Far finta di essere sani

Vivere, non riesco a vivere
ma la mente mi autorizza a credere
che una storia mia, positiva o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi compro una moto
telaio e manubrio cromato
con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani
far finta di essere sani.

Far finta di essere insieme a una donna normale
che riesce anche ad esser fedele
comprando sottane, collane, creme per mani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Liberi, sentirsi liberi
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se è cosciente in me
la misura della mia inutilità.

Per ora rimando il suicidio
e faccio un gruppo di studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere sani.

Far finta di essere un uomo con tanta energia
che va a realizzarsi in India o in Turchia
il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Vanno, tutte le coppie vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le cose vanno
vanno, migliorano piano piano
le fabbriche, gli ospedali
le autostrade, gli asili comunali
e vedo bambini cantare
in fila li portano al mare
non sanno se ridere o piangere
batton le mani.
Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.

GIORGIO GABER

E’ una pioggia di giugno a cadere sui tralicci inesplorati

sui muri d’ipocrisia
tirati malta fine
che snodano flessuosi
in danze caraibiche

stucchevole l’inganno
a tinte forti, scoppietta
il lato migliore
di un insolito carnevale.

Muri di un’epoca lontana
quelli delle scritte incise a chiodo
ci si credeva
e l’amico di pelle
era fratello e giuramento.

L’ipocrisia è un lungo fiume
colorato
vanta di traversate oltre confine
e di respiri, ultimi assoldati.

– Chi trova un amico trova un tesoro –

ce l’hanno tramandato
le mura degli antichi
probi e proverbi
nei testi masticati

e mi crollano promesse
e calcestruzzo
come quelle degli amanti
coi loro cuori trafitti per davvero

restano tra le macerie
e gli occhi rossi
silenzi sordi
che tanto fanno male
che tanto non udite.

Beatrice Zanini

CANZONI E POETI

Il Festival della canzone italiana è passato, il baraccone delle grandi illusioni è stato smontato e le canzoni presentate sono belle o brutte a seconda dei gusti e delle interpretazioni personali. Ha vinto un giovane,  Valerio Scanu, faccia pulita e canzone orecchiabile. Il successo vero lo ha riscosso il trio Emanuele Filiberto, Pupo, Canonici con “Italia amore mio” (da sottolineare che nell’intervento del bravo tenore Canonici è facile riconoscere un pezzo della colonna sonora del  film “Il mago di Oz” ovvero “Over the rainbow”). Un successo sorretto da “effetti speciali” quale la presenza del ct della nazionale di calcio Marcello Lippi e una versione del testo rivisitata ad uso del pubblico sportivo: non so se il regolamento sia stato rispettato, ma ormai non ha importanza. Se vogliamo dirla tutta il testo era un po’ ruffiano e intriso di nostalgia.  Si può discutere sui testi o sulle melodie, sugli arrangiamenti o scopiazzamenti che ho intravisto in certi brani. La canzone, nella maggior parte dei casi è anche poesia, tutto sommato quest’anno non mi sembra di averne sentita molta.  Questo mi porta a ricordare con rimpianto i veri poeti della canzone italiana. Vi ricordate Sergio Endrigo? Per molti era un cantante superato, malinconico e non al passo coi tempi, ma pochi come lui hanno scritto e cantato poesie d’amore  così dolci e struggenti. Un poeta riversa nelle sue opere la propria esistenza, ha il coraggio di esporre la sua anima, la sua intimità spirituale. Endrigo lo ha fatto forse meglio di altri più “contemporanei” senza voler con questo togliere meriti e credito a quanti sono venuti prima o dopo di lui. Ogni sua canzone era una poesia e la sua stella ha brillato fino a quando il vento del sessantotto, con la canzone di protesta, non ha spazzato via i “buoni sentimenti”. Endrigo, come anche altri della sua generazione, ha continuato a scrivere canzoni, ma non era più il tempo dei poeti. A distanza di anni alcune sue canzoni sono state rivisitate da artisti in voga, ma di lui a San  Remo non si è ricordato nessuno, forse perché questa manifestazione è entrata nell’ ottica del mordi e fuggi, del “domani è un altro giorno” e dei cantanti che non sono destinati a fare storia. Luigi Tenco, altro poeta della canzone, arrivò a suicidarsi, pare per non aver accettato l’eliminazione dalla gara, ma non aveva capito che già allora esistevano gli intrallazzi tra organizzatori e discografici. Anche allora c’era la politica di mezzo e il festival doveva essere una valvola di scarico per le tensioni sociali, e chi cantava il disagio quotidiano poteva dare fastidio. Oggi assistiamo allo scambio di favori tra RAI e Mediaset, alla messa in campo di giovani cantanti proveniente dalle trasmissioni della De Filippi (Amici) o da Xfactor, due programmi simili che sfornano giovani promesse o vecchie pseudo-glorie  come Morgan (ex Bluevertigo) che di Xfactor era uno dei giurati. Se non si fa parte di certi schieramenti non si va in scena, non si canta e non si conta, e la qualità musicale complessiva si abbassa in maniera evidente e inesorabile. Chi ha reso accettabile la manifestazione dal punto di vista dello spettacolo è stata Antonella Clerici, che con la sua semplicità e simpatica goffaggine (peraltro ben remunerata con 500.000 Euro del nostro canone RAI) è stata comunque all’altezza della situazione. Fatti alla mano oggi possiamo dire che era già tutto previsto (ma come ti sbagli!?): i tre finalisti, alla faccia del televoto democratico (altro prelievo coatto Telecom, ricordiamolo) sono stati i televotati, teleguidati, telepilotati Marco Mengoni, proveniente da Xfactor, ossia RAI, Valerio Scanu proveniente da Amici” di Mediaset ed Emanuele Filiberto che è stato coproduttore del programma RAI “Raccomandati” condotto da Pupo.  Come cantava Renato Zero, altro poeta della canzone italiana ,“Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re… “.  Ipocrita infine la partecipazione di Maurizio Costanzo, in pieno rispetto del duopolio mediatico in quota “progressista”, che ha ospitato tre poveri cassintegrati per far vedere che anche lo spettacolo è vicino ai problemi della gente. Chissà, forse la sua coscienza si sarà sentita più leggera, come le tasche degli italiani… Una cosa però è certa, anche questa musica è sempre più leggera, senza più carattere, senza più qualità, senza più poeti che la nobilitano. E non aiuta ad alleggerire i problemi degli italiani, che da lunedì tornano ad essere gli stessi di sempre.

Claudio Pompi