Dal soffitto

di stalattiti incombenti
e precise
il fiato si condensa eppure qui fa caldo
nella camera ad est
basta però non sporgersi a guardare
i rigori d’un forestiero inverno

starsene avvinghiati a sé stessi
sorretti a malapena dalle scarpe
traballa perfino il lavandino
appoggio
antiscivolo
verso

un attraversamento verticale
sublima il vomito e
quel ricadere goccia dall’alto
spartiacque dei polmoni
carica a manovella il cuore
fuori
appare tutto uguale –il viso—
ceramica pallida
se qualche verdefiore sullo sfondo
fosse d’azzuro
a inscriverlo in un tondo della Robbia
e l’immortale

Cristina Bove

Brutto cielo tracollo del fondo

Brutto cielo adesso

presàgo di sventure,  gonfio,

triste e grigio:  vorrei vivere

il progetto come voglio.  Non posso:

nascere,  vita e ospizio;         

eppoi rientrare 

dal dove io son venuto,

casualmente. . .

                         . . . Del Dòge 

bucintòro con occhi rifatti

come  oblò

di nave spenta,  prima

di partire per le volte

del mondo.  La nave è alla stazza,

di difetti piena nel tondo

universo di spine:  come serpe

si mangia la coda.

 

Quando tu c’eri,  sembrava

più semplice tutto.

Passava il turpe del mondo

al punto secondo,  nelle mie,

d’importanza, opinioni di sogni.

Quando c’eri,  anche il reàle

più inutile pareva più bello

del mondo,  normale,  ora,  solo

rimasto vitale,  mi tiene utilmente

a evitare il tracollo.
 
                Tracollo del fondo                   

del pessimo ambiguo,  del monte

ferale di noja di mondo e d’amore.

D’attonito intorno sensuale, vorrei

di platonico eterno: 

speranza di Essere
in eterno riciclo
o fermarmi con
Te, mio Primo 
Creatore.
Paolo Santangelo