Porta Pila

C’è un uomo seduto che fuma, un altro sposta cassette
Un fuoco fatto con cartoni scalda loro le mani, si guardano muti
Una donna col burka prepara un bancone di frutta e verdure
Una vecchia aggrinzita mormora una nenia di sapori lontani
Mentre la nebbia piano si evapora nel giorno che nasce

Passanti frettolosi si avviano al lavoro salendo sul tram
I primi clienti si muovono fra i banchi leggendo i cartelli
Anche oggi si deve mangiare e la spesa è sempre pesante
Alcuni ambulanti cominciano i canti decantanti la merce
Il mercato si anima si mescolano donne di colori diversi

Un ragazzo arriva cantando portando caffè e panini
Il mattino si apre nel sole diffondendo luce e tepore
La piazza nasconde ancora l’antico parlare
Ora si mescolano lingue e dialetti di ogni paese
il ragazzo che ero non trova gli antichi clamori
a quei tempi non si era mai soli si respirava la gioia.
Ora vecchio nascondo nel cuore il dolce ricordo
Non c’è nulla più inutile di chi non aspetta più nulla.

Marcello Plavier

Vita mia

 
Vento pungente
sul dorso della strada.
Vola il biglietto
dell’ultimo tram perso,
volteggia
.
intona canti stanchi
.
e danza
tra le chiome sbiadite
di scordanti radici.
.
E tu,
occhi amari
che mi domandi piano,
se ancora
ti afferro la mano.
.
Alita il gelo,
qualche fiocco cade,
.
presagio solitario
in fondo al cuore.
Passano risate
e un cane,
la coda esclamativa,
fiuta e rifiuta.
tracce vaghe;
i miei pensieri.
.
Ed io,
.
occhi sfatti,
che su vetrine intrise
di borse, impronte
e  lustrini di Natale mi scorgo
e mi domando invano
se ancora
so prendermi per mano.                    

Flavio Zago

Quale allegria

Quale allegria
se ti ho cercato per una vita senza trovarti
senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
per vederti andare via

quale allegria,
se non riesco neanche più a immaginarti
senza sapere se strisciare se volare
insomma, non so più dove cercarti

quale allegria,
senza far finta di dormire
con la tua faccia sulla mia
saper invece che domani ciao come stai
una pacca sulla spalla e via…
quale allegria,

quale allegria,
cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino
con un sorriso ospitale ridere cantare far casino
insomma far finta che sia sempre un carnevale…
Sempre un carnevale.

Senza allegria
uscire presto la mattina
la testa piena di pensieri
scansare macchine, giornali
tornare in fretta a casa
tanto oggi è come ieri

senza allegria
anche sui tram e gli aeroplani
o sopra un palco illuminato
fare un inchino a quelli che ti son davanti
e son in tanti e ti battono le mani.

Senza allegria
a letto insieme senza pace
senza più niente da inventare.
Esser costretti a farsi anche del male
per potersi con dolcezza perdonare
e continuare.

Con allegria
far finta che in fondo in tutto il mondo
c’è gente con gli stessi tuoi problemi
e poi fondare un circolo serale
per pazzi sprassolati e un poco scemi

facendo finta che la gara sia
arrivare in salute al gran finale.
Mentre è già pronto Andrea
con un bastone e cento denti
che ti chiede di pagare

per i suoi pasti mal mangiati
i sonni derubati i furti obbligati
per essere stato ucciso
quindici volte in fondo a un viale
per quindici anni la sera di Natale…

LUCIO DALLA

Vento di Pasqua


Fioriscono  vetrine
come le prime margherite a primavera
Abbruculot  (1)
di uova colorate
vibrano  alla  luce
dando riflesso, sugli occhiali dei passanti
sui vetri dei tram, delle macchine
come gli occhi dei bambini
che pescano con tenera emozione
il giallo pulcino
nel continuo frastuono della città
rintocchi di campane sfrecciano
dall’antico campanile
esplodendo come note aculeate
nel bollore del caos
in un attimo
i sospiri si annodano,
si blocca l’immagine
e si sosta nel rintocco
e vento di Pasqua
si radunano i ricordi, si coglie il profumo
il profumo festivo, e un pizzico di nostalgia
di un paesino lontano
l’odore dei dolci
la piazza del paese
la chiesa adornata
e vento di Pasqua

Rosy Giglio

(1)  Abbruculot – dal dialetto di Saracena, paese in provincia di Cosenza -: essere zeppo, pieno, abbondante

Elogio alla follia

Dicono che sono pazza solo perché amo la vita
rubo le more d’estate graffiando le mani nei rovi
bevo i colori dell’alba nel nuovo giorno che nasce
rincorro farfalle nei prati e sorrido ai tram in città.
Assaggio ogni cosa che sia dolce o salata
parlo col vento e gli racconto i miei sogni
so che con lui voleranno dove io non so arrivare
e ballo la notte ubriaca di note godendo
la gioia di essere al mondo con gambe e cervello
senza pudore bacio gli sguardi sventolo gonne ed allegria
e sfido il mondo nella sua corsa correndo più lenta perché non ho fretta…
ma davvero pensate sia follia la mia?

astrofelia franca donà

Boh!

Ma che dici
quella cacca l’ha fatta
il tuo gatto soriano
il mio è
educato
mangia tacchino e vongole
e fa le sue feci
là nell’angolo del
mio giardino
ma quell’oleandro striminzito
penzola volgarmente
sul mio
terrazzo
e porta vermi e malanni
Ma signora non si vergogna
suo figlio
la sera
canta e pure da tenore
e il Grande Fratello
è a quell’ora
cacchio si sposti no!
Con quelle mani
m’insozza la carrozzeria

E respirate la mia
stessa aria
avete sempre ragione
e cercate l’occasione
per farvi
piacere
tutti quelli che dovrebbero restare
al loro paese
e poi fate
beneficenza
come se foste davvero voi
del mondo la speranza
e vi vedo
che non andate in Chiesa
anche se dite
di pregare alla vostra maniera
e
pagate le tasse
disturbate sui tram
con la vostra tosse
e riempite le
pagine dei giornali
con lettere di protesta
mentre io vorrei leggere i
vostri necrologi
e mi fate ombra
siete vento che porta tempesta

E voi, pezzenti,
testimoni freddolosi
di sguardi disgustati
e cravatte ben zavorrate,
con le vostre pupille
verde semaforo
e le unghie lerce
dei miei avanzi,
siete degni
della Città di Dio.
Contrabbandate favelas
qui, sotto il naso
del mio salotto buono,
rovinandomi l’aroma
del meritato caffè,
magari raccolto
proprio dalle vostre
lorde mani nere.

Mandrie di nubi
vomitano dal cielo
acque inquinate con zolfi
e residui di smog
La terra tutta
ormai nel vuoto spazio
si sotterra vergognosa
della stupida umanità
Non riesco pensare
al cibo stamane
Cosa sarà farina
di sterco
oppure carne di ratto
Certo avere un cavallo alato
e raggiungere un mondo
lontano dall’uomo
terrestre sarebbe
fantastico

O forse la soluzione
a tutto questo
troiaio
è semplice
buttare nel cesso
le chiavi
di tutte le nostre case
nei tombini per strada
quelle delle nostre automobili
chissà che si ritrovi
un po’ di umanità

Tinti Baldini, Maria Attanasio, Flavio Zago,

Marcello Plavier, Kinita

Dolcenera

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

Non è l’acqua che fa sbadigliare
(ma) chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n’á â nu n’á

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un’ora
e l’amore ha l’amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
‘n calabà ‘n calabà

Non è l’acqua di un colpo di pioggia
(ma) un gran casino un gran casino

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala come arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi

ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

e la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza

così fu quell’amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

FABRIZIO DE ANDRÉ


Cinema all’aperto

Ci fa, la luna, poveri e belli.
Tutto sfuma, e sembra miele il fianco tuo nudo
ogni carezza
è un peso di bilancia sul corno della mezza
la cetra pizzicata dal vento
la pavona, che cerca la sua coda tzigana.

Si, la luna
fa innamorare pietre e cortili
e poi gli allori, riversi
come gente che prende il mare ai piedi.
Sgomitola le corse dei tram
che pare neve, quella sui vetri vuoti di gente;
è un calabrone
il metronotte bici da donna
carta in mano, tra le serrande il dito d’amore
e poi via andare.

Massimo Botturi

O poesia poesia poesia

 

 

O poesia poesia poesia

Sorgi, sorgi, sorgi

Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.

Sfrènati dalle elastiche silhouettes equivoche

Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso

Sopra l’anonima fucileria monotona

Delle voci instancabili come i flutti

Stride la troia perversa al quadrivio

Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino

Saltella una cocotte cavalletta

Da un marciapiede a un altro tutta verde

E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram

Silenzio – un gesto fulmineo

Ha generato una pioggia di stelle

Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso

In un mantello di sangue vellutato occhieggiante

Silenzio ancora. Commenta secco

E sordo un revolver che annuncia

E chiude un altro destino

DINO CAMPANA

Ma tu amico da che parte stai?

Ma tu senti con me
quell’insano e funambolesco
sussulto, quel morbo da belva
assetata che prende la sera
al primo buio e scrivi e scrivi
e ti pare solo così
di rimboccare
tante coperte di lettini in fila
solo così di balbettare
su quel tram che porta via
balbettare lemmi d’amore
solo così d’imparare tanti idiomi
mangiare lingue ibride
da calmare il mondo
ma tu sei accanto
in quella smania che
povera me mi fa sentire
ancora una gran voglia
quasi tanta da morirne di vivere
e strappare con i denti
le gabbie, divellere terrore
e morte con i versi
trovare giustizia martoriata
con la pausa o la rima
girare in lungo e in largo
nella stanza in giostra
a trovare metafore
quando manca l’aria e
la forza selvatica ti salva?
Ma tu amico mio
da che parte stai?
Dimmelo solo ora e
poi mai più.

Tinti Baldini

Published in: on dicembre 26, 2009 at 07:35  Comments (9)  
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