Era il Natale

 
Un sole irritante nel gelido inverno
s’impone egoista sul velo di nuvole
deludendo la speranza di soffice neve
che rasserenare possa l’anima greve.
.
Mi ritrovo a sognare bianche farfalle
lo sguardo perso in un quadrato di cielo
col naso schiacciato  su vetri appannati
nell’attesa gioiosa del Bambino Santo.
 .
Vuota la culla nella capanna
pronta a ricevere miracolo e amore
con Giuseppe a Maria proni a proteggere  
chi ancora non c’era ma già si adorava.
.
Persistente profumo di festa nell’aria,
il pane mia madre moltiplicava
nel suo lieto donarsi senza riserve
perché Natale fosse il Natale.
.
Era lei l’atmosfera, il dono, la gioia,
le sue mani il più atteso prodigio
per tutti un pensiero in serbo nascosto
per tempo studiato, con un nulla creato.
.
Felice sorpresa di consapevole amore
ripagava festosa la sua dedizione
e sulla tersa tovaglia aleggiava armonia
fra antichi ricami di sogni ancora fecondi.

Elide Colombo

La cenere dei giorni

Ti scrivo una poesia,
come farei l’amore.
Entro nel foglio tutta la testa
perché è acqua, la fonte che d’estate si carica di labbra.
Gli segno gli orli come una sarta
gesso chiaro, fingo sia una tovaglia di trine.
Metto lingua
due foglie belle larghe di salvia,
il dito,
il dorso,
la guancia e il naso
fino all’odore del creato
a quello del sudore dei ragazzini a scuola
al tuo, quando ribalti la casa per spicciare
e non hai niente addosso di bello, o ricercato.
Ti scrivo una poesia che fa cenere dei giorni
di noi, quando vibriamo come due pietre scaglie
e fuori viene un fuoco
ch’è ancora da inventare.

Massimo Botturi

Nè mistero nè dolore

Né mistero né dolore

né volontà sapiente del destino:

sempre quell’incontrarci ci lasciava

l’impressione di una lotta.

Ed io, indovinato dal mattino

l’attimo del tuo arrivo,

percepivo nei palmi socchiusi

il morso leggero di un tremito.

Con dita arse sgualcivo

la variopinta tovaglia del tavolo…

Capivo fin da allora

quanto è angusta questa terra.

ANNA ANDREEVNA ACHMATOVA

Non è mai troppo tardi

Le prime lettere spiegate sull’ardesia
avevano il colore della tovaglia buona
lustrata per Natale
e riposta il giorno dopo.
La fame era un ricordo vicino
una paura
peggiore della notte a un soldato,
questo è il verbo:
il senso del risparmio
e fin anche del silenzio.

Così, col dispiacere di un povero
guardavo
svanire come polline al vento
la A, e poi la B.
Ma poi misi alle labbra un gessetto
e scrissi il sole
ovunque lo volessi vedere,
ero un bambino.

Massimo Botturi

Sipario d’inverno

Spengo gli ultimi fuochi sui crocicchi
copro il mio piatto a tavola
e la sedia
servirà bene a un’altra compagnia.
Vi lascio il vino e il pane
una tovaglia a fiori e una caraffa
d’inutili parole
e vado via.
 

Sui fili tremebondi alte le voci
innescano gerundi a passatempo
nuvolaglia che incombe sulle case
dove regnava il sole

tresca di mandarine e mestoloni
le limacce che guadano tra i muschi
e grida ovunque
nel grande schiamazzare degli svassi

io mi dileguo
sono come quegli albatri feriti
dagli stili di ghiaccio
che senza nido vanno ad ali stanche
in cerca di uno spiazzo per dormire
finalmente dormire

Cristina Bove

Published in: on gennaio 14, 2010 at 07:36  Comments (11)  
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