Eterno bambino

Se tu fossi Tutto,
non avresti altro da esigere,
saresti Tutto e più nulla.
Più nulla?
Il vuoto,
vuoto anche di luce
non si lascia immaginare;
la tua carne, gonfia di pensieri,
non fa che consumare,
e incauta sognare e risvegliare
atavici nonsensi.
“Fossi almeno il niente,
che contiene e avvolge il cosmo,
piano sparirei per, lentamente,
riessere, assorbito dalla sua espansione,
in un crescendo fiero,
inesorabile, d’autocoscienza.”
Amniotico ed immenso albume,
culleresti il tuo tuorlo.
Finalmente ermafrodito;
artefice di te stesso, di un universo
le cui costellazioni
sono tue frazioni,
e le tue dita sinaptiche
infiniti tragitti da te dettati.

Ed eccoti Tutto.
Ad altro non puoi anelare.
Tu sei Tutto. Tutto sei tu.
Solo il nulla che eri,
più non possiedi.
Può il Tutto contenere il nulla?
Il nulla è scorza: lui contiene il Tutto
E, certo, non puoi regnarne poco,
non sarebbe tutto il nulla.
Ti rendi così conto, che per averlo,
devi negare il Tutto.
Si tradisce ancora
la tua instabile natura.
Ancora gli estremi si confondono.

E il Tutto e il niente,
è dondolo d’eterno bambino,
che quando è in alto,
vuol discendere, quando in basso,
risalire e,
se in equilibrio, più non si diverte.

Flavio Zago

UMANI: NON CON . . . QUESTI OCCHI

 
che cosa
debbo darvi
come prove:
siete,  siamo,  tutti fasulli  e . . . intanto,
nel remoto remoto,  nessuno leggerà
quello – che è stato scritto – e sarà scritto,
da me,  da voi,  dal  previssuto Alighieri,
anzi da tutti,
ALMENO NON CON . . . QUESTI OCCHI,
.
NON SPECIE, NON PROGENIE,
ALTERANTI
PROBOSCIDI
ACCATTIVANTI CLITORIDI
VITA ESTREMA
FULGIDA
COME UN LAPILLO
E VACUA E VAGA
COME DA ESTERNO FURORE
ETERNO VANO.
.
VINCOLO
PER LA VITA IN CUI NON SIAMO
MA STAREMO PER SEMPRE
FINO A CAPIRE.
.
Oltre l’Anima non c’è nulla
che scende o che sale
verso il Tutto,
l’anonimo astrale
prova
anche lui come noi
da culla del tempo
alla fine del viaggio.
.
Coraggio:
ne abbiamo bisogno,
col sogno dell’ ultimo
abbaglio
la vita terrena per noi.
Travalica i sensi
fittizi
dell’essere umano,
arriva in sinapsi,
di sensi mai occorsi,
che ora son morsi
dal vivere eterno
a noi occulto,
ché ancora
non siamo all’altezza di Loro e di Lui.
Di Lui: leggerà i fatti nostri
– senza occhi –
in un modo diverso.
 

Paolo Santangelo

Big Crunch Apocalypse

I

Primo
Creatore
Mente
fulgida, viva,
sempre pensa
alla nostra stanza
d’aspettativa.
Senza dolore,
senza
sentimenti, lucida,
fredda.
.
E vive,
in atàvico
del passato
il ricordo,
della fine
il futuro.
.
Termini umani
per la descrizione
mai ci saranno:
solo . . . pensieri.
Dell’ apocalittico
ritorno:
.

II
.
Rosso
e tanto
più fugace, quanto
più atroce.
Rimbombo
fino a squarcio
di udito.
Disintegrato
umano
in solo istante.
.
Macro risucchio
nella notte,
il Caos:
.
Spasimo
fuggente che ritorna
nel nero opaco
d’ eterno d’ infinito
finito.
.

Implosione
orrenda, continua
e ciò che era

il nostro
Universo
si restringe, si imprime
e con il tutto
atrocemente
assembla
uomini e cose,
case, mare e montagne
coi cieli e con le stelle
e tutte
le galassie
lontane insieme
in unico, infinitesimo
pesante,
tra quàsar e pùlsar,
senza
distinzione
tra la materia
e la luce . . . :
.
III
.
Invisibile,
greve,
pesante,
si riaffaccia
in altra
Dimensione
ed ecco . . .
.
l’ inimmaginabile
Esplosione . . .
.
Nel Nuovo,
di Nuovo,
col Nuovo,
Cosmo ancòra,
galassie
stelle ed altri
mondi:
nuova,
divisa da Materia,
vivida Luce . . .
.
IV
.
Nel Silenzio
spande –
d’ un colpo annichilando
la particella in sé
e trasformando massa
in energia –

Fuori dal Nuovo
ecco,
la Mente,
Fulgido evento
di pensiero
puro
.
in ricomposta ripetuta
stanza d’ aspettativa,
senza dolore,
senza sentimenti d’ uomo,
lucida,
fredda
senza
speranza –
.
E PLURIBUS
UNUM
ed al Tutto
Niente –
.
di cambiare,
magari in meglio,
di tutti gli Esseri
la Vita.

Paolo Santangelo

Rendiconti

Ci siamo persi in un mazzo di chiavi
che non aprivano nulla.
Ci siamo persi un mazzo di chiavi
che aprivano tutto.
Le cornici in attesa con cori presagi
circuivano tele poco propense.
S’accumulavano carte a scandire
lancette telate di ragno
e dondoli persi nell’infinità.
Il dietro che torna
non ha un buon colore
sa tutto di muffa e d’inutilità.
Ma se questo è il tempo
che ci è stato concesso
come cacciarlo
nella vetrina di coppe
vinte al torneo della stupidità?

Lorenzo Poggi

Tramonto

Come una lampada si spegne il mio ardore,
come un fiore appassito il mio cuore reclina..
Mi sento inaridito, senza energie, senza aneliti.
I giorni della mia primavera sono fuggiti,
e l’anima mi rivela che la vita è come la rugiada
su una foglia e che al primo calore se ne va.

E’ giunto il tempo di notti insonni, piovose e tristi.
Scoprire che non sei immortale e che fantasmi
volteggiano intorno, come in un gioco chiassoso
e misterioso, rivelando quanti giorni ho sprecato,
quante notti ho stoltamente gettato al di la del dolore.

Forse è tardi per chiedere, e pretendere.
Davanti a me onde impetuose rumoreggiano
e, attendendo che esse mi accolgano,
abbraccio l’oceano intero, affidandogli
il mio segreto, la mia pena il mio orgoglio.

Chissà, forse sarò presto ospite del nero mantello,
che mi traghetterà nel mondo del nulla e del tutto,
lasciando così che i miei sogni e i miei canti
volino come uccelli gioiosi verso la nuova dimora

Marcello Plavier

Le mani

Le tue mani
che sanno amare
forti, deboli piccine e grandi
che donano carezze,
che vivono tremanti di emozione
mani vere che non sanno mentire

Le tue mani
Sanno accogliere.
Sanno essere tenere,
sanno essere coppe
per raccogliere pianti e gioie,
queste meravigliose mani
sanno donare certezze.

Le tue mani
abbracciano il nulla,
trasformandolo in tutto.
Stringono, accarezzano,
puniscono e perdonano,
regalano emozioni,
sublimi sensazioni

le tue mani
donano amore,
soddisfano la mia fame
la mia sete.
E allora salgo per scale folli,
e le tue mani volano
sopra il mio viso,
finalmente sereno,
e gli occhi si chiudono
in un sonno mai provato.

Marcello Plavier

Published in: on luglio 10, 2011 at 07:31  Comments (4)  
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L’ira

Mi sgonfio,
mi gonfio,
mi sgonfio.
M’arrabbio,
mi calmo,
m’arrabbio.
Inveisco,
sto zitto,
inveisco.
La testa mi scoppia,
più nulla capisco,
la testa mi scoppia.
E tutto rimane invariato,
m’assillo,
mi sgonfio,
m’arrabbio,
inveisco,
ma tutto rimane invariato.  

Salvatore Armando Santoro

Published in: on luglio 4, 2011 at 06:59  Comments (3)  
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Radure rare

Sai Sire,
a volte anche il principe si lascia;
a volte, quando la macchia si fa fitta
e non riesce a galoppare a briglie sciolte,
là, deve uno spiazzo lo attende
carezza le redini e smonta
dal devoto destriero.

Non scuote più al vento e pigra s’affloscia,
la morbida piuma del suo cappello.
Non più vibranti criniere,
non ritmi pressanti di zoccoli fieri
e l’aria smette di garrire.

Disteso, sulla pace dell’odore dell’erba
immerso, nel tepore di raggi tra fronde,
ritrova la consapevolezza del respiro
e un cuore saggio che insiste a pulsare.

Sussurrano vene e mormorano rivi
di riflessi argentati e sassi sinuosi.
Richiami svolazzano garruli, curiosi;
l’ala senza tempo avvince i pensieri.

– Stimare la sosta, per librare la corsa;
gustare il poco, per non strozzare nel tutto.
Provare la fame, per godere del cibo;
saggiare il solo, per amare il noi. –

Riscopre l’essenza del seme nudo,
la fonte che, nembo, rivive la luce.
Ritorna il pastello di forme sfumate
e radici celate a dir di foreste

“ … ora dimmi, dimmi mio Sire,
quante radure concedi agli eredi?
A quanti pennacchi consenti la tregua
e a lame lucenti l’inguainato riposo? “

Ed è il ponente a dipingere il cielo,
a stagliare profili velati di bruma.
L’ombra esitante cavalca nel forse.
Un principe oscuro ricerca l’azzurro.

Flavio Zago

Il presepe visto da un passerotto


Quel ciuffetto, sulla via,
d’erba fredda, circondato
da mercanti e da bambini
si fa piccolo, piccino
il ciuffetto su quel bordo
della via che è casa sua
per non esser calpestato.
“Che succede, che succede” –
chiede il passero al ciuffetto –
“Non lo so, non mi son mosso
dalla zolla che è il mio tetto,
guarda tu, che puoi volare.”
Ed il passero s’inalza:
dietro il monte sta calando,
stanco ed affannato,  il Sole.
E poi vede, da lontano,
una stella con la coda…
Forse è un’aquila reale?
Scorge male?  No vicino
sta arrivando:  sta guidando
Magi, uomini e animali.
.
E’ una stella molto strana
e la chiamano “cometa.”
.
Gira ancora il passerotto,
presto deve ritornare
dal ciuffetto ch’è suo amico
raccontar ciò che ha veduto
raccontar ciò che ha sentito.
.
Vede un uomo con le ali,
come lui, ma luminoso
non uguale ad altri umani,
non uguale a zampognari,
né ai re Magi, né ai soldati,
né ai cattivi cacciatori,
che son tutti senza ali:
“Sono un angelo” gli dice
“sono un angelo di Dio,
per cantare la Sua gloria
ed a tutti i cieli interi.”
.
“Sai che è nato un bel Bambino,
proprio adesso.  Guarda, ammira,
guarda verso quella stalla.”
.
Ed il passero obbediente
vola presto più vicino
e chi vede? Un uom piccino,
biondo, roseo, ricciolino,
coccolato dalla Mamma.
.
Ma che freddo,  ma che freddo!
Non c’è fiamma a riscaldarlo
solo il Babbo, nella grotta
con un bue ed un asinello.
.
Il Bambino è il Re dei Re,
quel tugurio è la sua reggia,
perché uomini e animali
gli si inchinano davanti,
tutti quanti anche i re Magi
che gli portano gli omaggi.
Il visino è sorridente,
ride piano la Madonna
per la gioia, col marito
San Giuseppe, che l’aiuta
appoggiandosi al bastone
che fiorisce con ungiglio.
.
“Questi è il Figlio, già voluto
dalla Mente del Signore
ora è nato, per salvare
ogni uomo dal peccato…”
Ciciricìp!”: il passero
nel sentire ciò è felice
di non essere un umano.
Lui e gli altri del suo mondo,
pur con legge della giungla,
il “peccato originale”
non lo fecero:  son salvi.
.
E il ciuffetto d’erba in prato,
non ancora calpestato
da carretti o da calzari,
vede il passero calare
in picchiata sulla zolla
circondata dalla neve:
è successo ch’Egli è nato,
il Signore dei Profeti
di quel Tutto immaginato
da Colui che sempre è,
che ha creato Tutto il Più,
in attesa del riscatto
dalla morte e dal dolore:
ecco il Grande Salvatore
il Divin Bambin Gesù!

Paolo Santangelo

Nebula

Pensieri ad anello
percorsi, ricorsi,
eterni fuggenti
istanti immortali.

Cercare sequenze,
assetti valenti
tra questi frammenti
è opera ria.

– Non fossi sì solo
nel freddo del cosmo,
tra un Pico di Pico
e un Tera alla Tera,
potrei valutare
il valore del pianto,
dell’equo d’errori,
d’assoluti insoluti.

– Così il Nulla svanisce
non appena lo penso,
e il Tutto non è
finché non è nominato
e già sillabato
è monco d’inizio.

In un eterno finito
non essere tutto,
in un infinito spezzato
non essere niente.

– Che mestizia, che vuoto.
Che non finimondo.
Forse è meglio colmare
questo non Tutto.
Forse è meglio freddare
tutto questo non Nulla.

Catafatismo incombente.

– Sia fatta la luce!

E il Caos finì?

Flavio Zago