Una preghiera

A PRAYER

Again!
Come, give, yield all your strength to me!
From far a low word breathes on the breaking brain
Its cruel calm, submission’s misery,
Gentling her awe as to a soul predestined.
Cease, silent love! My doom!

Blind me with your dark nearness, O have mercy, beloved enemy of my will!
I dare not withstand the cold touch that I dread.
Draw from me still
My slow life! Bend deeper on me, threatening head,
Proud by my downfall, remembering, pitying
Him who is, him who was!

Again!
Together, folded by the night, they lay on earth. I hear
From far her low word breathe on my breaking brain.
Come! I yield. Bend deeper upon me! I am here.
Subduer, do not leave me! Only joy, only anguish,
Take me, save me, soothe me, O spare me!

§

Ancora! Vieni, dona, cedi tutta la tua forza a me!
Da lungi una bassa parola àlita sul cervello scoppiante
la sua calma crudele, angoscia della sommissione,
addolcendo il suo terrore come ad anima predestinata.
Cessa, silenzioso amore! Mio fato!

Accècami con la tua cupa vicinanza, oh abbi pietà, adorato nemico del mio volere!
Resistere non oso al freddo tocco che mi spaura.
Trai da me ancora
la mia torpida vita! Su me più basso chinati, minacciosa testa,
tu del mio crollo fiera, rammemorante, pietosa,
colui che è, colui che fu!

Ancora!
Insieme, avviluppati dalla notte, sulla terra giacciono. Io odo
da lungi la sua bassa parola alitare sul mio cervello scoppiante.
Vieni! lo cedo. Su me più basso chinati. Son qui.
Soggiogatore, non mi abbandonare! Sola gioia, sola angoscia,
prendimi, salvami, calmami, oh risparmiami!

JAMES JOYCE

Non è paura

Non è paura – non è tremore
Non è terrore
Non è un dolore

È solo voglia di vuoto
È voglia di riempirlo
È voglia di superficie
È solo bisogno di riposo

Vieni – e sfogami
Perché dopo è una beatitudine
Che altrove nessuno possiede
Sfogami – perché io soffochi
Perché dopo mi cullerai
Così impercettibile
Che t’amerò

Nicole Marchesin

Published in: on settembre 14, 2010 at 07:30  Comments (2)  
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LO AVRAI CAMERATA KESSELRING

Il nostro caro amico Sandro ci propone questa riflessione, che volentieri facciamo nostra nel giorno dell’infausta ricorrenza dell’otto settembre, la data forse più nera della nostra storia nazionale, il punto di “non ritorno” attraverso il quale però l’Italia fu costretta a passare per poter rinascere e ricostruire il suo futuro di nazione civile sulle macerie materiali della guerra e quelle morali dell’odio e della vergogna.

§

 

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che- anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento . A tale affermazione rispose  Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti, dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

PIERO CALAMANDREI

Forse un mattino andando in un’aria di vetro

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

EUGENIO MONTALE

L’amante

Nebbia, morbida sei, che quasi
parmi di carezzarti con la mano.
A me ti stringi, m’avviluppi
quasi impalpabile amante, lieve,
col respiro breve, sento tremare
quel bacio freddo strano. Con acre
voluttà, guardo nel grigio opale
del tuo bel corpo andando oltre
al tuo opacotorbido bagliore,
per questa ipocrisìa losca e sinistra.
Tormentato da subdoli pensieri,
ambigui e foschi, vorrei vederti
vaporar lontano. Vinta, distrutta, doma.

Rapido giunge all’improvviso il vento,
quasi ciclone turbine. Una brillanza
improvvida: un tetto sporge e disegna
una sagoma nera nel cielo. Un cane dorme.
Silenzio. Un guizzo rossastro e un tuono
squarcia la notte orrenda. Nel plumbeo
deserto animato dal rotto ansimar
della pioggia furente, il cane guaisce.
Un attimo: il cielo s’infiamma,
improvviso, l’intenso bagliore. Uno schianto.
La terra, la pavida terra che trema.
Più il lampo non sfreccia, non rompe
la tenebra immane. Nel cupo scrosciare
c’è il cane, barbaglio terrore negli occhi,
che fugge. Ululando.

Paolo Santangelo

Chiese


Chiese come tombe di orrori
dove persino Dio si ferma
per non entrare e inorridire
Chiese nel cui ventre giace
corpo di ragazza in scempio
dove un criminale ha la pace
con nome in brillanti
Chiese dove la verità è offesa
negata senza ragioni apparenti
Chiese come mattatoi di corpi
templi di infinito dolore che la vita
non cancellerà mai più.
Chiese come serraglio di bestie
in abito nero come la loro anima.
sorrisi sdentati, mani sudate
occhi senza luce come il male.
Voci rassicuranti che parlano
E seducono gli innocenti.
Gesti rapidi, tremanti e osceni
quel che era un sorriso
trasformato in terrore muto.
Silenzi di colpa che non c’è
la mente confusa da infiniti perché
immagini di Santi che guardano altrove
verso un cielo divino
ma l’orrore è terreno
Madonne che stringono Gesù al seno
fuori madri che non sanno
di un figlio violato.
Io credo in Dio, ma fuori dalle mura
di quella casa che non è sua…non mia
dove muore l’anima e regna la paura
dove i corpi sono statue di marmo
come quelle che l’adornano.

Claudio Pompi

Una stella in cielo


Lo conosco l’uomo
che affossa l’altro uomo
si vanta di essere migliore
ben sapendo che è solo terrore
quello che invade il suo cuore
e lo spinge ad essere arma letale
della peggiore specie
ha occhi di morte
mani senza stelle
il petto devastato
steppa d’arido deserto
nessun uccello potrebbe
farci il nido
neanche la rosa potrebbe
regalargli trine di dolcezza.
Lo conosco l’uomo
che spreme la vita in
campi di sterminio
gioca a fare il superuomo
per non guardare in faccia la sua miseria
lo conosco è un mezz’uomo
nessuna bestia può fargli concorrenza
non conosce il linguaggio dell’amore
non sa cosa vuol dire
salire su sentieri di pace
per lui non ci sarà mai il sole
è condannato a vivere nel buio di pece
e continua imperterrito
nella sua marcia infernale
vuole spezzare candide piume
alla colomba in volo.
Conosco l’uomo
che uccide l’altro uomo
e ne ho infinita vergogna
ma conosco l’uomo
che semina germogli d’arcobaleno
in lui confido, m’affido e concedo
tremulo canto così alto e vero
da far brillare una stella in cielo
accenderà di luce e di speranza
il firmamento intero.

Roberta Bagnoli

Published in: on febbraio 10, 2010 at 07:11  Comments (10)  
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Ma tu amico da che parte stai?

Ma tu senti con me
quell’insano e funambolesco
sussulto, quel morbo da belva
assetata che prende la sera
al primo buio e scrivi e scrivi
e ti pare solo così
di rimboccare
tante coperte di lettini in fila
solo così di balbettare
su quel tram che porta via
balbettare lemmi d’amore
solo così d’imparare tanti idiomi
mangiare lingue ibride
da calmare il mondo
ma tu sei accanto
in quella smania che
povera me mi fa sentire
ancora una gran voglia
quasi tanta da morirne di vivere
e strappare con i denti
le gabbie, divellere terrore
e morte con i versi
trovare giustizia martoriata
con la pausa o la rima
girare in lungo e in largo
nella stanza in giostra
a trovare metafore
quando manca l’aria e
la forza selvatica ti salva?
Ma tu amico mio
da che parte stai?
Dimmelo solo ora e
poi mai più.

Tinti Baldini

Published in: on dicembre 26, 2009 at 07:35  Comments (9)  
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