Da Nuccio al Bar delle Vigne

 
Non riesco a guardarvi negli occhi
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Sono stato da Nuccio al bar delle vigne
nell’ora in cui le puttane scappano via come tanti topolini affamati
ed arrivano prima a grammi e poi a quintali gli studenti ubriachi.
Non riesco a guardarvi negli occhi
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e poi è sabato sera
e ci vestiamo (noi) come delle puttane,
i discorsi scivolano lenti come pappagalli domestici
(ne ho visto un paio- di pappagalli – dalle parti di Marassi sono fuggiti e sanno cantare)
certo, è interessante citare a memoria gonfiarsi la pancia annuire alle ragazze
ma questa città non ha bisogno di questo terremoto di teste che voi chiamate arte.
Avevamo il mare. Ti ricordi? Ti ricordi il sale?
Lo raccoglievo dalle tue ciglia
ogni volta che dicevo – ti amo –
lo raccoglievo con un bacio
e non te lo restituivo,
facevo un nido nella mia bocca e deglutivo
                                                               deglutivo
                                                                         deglutivo…
E comunque Nuccio ha la sciatica ed un principio di razzismo inespresso
ogni volta che mi chiede – come va? –
gli rispondo che non devo bere così tanto
altrimenti potrei non sentire la tua voce
quando fischia come gli uccelli
ed annegare
al cambio clienti.

Massimo Pastore

La luna è un fermacapelli

 
La luna è un fermacapelli e il mondo gira,
.
sulla strada
è una battaglia
di vetri
.
inutili rossetti
si increspano
sui volti
.
il vento fischia
le sue canzoni
specialmente
agli ubriachi
.
il mare
è una coperta
tagliata dalle prue
dei suicidi
.
sassi di lana
colpiscono il fuoco
.
divampa la notte
l’omertà delle stelle
 
la luna è un fermacapelli e il mondo gira
la luna è un fermacapelli e il mondo gira
sono stracci
con volti da uomini
la luna è un fermacapelli
le porte delle chiese
non hanno pietà
e il mondo gira…
 
filastrocche abbruttite dalla pietra avvizzita
storie di follia, di parrucchieri gesticolanti
di teste brillantinate che suonano vuote
di party con l’obbligo di ridere
ed il divieto di sudare…
 
la luna è un fermacapelli e il mondo gira
la luna è un fermacapelli e il mondo gira
la luna è un fermacapelli e il mondo gira
non ne hai avuto abbastanza?

Massimo Pastore

I paroll d’on lenguagg

I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell,

Hin ona tavolozza de color,

Che ponn fa el quader brutt e el ponn fa bell,

Segond la maestria del pittor.

Senza idej, senza on cervell

Che regola i paroll in del descor,

Tutt i lenguagg del mond hin come quell

Che parla on sò umilissem servidor.

E sti idej, sto bon gust, già el savarà

Che no hin privativa di paês,

Ma di coo che gh’han flemma de studià :

Tant l’è vera, che, in bocca de Usciuria,

El bellissem lenguagg di Sienês,

L’è el lenguagg pu cojon che mai ghe sia.

§

Le parole di un linguaggio, caro signor Gorelli,

sono una tavolozza di colori,

che possono fare il quadro brutto o bello,

secondo la maestrìa del pittor.

Senza idee, senza un cervello

che regola le parole nel discorso,

tutti i linguaggi del mondo sono come quello

che parla un suo umilissimo servitore.

E queste idee, questo buon gusto,

già saprà che non sono prerogativa dei paesi,

ma delle teste che hanno flemma di studiare:

tant’è vero che in bocca di Vossignoria,

il bellissimo linguaggio dei Senesi,

è il linguaggio più coglione che ci sia.

CARLO PORTA

Legittima estorsione

 
La norma presuntiva
allaccia il tempo
dell’agnello e del lupo
ai giorni nostri,
il mostro di mille teste
complici
che puntano
al banchetto
è legittima mafia
corazzata,
dirottano le pieghe
con l’avallo
potente
del diritto
delle pale del mulino a vento
che aspetta al varco
lance di cartone…
e don  Chisciotte indomito
persevera il cammino
confidando
in qualche spada
che si unisca al coro…

Giuseppe Stracuzzi

Quando appassiscono le foglie dell’anima

intrappolate stanno in un solo corpo
due teste che pensano in lingue diverse
due cuori stranieri.

ci avanziamo scavalcandosi nella maniera
più spontanea

e seduti nello stesso tavolo di insulti che
si sovrappongono irrimediabilmente ad ogni fiato
che sa di grazie e gentilezza

ceniamo con gli avanzi colpe che scagliamo
in abbondanza con la pretesa di doverci
giustificare solo per le colpe non commesse.

quando appassiscono le foglie dell’anima
specialmente quando arriva la notte
e anonime paiono tutte le cose

persino tu che ti lamenti che per colpa mia non dormi
che qualche ora ed
io che non vedo che una notte infinita fatta di molte
notti passate insonne e altre
quanto

mi tormentano sulla pelle
i lividi che si moltiplicano di continuo
del mio ennesimo fallimento.

Anileda Xeka

Residui

Residui…scorie…rimanenze…scarti…
di quello che vien fatto in tutto il mondo
che al mondo van coprendone la pelle
come una coltre insana, che è minaccia
che sempre s’avvicina, e i boschi e i prati
ghermiscono a quel troppo disattento
erede universale;
pesano su ognuno,
anche a chi ricorre a la finzione
di non saperne niente.

Scorie a nutrir carote e teste d’aglio,
e scarti di città, in periferia,
di gomme e di lamiere deformate,
di miserie – residui – e di opulenze,
e rimanenze, a crescere…montagne…
ed a mortificar chi le respira…
Profuman l’aria putridi miasmi
nell’orride sembianze d’un inferno.

Pure il latte materno è messo al bando,
e chi lo succhia, e la mammella, insieme,
se giudicati scarto…
E scarti, e scorie, e rimanenze…umane
lontan dai nostri spazi progettiamo,
nascosti in mezzo a truci indifferenze,
dietro le nebbie che spruzziamo apposta.
Popoli interi vengono scansati,
lasciati al caso, quando il caso è ostile,
quando una brioche può farsi in due,
ma più che pietra è dura da tagliare!

Armando Bettozzi

I vecchi

I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi
i vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire
i vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza
i vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo dai grappini di un’osteria
i vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figlie questi figli che non
chiamano mai
i vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori e smorfie e versi un po’ da
matti
i vecchi che non sono mai cresciuti
i vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica
i vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza e brontolando se
ne vanno via
i vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori
bestemmie e fanno pace con Dio
i vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance da spose arrossate di mal di cuore e di
nostalgia
i vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da
buttare via
ma i vecchi, i vecchi, se avessi un’auto da
caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio
tutti quanti
sedia sediola… oggi si vola… e attenti a non sudare

CLAUDIO BAGLIONI

Shopping a Roma

Le persiane chiuse affondano le teste
nel silenzio d’una città di coristi stonati

tra i fari accesi e clacson impazienti
sotto la pioggia, il serpente di macchine
che ingoia le strade, nel traffico di smog

un ombrello di uccelli viaggiatori invadono
il cielo di Roma e delineano
sopra gli antichi palazzi l’Impero di Cesare

che fu , mentre ai suoi piedi, l’indifferenza
mette in mostra le vetrine dalle luci –copie
venute male e le scarpe nuove come souvenir

Avranno una nuova impronta di neve
lasciata sull’ asfalto bagnato, i miei passi.

Anileda Xeka

Sempre nuova è l’alba

Non gridatemi più dentro,

non soffìatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

ROCCO SCOTELLARO

Chiesi solo di sognare

Sfrecciavano come sfocati arbusti,
visti dal vetro di un bolide qualunque,
i biondi capelli e quelli neri e quelli bianchi.
E con essi le teste ovali, quadre e tonde.

Mi fermai soltanto per guardare
l’ultima vetrina del giocattolaio,
il naso nero di una locomotiva
e la malinconia di un Pierrot.

Poi, ripresi subito a correre.
A malapena scansai le stagioni,
a forza montai in groppa al futuro
e intanto mi domandai cosa facevo.

Cosa facevo lungo quella strada?
Avanti e indietro, indietro e avanti
per ritrovarmi infine esattamente
sul muschio al sasso della mia partenza.

L’unica foglia di un girasole finto
si mise maledettamente in mezzo,
in mezzo tra me e l’oceano d’Ulisse.
Cercavo fiori e trovai polimeri.

Ai bei palazzi della città orrenda,
ai tormentati marciapiedi tristi,
alle ventiquattrore in mano alle saette
io chiesi tregua d’un secondo almeno.

Agli ebbri trilli di scintillanti aggeggi,
agli alti tacchi di certi nuovi maschi,
alla bocca rifatta di chi prima era bella,
io chiesi solo di sognare.

Aurelio Zucchi