A capofitto nell’anno bisestile 2012

A CUFÉTT INT L ÂN BISÈST 2012

A vòi fèr al girundlån
e a infåurc un vaird insónni
cme s’la fóss un’aventûra
mé ch’a viâz da pió d vént ân
in stra mèz ala Poesî,
e a m i fécc con dsinvultûra!
Ai n’é tanti, dòn e òmen,
ch’viâzen trésst in sti mumént
ch’i én in câsa o i van zarcànd
la cadäina sfrutadåura
d fèr di tûren nòt e dé,
ch’vrénn andèr con la famajja
in muntâgna al mèr o ai sí
mo ch’ai tåcca d cuntintères
d’un uvén cån dû radécc’!
Bän, nuèter bî bulgnîs,
par l’amèra congiuntûra
s cuntintän pr al Bån Nadèl
ed pluchèr vèci parnîs,
pò andèr zå pr i ûltum pirû
dl’Ân ch’finéss sänza surîs!
Acsé entrarän con tant’angósstia
in cl antepâtic Ân Bisèst
pr’inizièr na vétta nòva:
gnínta scónt a tótt i lêrz
speranzû§ ed psair rubèr
cómm i an fât in fén adès!
Sänpr in èlt i én i Povêta
con la forza sovrumèna
ch’i an i Pûr: Vîva l Amåur,
tótt al månd al se dsdarà
e sugnànd pió giósst turtlén
fôrsi… la batâglia al vinzarà!

§

Voglio fare il giramondo
e inforco un verde sogno
come se fosse un’avventura
io che viaggio da oltre vent’anni
sempre in mezzo alla Poesia,
e mi ci ficco con disinvoltura!
Ce ne son tanti, donne e uomini,
che viaggiano tristi in questi momenti
in cassa integrazione o van cercando
la catena di montaggio
per fare turni notte e giorno,
che andrebbero con la famiglia
in montagna al mare o sugli sci
ma che devono accontentarsi
d’un ovino con due radicchi!
Bene, noi bei bolognesi,
per l’amara congiuntura
ci accontentiamo per il Buon Natale
di leccare vecchie pernici,
poi scendere gli ultimi gradini
dell’Anno che finisce senza sorrisi!
Così entreremo con tant’angustia
in quell’antipatico Anno Bisestile
per iniziare vita nuova:
niente sconti a tutti i lerci
speranzosi di poter rubare
come han fatto fino adesso!
Sempre in alto sono i Poeti
con la forza sovrumana
che hanno i Puri: Viva l’Amore,
tutto il mondo si sveglierà
e sognando più giusti tortellini
forse… la battaglia vincerà!

Sandro Sermenghi

Qui

Qui
quasi tutto si compie
tra false lune ed albe cangianti,
tra spalle corazzate e spilli velenosi,
stoppando il corpo in un momento.

Qui
bisogna invero soffermarsi
tra un respiro corto e l’altro
facendo perle incandescenti
delle paure e del coraggio.

E’ bello questo posto
specie quando posso entrarci,
adagio, frattanto liberato
dagli orpelli del mio turno.

E’ qui
che io mi accorgo
di spender bene il tempo
guardando attento l’alveo
su cui cammino o scorro.

Qui
giocare con me stesso,
viziare spasmi e tenerezze,
mi dà l’incontrastato affetto.
Qui, dentro me stesso.

Aurelio Zucchi

Published in: on giugno 25, 2011 at 06:55  Comments (3)  
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Parole

C’è la parola vestita da sposa
e quella che è meglio lasciare per strada.
E hai quella cosa ch’è mille parole:
la pelle più bianca di un uovo
la luce; o forse parola più grande di luce.
Parola di dio, direbbe qualcuno.
Parola che a te ti farei solo bene,
sfregandoti come un cerino bagnato.
Ci sono parole
che fanno l’amore più pieno e più rosso
perché stare zitti è impossibile, a volte
e tutti gli artisti ti appaiono insieme
a contendersi il merito, come bambini.
Su chi t’abbia fatto quel culo a violino,
quel naso che succhia il mio nettare melo.
Ci sono parole che muovono il mondo
che alzano i turni al lavoro
la gente. Parole riscatto
giustizia, decoro.
Parole che è meglio lasciare da parte,
procedere prima a carezze, su in fronte.
Parole d’addio che farebbero a pugni,
parole per ridere senza rancore.
Parole qui, al posto del t’amo
nessuna.

Massimo Botturi

Alati e non


Non esisteva ancora
non era nata mai
la donna con il sole
alla caviglia
davanti alle inferriate
dell’inverno
acciambellato sotto la grondaia
il gatto legge i fondi
della vita
e la civetta
quando straripa il suono
della sera
inargenta di voli il davanzale
turni da srotolare
lungo i giorni
forse perduti e ritrovati
insieme
lucifero e l’angelica sua ombra

Cristina Bove

Published in: on maggio 23, 2010 at 07:30  Comments (7)  
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Il canto delle officine

Era autunno
le foglie morte ci avevano avvisato
assieme alla lettera di licenziamento,
quel giorno di settembre
avevamo occupato la fabbrica
e gli operai preparavano la notte,
i turni alle vetrate,
ma io e te non dormivamo,
guardavamo le stelle
sognare la luna
sopra il capannone,
e abbiam fatto l’amore
dietro le macchine del reparto,
i tuoi baci sapevano di officina,
le tue mani di grasso e fatica
mi accarezzavano il viso,
una rabbia viveva
sotto la nostra pelle.
Avevi il discorso piegato
nel taschino della tuta
per i tuoi compagni
e il foglio sapeva di libertà,
avevi messo parole di coraggio
come il poeta di Parral
quando grida il suo amore
per le strade di Santiago,
un madrigale azzurro
per le nostre lamiere di cielo.
Fuori un cancello, legate le bandiere
e la nostra vita da inventare
con queste braccia vuote,
sudate di nessun futuro
che non hanno più voglia
di dar niente al padrone,
ché lui si è reso Pilato
e non sa di me e di te
che abbiam figli da tirare grandi
e una mezza casa a riparare
i nostri vecchi inverni
che devono arrivare.

barche di carta