Ritrovo di famiglia


Impollinati sullo stesso cespuglio
portati dal vento in stagioni diverse
lungo sentieri irti fino a uno spazio vuoto
dove nidificare, dove l’ombra che si sposta
lascia pozze di luce, per lo splendore
di una fioritura maturata in frutti
esposti alla sorpresa della tempesta.
Nell’uguaglianza e nella diversità
ciascuno apprendendo lingue diverse
pensando pensieri diversi
sigillando sconfitte nel proprio cuore
fino a scrutare il tempo con gli stessi occhi.

Rosalba Casetti

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L’Angelo della Morte

La cinica beffa al dolore
propala coi pianti ed i prieghi
uguaglianza per tutti gli umani,
dal chiuso silenzio dei chiostri
di templi, pagode, di stupa:
il Libero Arbitrio.

Amore, pietà, sacrificio,
nell’ombra furtiva dei templi
le nude pareti coperte
di oro e d’ argento
e gli idoli muti di bronzo,
le croci di pietra e di legno,
le immobili statue forgiate
a imagine d’uomo.

E ogni giorno col polso
vibrante d’ignoto tremore
a ipocrita mano protesa
di questa genìa parassita
di tutte le fedi
riversano l’obolo ingenuo
di loro viltà.

Ma piazze tonanti… Martellano i passi
nel freddo chiaror cristallino
indomito sguardo protendi.

Qualcuno al Coraggio e al Valore
di Uomini Buoni (qualcuno c’è ancora)
Tu lasci. Agli uomini buoni – gli Eroi –
supplenti stavolta a mancanza
del nostro potere di libera scelta…


Ma Tu devi operare!

Occhio immobiIe, vitreo,
nell’urlo che incalza fremente,
e tuona in delirio agghiacciante,
vittorioso tu passi Credente:
negli occhi la vivida Luce
nel mento serrato nei muscoli tesi
l’Immensa Potenza tu porti
Morte, Innocenti all’ eterno Splendore
d’ umanità che più non cammina.

La mèta, la mèta è vicina
travolto, domato, tagliato
dall’impeto è il filo di seta
sottile che vita sorregge
d’ogniuomo: straziato.

Ma ridi anelante, febbrile,
del riso, amante del bene
chiaro e forte, la terra scossa
– che vibra nell’aria-
distruzione e rovina
percossa dai démoni è rotta:
non abbocchi a bestemmieresie
di alcuni scampati, li perdóni,
ma impavido fai strada alla morte.

Paolo Santangelo

Fontana muta

Quanto tempo è passato da quando
di zampillare hai smesso.
Che tristezza fontana mia muta!
Ricordo ancora quei giorni andati,
tutti intorno a sentire il tuo canto
argentato, l’acqua pulita che regalavi
al pellegrino e al ladro,
al vecchio accaldato, alla giovanetta
con l’anfora da riempire.
Quanta acqua da quella tracimava
mentre lei dell’amor nuovo le dolci parole ascoltava.
Una voce dalla finestra come richiamo,
lei fuggiva e lui sospirando in te
si specchiava domandandoti se lei
ancor l’amava.
Nel bene e nel male cantavi sempre
col tuo zampillare allegro.
Cantavi nei giorni di pioggia,
nei giorni ventosi, nei giorni tristi e oscuri.
Simbolo di pace e uguaglianza,
dissetasti lo straniero oppressore,
il partigiano e il liberatore.
Ora non canti più fontana mia,
ai tuoi marmorei piedi tracce
di vite buttate dentro siringhe mortali.
Più non ascolti parole d’amore,
di libertà, di pettegolezzi di vecchie annoiate.
Più non disseti i monelli che intorno
ti correvano inseguendosi.
Simbolo di vita, t’hanno resa muta,
quasi che la vita stessa più ora
non abbia senso.

Claudio Pompi

L’UGUAGLIANZA

L’uguaglianza esiste solo nelle virtù di chi è morto, se ci fate caso sono stati tutti buoni, onesti e probi. Non troverete mai scritto “Qui riposa finalmente un uomo che in vita ne ha fatte di tutti i colori”  “Esempio di egoismo massimo, ineguagliabile nullafacente, lasciò questo mondo tra il giubilo di chi per anni sperò che il suo decesso avvenisse prima. No, sono stati tutti ottimi padri, mariti esemplari, menti illuminate, probi lavoratori, pieni di amore e di pietà cristiana. Tutti, indistintamente, hanno vissuto nella grazia del Signore. A cinquantasei anni, credo di avere avuto modo di vedere qualcuno morire e per come ho avuto modo di conoscerlo in vita più di uno non aveva condotto una esistenza così cristallina. Tanto è vero che andando a deporre un fiore più in ricordo della nostra giovinezza passata insieme che per altro, ho trovato questo genere di frasi. Per un momento ho pensato di aver sbagliato fornetto, poi ho capito che era proprio lui. Se volete sapere fino a che punto arriva l’ipocrisia andate al cimitero, è l’enciclopedia per eccellenza nel suo genere. Non sono esenti le donne, anche loro madri esemplari esempi di virtù e abnegazione, spose fedeli. Non troverete mai una che si sia prostituita, eppure la prostituzione è il mestiere più vecchio del mondo, possibile che non siano mai morte? È vero che “una mela” al giorno toglie il medico di torno, ma anche il becchino? Niente da fare! Al cimitero non trovi traccia poiché sulle lapidi trovi scritto solo pregi e virtù. Non trovi traccia di madri che hanno abbandonato i propri figli. Tutte madri che hanno dedicato l’esistenza terrena alla prole. E allora sotto quelle umili croci, semplici lapidi dove oltre al nome e alle date non c’è scritto nulla chi giace? Forse ladri, assassini, prostitute, imbroglioni, madri snaturate, gente che è meglio dimenticare che ricordare. No. Gente che ha attraversato la vita come tutti noi e che di quel che dicono i posteri, nel bene e nel male, non può importare nulla perché nulla erano e nulla sono tornati ad essere. La morte non va presa sul serio ma neppure presa in giro con l’ipocrisia. Quello che vediamo nei nostri cimiteri sono monumenti alla nostra falsità, a noi stessi. Se abbiamo amato qualcuno e lo vogliamo ricordare non abbiamo bisogno di frasi scolpite nel marmo, lo portiamo nel cuore e non abbiamo bisogno di far sapere quanto importante fosse a chi vi entra. Bisognerebbe ricordare che lì ci sono solo dei poveri resti e basta. Il posto dove coltivare il ricordo, portarne avanti l’esempio è in chi resta.

Claudio Pompi

Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno

ritroveranno ner zappà la terra

li resti de li poveri sordati

morti ammazzati in guerra,

pensate un po’ che montarozzo d’ossa,

che fricandò de teschi

scapperà fòra da la terra smossa!

Saranno eroi tedeschi,

francesi, russi, ingresi,

de tutti li paesi.

O gialla o rossa o nera,

ognuno avrà difesa una bandiera;

qualunque sia la patria, o brutta o bella,

sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno

tutti compagni, senza

nessuna diferenza.

Nell’occhio vôto e fonno

nun ce sarà né l’odio né l’amore

pe’ le cose der monno.

Ne la bocca scarnita

nun resterà che l’urtima risata

a la minchionatura de la vita.

E diranno fra loro: – Solo adesso

ciavemo per lo meno la speranza

de godesse la pace e l’uguajanza

che cianno predicato tanto spesso!

TRILUSSA

Published in: on gennaio 5, 2010 at 07:11  Comments (2)  
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