Nell’attesa di rivederti

Ti dipingo su tela d’oro puro
per rinnovare il piacere del tuo viso.
Piccole labbra che già sanno il sorriso
imparano il linguaggio del pensiero.

E quella bocca che fino a ieri
suggeva solo nettare di vita
ora s’atteggia al dire con impegno
gorgheggiando come un uccellino.

Ma sono gli occhi che non so rifare.
Nessun colore può rendere la luce
che d’intelligenza brilla e d’innocenza
germe di quell’amore misterioso

che unisce terra al cielo
in un’ irripetibile simbiosi
che sovrasta dell’intelletto ogni cognizione.
Ed è tenera emozione.

Elide Colombo

Egoismo e carità

Odio l’allor, che quando alla foresta
le nuovissime fronde invola il verno,
ravviluppato nell’intatta vesta
verdeggia eterno,
pompa de’ colli; ma la sua verzura
gioia non reca all’augellin digiuno;
chè la splendida bacca invan matura
non coglie alcuno.
Te, poverella vite, amo, che quando
fiedon le nevi i prossimi arboscelli,
tenera l’altrui duol commiserando
sciogli i capelli.
Tu piangi, derelitta, a capo chino
sulla ventosa balza. In chiuso loco
gaio frattanto il vecchierel vicino
si asside al foco.
Tien colmo un nappo: il tuo licor gli cade
nel’ondeggiar del cubito sul mento;
poscia floridi paschi ed auree biade
sogna contento.

GIACOMO ZANELLA

 

 

Borghesia

Viso incipriato
graziosi sorrisi
di circostanza.
Pavoneggi
ciò che conta
nella bella società.
Famiglia perfetta
giardini inamidati
pellicce
beneficenza
pubblicizzata.
Brilla la medaglia
che ti distingue
sulla passerella
dei giorni e
la sera
ti abbandoni
nelle spire
della tivvù.
L’essere libero
è l’uccellino
saltellante
nella fredda solitudine
nel vento indifferente
ed è felice
delle sue piume.

Graziella Cappelli

Sotto il tiglio

UNDER DER LINDEN  (UNTER DER LINDE)

Under der linden
an der heide,
dâ unser zweier bette was,
dâ mugt ir vinden
schône beide
gebrochen bluomen unde gras.
vor dem walde in einem tal,
tandaradei,
schône sanc diu nahtegal.

Ich kam gegangen
zuo der ouwe,
dô was mîn friedel komen ê
dâ wart ich enpfangen,
hêre frouwe,
daz ich bin sælic iemer mê.
kuster mich? wol tûsent stunt,
tandaradei,
seht wie rôt mir ist der munt.

Dô hât er gemachet
alsô rîche
von bluomen eine bettestat.
des wirt noch gelachet
inneclîche,
kumt iemen an daz selbe pfat.
bî den rôsen er wol mac,
tandaradei,
merken wâ mirz houbet lac.

Daz er bî mir læge,
wessez iemen
(nû enwelle got!), sô schamt ich mich.
wes er mit mir pflæge,
niemer niemen
bevinde daz wan er und ich
und ein kleinez vogellîn,
tandaradei,
daz mac wol getriuwe sîn.

§

Sotto il tiglio
Presso il prato,
là era il nostro giaciglio,
là potrete trovare
belli insieme
fiori rotti ed erba.
Davanti al bosco, in una valle,
tandaradei,
tanto bene cantava l’usignolo.

Camminando arrivai
al prato:
là era giunto il mio amore.
E là venni accolta
così felicemente
che ne sono sempre più estasiata.
Mi baciò? Oh, per mille ore!
tandaradei,
Guardate com’è rossa la mia bocca!

Là egli aveva costruito,
quanto ricco
di fiori, un giaciglio.
Riderà di cuore
Tra sé
chi passi da quello stesso sentiero.
Presso le rose potrà,
tandaradei,
scorgere dove giaceva il mio capo.

Lui giacque con me.
Lo venisse a sapere qualcuno
(non voglia così Dio)
ne avrei vergogna.
E nessuno sappia mai
quello ch’ha curato far con me,
a parte io e lui
e un piccolo uccellino
tandaradei,
che certamente sarà fedele.

WALTHER VON DER VOGELWEIDE

Isola proibita

Ulisse
ascoltò il canto
delle sirene,
non si fece
legare…
vide
una finestra,
uno sprazzo di luce
libertà…
e spiccò il volo,
ma picchiò
la testa
contro il vetro
trasparente…
il bambino si chinò
raccolse
l’uccellino morto
e pianse.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on aprile 14, 2010 at 07:40  Comments (5)  
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Il manichino

Con gli occhi chiari e le ciglia all’insù
Ed un vestito firmato Cardin
Mi sorrideva dentro una vetrina
Con la sua bocca rossa e piccolina
Nei suoi piedini le scarpe marron
Su cui brillava la luce del sol
Bella e pulita era, sempre alla moda
Sempre ordinata, pronta per uscire

Io ogni momento ero lì da lei
Innamorato del viso suo, di cartapesta
E lì, tra saldi, offerte e novità
Con lei l’inverno era d’estate
Era più dolce la mia pena

Tutte le donne che ho avuto fin qui
M’hanno soltanto sbranato di più
M’hanno mangiato tutto, tutto quel che avevo
Ed hanno riso di quel che dicevo
La prima volta hanno detto di sì
Poi m’han sputato addosso dei no
Giocan la carta che gli dà il momento
“Domani”, domani è solo un avverbio di tempo

No, lei era lì, dentro la sua vetrina
E mi aspettava ogni mattina, come una sposa
Come un uccellino, chiedendomi “andiamo via, andiamo via,
Viviamo insieme questa storia”

Una sassata e il cristallo va giù
E poi di corsa con lei a casa mia
Io la stringevo qui tra le mie braccia
E carezzavo quella strana faccia
Sotto la pioggia balliamo “uno due tre, un due tre”
Un valzer lento suonava da sé
Ed io parlavo del nostro futuro
E lei piangeva in silenzio, lo giuro

E tra quattro pareti e un tetto
Lì si calmò nel nostro petto, pena con pena
Via, in sella a tutto l’universo
Ho fatto del passato un verso
Nascosto dentro ad un poema

E poi sono arrivati loro
E mi hanno tirato fuori a spintoni dalla mia casa
E mi hanno rinchiuso qui, tra quattro pareti bianche
Dove vengono, vengono a trovarmi i miei amici
Di giorno in giorno, di mese in mese
Di anno in anno…

GINO PAOLI

DE CARTÓN PIEDRA

Era la Gloria vestida de tul
con la mirada lejana y azul
que sonreía en un escaparate
con la boquita menuda y granate,
y unos zapatos de falso charol
que chispeaban al roce del sol.

Limpia y bonita. Siempre iba a la moda.
Arregladita como pa’ ir de boda.

Y yo, a todas horas la iba a ver
porque yo amaba a esa mujer
de cartón piedra,
que de San Esteban a Navidades,
entre saldos y novedades,
hacía más tierna mi acera.

No era como esas muñecas de abril
que me arañaron de frente y perfil.
Que se comieron mi naranja a gajos.
Que me arrancaron la ilusión de cuajo.
Con la presteza que da el alquiler,
olvida el aire que respiró ayer.

Juega las cartas que le da el momento:
“mañana” es sólo un adverbio de tiempo.

No, no. Ella esperaba en su vitrina
verme doblar aquella esquina…
Como una novia,
como un pajarillo, pidiéndome:
“libérame, libérame…
y huyamos a escribir la historia”.

De una pedrada me cargué el cristal
y corrí, corrí, corrí con ella hasta mi portal.
Todo su cuerpo me tembló en los brazos.
Nos sonreía la luna de marzo.
Bajo la lluvia bailamos un vals,
un, dos, tres, un, dos, tres… todo daba igual.

Y yo le hablaba de nuestro futuro,
y ella lloraba en silencio… os lo juro.

Y entre cuatro paredes y un techo
se reventó contra su pecho
pena tras pena.
Tuve entre mis manos el universo
e hicimos del pasado un verso
perdido dentro de un poema.

Y entonces, llegaron ellos.
Me sacaron a empujones de mi casa
y me encerraron entre estas cuatro paredes blancas,
donde vienen a verme mis amigos
de mes en mes…,
de dos en dos…,
y de seis a siete…

JOAN MANUEL SERRAT