luca Sechi

Bagliori bellici

Non scioglie più il gelo
la nostra cara arcaica casa.
Disorientata, la selce
non sa quanto è polare,
senza fiati nati
da labbra amiche.

E sono un cumulo idiota
di sassi ammonticchiati,
le frasi addentate e trite
inghiottite
senza un pizzico di sale.

E solo grovigli d’intenti,
di tele d’Itaca
i gesti invalsi, persi
abbandonati
sul ciglio della notte.

Rannicchiato a lato
del masso erratico,
attendendo l’agape,
il nudo giorno indugia
contemplando
lacrime cosmiche,
stille cadenti posarsi
sull’occhio ottuso
d’un miope elianto.

Flavio Zago

A un olmo secco

A UN OLMO SECO

Al olmo viejo, hendido por el rayo

y en su mitad podrido,

con las lluvias de abril y el sol de mayo

algunas hojas verdes le han salido.

¡El olmo centenario en la colina

que lame el Duero! Un musgo amarillento

le mancha la corteza blanquecina

al tronco carcomido y polvoriento.

No será, cual los álamos cantores

que guardan el camino y la ribera,

habitado de pardos ruiseñores.

Ejército de hormigas en hilera

va trepando por él, y en sus entrañas

urden sus telas grises las arañas.

Antes que te derribe, olmo del Duero,

con su hacha el leñador, y el carpintero

te convierta en melena de campana,

lanza de carro o yugo de carreta;

antes que rojo en el hogar, mañana,

ardas en alguna mísera caseta,

al borde de un camino;

antes que te descuaje un torbellino

y tronche el soplo de las sierras blancas;

antes que el río hasta la mar te empuje

por valles y barrancas,

olmo, quiero anotar en mi cartera

la gracia de tu rama verdecida.

Mi corazón espera

también, hacia la luz y hacia la vida,

otro milagro de la primavera.

§

Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore

e nel mezzo marcito,

con le piogge d’aprile e il sole a maggio,

sono spuntate alcune verdi foglie.

Oh, l’olmo secolare sopra il colle

ch’è lambito dal Duero! La corteccia

bianchiccia da un gialligno musco è tinta

nel tronco putrefatto e polveroso.

Come i pioppi canori, che sorvegliano

il cammino e la riva, non sarà

di rossicci usignuoli popolato.

S’arrampica su esso di formiche

un esercito in fila, e nelle viscere

tramano i ragni le lor grigie tele.

Olmo del Duero, prima che t’abbatta

con l’ascia il legnaiuolo, e il falegname

ti trasformi in un mozzo di campana,

stanga di carro o giogo di carretta;

prima che rosso nel camino arda

domani in qualche misera casetta

sull’orlo d’una strada;

prima che ti annienti un turbine e ti schianti

il soffio delle candide montagne;

prima che il fiume ti sospinga al mare

per valli e per burroni,

olmo, voglio annotare nei miei appunti

la grazia del tuo ramo rinverdito.

Anche il mio cuore aspetta,

alla luce guardando ed alla vita,

altro prodigio della primavera.

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Bocca color karkadè


Di archètipi all’albero che
ha fiori bei bianchi e rotondi
che paiono piccoli mondi
la donna protende un bouquet:

la bocca color karkadè
ritorti capei lunghi e biondi
vivaci desii inverecondi
combatte ogni vecchio cliché:

v’è forte una speme che spinge
nell’iride piena di tinte
il crine che svelto s’intinge:
v’è agguato là dietro le quinte
celata v’è forse una sfinge
ma infine le avverse son vinte:
le tele appaion ben pinte
scompaiono tutte le doglie
e a vita si riapron le soglie!

Sandro Sermenghi

Va pensiero

Quello che ho visto
Ieri sulla strada

Per molti
era una donna
che di traverso
suonava con il vento

alle pareti
aveva appeso
due tele bianche
da pittore

e l’incertezza di chi
con un fazzoletto copre

la chiave per non aprire
ad una figlia lamentosa

con calma
infagottata da un
livido vigore
sembrava avere
scoperto
ali dorate
sulla fronte

(solo due piccole rughe nel cuore )

Gli domandai circa la vita
e di come le cose
vanno col padre

che gli si è
a stento appunto
un cielo rosso
sulle guance

quasi fatata
s’incamminò
poi sottovoce
nella sera

e mi sembrò
di udire nel vento

un Va Pensiero senz’amore

Pierluigi Ciolini

La porta

Davanti alla mia porta
si fermano i passanti per guardare,
taluno a mormorare:
<< là, dentro quella casa,
la gente è tutta morta,
non s’apre mai quella porta,
mai mai mai >>.
Povera porta mia!
Grande portone oscuro
trapunto da tanti grossissimi chiodi,
il frusciare più non odi
di sete a te davanti.
Dagli enormi battenti di ferro battuto
che nessuno batte più,
nessuno ha più battuto
da tanto tempo.
Rosicchiata dai tarli,
ricoperta dalle tele dei ragni,
nessun ti aprì da anni e anni,
nessun ti spolverò,
nessun ti fece un po’ di toeletta.
La gente passa e guarda,
si ferma a mormorare:
<< là, dentro quella casa,
la gente è tutta morta,
non s’apre mai quella porta,
mai mai mai >>.

ALDO PALAZZESCHI