Onironauta

Un mordersi continuo
come a sfamarsi degli umori
fermare il flusso  d’un tempo caldo
che ancora avverte d’esser vivi
a toccarsi le gambe pare strano
testimoniare tutti i giorni
sedute o deambulanti
e le braccia una loro geografia
di vene e squame

sognare alligatori sotto il letto
i figli sparsi da salvare
urlavo
nessuno mi ascoltava
ridevano di quelle care bestioline                   e
non aver paura, sciocca, vedi che sono innocui?
Non era vero
li mangiarono tutti                     grandi e piccoli
qui ci vorrebbe un gesucristo armato – pensavo –
che se aspetto miracoli…

ho poi guardato                   ho visto tra le fauci
d’una stanza affamata di me
scricchiolarmi di ossa
espropriarmi di sangue e d’ogni fluido
in questo sogno che rimane fisso
e so
d’essere sveglia.

Cristina Bove

Di dentro

POR DENTRO

¡Oh, no poder dar luz a las tinieblas,

voz al silencio,

que mi dolor cantara

el salmo del misterio!

¡Oh, no poder decir lo que se muere

en sagrado secreto,

antes de haber nacido,

en el sepulcro-cuna de lo eterno!

¿Dónde está vuestro aroma de ambrosía,

¡oh, flores del invierno!,

que antes de abrir al sol vuestras corolas

– ¡dulce consuelo! –

volvisteis a los campos

a que la Muerte baña con su riego?

¡Cantar lo que no cabe

ni en palabras ni en tonos es mi empeño,

y decirte, mi amor, aquí, al oído,

mi corazón entero,

con su ritmo, sin música, ni letra,

con todo su silencio!

Terrible es la palabra

y su poder, poder de mal agüero.

Muere en ella la idea cuando nace,

enterrada en su cuerpo,

como muere al dar fruto

del todo nuestro anhelo.

Que al tocarte mi fiebre en ti despierte

la fiebre de tu seno,

y se fundan así nuestros ardores

en un mismo deseo.

Calla, mi amor, cierra tu boca fresca,

que así te quiero;

donde dejó su huella la palabra

no anida bien el beso.

Calla, que hay otro mundo

Por dentro del que vemos,

un mundo en el que tejen las tinieblas

y es todo cielo.

 §

Non potere alle tenebre dar luce,

voce al silenzio!

Il mio dolore

il salmo del mistero canterebbe.

Nè poter dire quello che in un sacro

arcano muore,

prima ch’esso sia nato,

dentro il sepolcro-cuna dell’eterno!

Ove dura d’ambrosia il vostro aroma,

o fiori dell’inverno,

che innanzi che s’aprissero le vostre

corolle al sole

– dolce conforto ! –

tornaste ai campi

che Morte irriga coi suoi sparsi umori?

Cantar quel che non entra

in parole o in accenti è mia fatica

e qui dirti all’orecchio, amore mio,

il periplo del tuo cuore

con ritmo senza musica nè sillabe,

con tutto il suo silenzio!

La parola è terribile

ed è di malaugurio il suo potere.

Appena nasce, in Lei muore l’idea,

nel suo corpo sepolta,

come nel dare il pieno frutto muore

l’ansia dell’uomo.

La mia febbre toccandoti risvegli

la febbre del tuo seno,

e si fondano quindi i nostri ardori

in un solo desio.

Taci, amor mio, chiudi la fresca bocca,

così ti amo;

dove lasciò sua impronta la parola

non bene annida il bacio.

Taci, c’è un altro mondo

dentro quel che vediamo,

un mondo dove tessono le tenebre;

è tutto cielo.

MIGUEL DE UNAMUNO Y JUGO

Stelle

Spuntano profumate
elette
non solo giardiniere di mimose
fioriere di cielo
evasioni universali
con eleganza
una accanto all’altra

Riflussi lunari
fra i viali solari o solitari
scrigni pazienti nelle avversità

Brillano capelli sciolti
alberelli al vento
gli occhi affaccendati
sensibili umori di ogni sera o primavera
sbocciano, dall’elemento luce.

Aurelia Tieghi

Venezia

 
Sul rio di San Zanipolo
avanza lenta una barca
nella calura soffocante
di un agosto di guerra
Un vecchio gondoliere
spinge gentile il remo
a tramutare urti in carezze
per il suo carico di vita
Più non giungono fuochi e bagliori
nè grida insanguinate
da quella terraferma di dolore
Dita magre di fame hanno smesso
di raschiare una madia ingrata
Oggi è un giorno di pane e di sole
e tutto intorno ridono al tuo cuore
anche gli opachi umori
di questa serenissima città
Rilucono le muffe smorte
ed anche gli angeli scrostati
di questi antichi capitelli
sembrano vivi di nuova luce
nell’aria di un sogno sospeso
tra il cielo incerto dei tempi
e questo verde smisurato mare
Oggi è un giorno di dolce timore
e tu difendi il grembo e tremi
come in bilico trema questo Novecento
sulle palafitte di una storia amara
Stasera poserai lo sguardo
sul mite frutto del tuo amore
stanca di una felicità raggiunta
dimentica di lotte e di tormenti
Sarai madre di una speranza
e avrai donato un uomo al mondo
Non ti faranno più paura
i malanni gli odii  e le maree
perché non sarai sola
ad affrontare questo lungo viaggio
Io già lo vedo quel bambino nuovo
mentre lo culla eterna
l’onda della laguna d’oro
Splende brillante il cielo del Leone
fiera sembra che innalzi per lui
questa città la sua bandiera

Massimo Reggiani

Dedicata a Venezia, sempre nel mio cuore, ma anche a mia madre che andò in gondola a partorire in ospedale  il 15 agosto 1944. Quel bambino è mio fratello, naturalmente la dedico anche a lui.

Per la strada

Come un bel campo prima che figli
è la mia attesa.
Saperti mi da pane e sfinimento
pensieri che ho provato da acerbo
grandi spazi
solcati con la gioia dei sandali migliori.
Prima di averti la bocca farò pace
sulle tue spalle piene di acqua
e un’aia bianca, dirò di te a chi poi me lo chiede;
il sole a picco, la legna
che rilascia i suoi umori
il vino santo.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 27, 2011 at 07:40  Comments (3)  
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Preghiera

Se te ne vai
salpi dal cuore
spezzandomi reni
con giorni
insensati
di vele a ponente.
Il viverti dietro
è stridore
ingessato
su ardesia del tempo
e l’occhio singhiozza
aghi di pino,
che graffiano
mari di umori.
Se te ne vai
mi lasci l’ombra
le pareti diventano
abside romanica
grezza e nuda
il soffitto s’incurva
in viale di tigli a Settembre
le finestre
panorama plasmato
di alvei incavati e valli
all’orizzonte
e il colore attorno
acquazzone di Marzo.
Se te ne vai
perde calore
e fragranza,
il tuo tatto tatuato
sul mio tremore
e il mutare
delle forme
scioglie nodi carnali
di corpi estasiati.
Troppo fragile
e nero di seppia
l’aquilone del sogno
per forare le nubi
e i domani fumosi.
Tutto mi è disegnato dentro
acquaforte mi sento
incisa di te.

Tinti Baldini e Flavio Zago

Dal mio presente informe


Dal mio presente informe
dal multiforme passato
mi rapisce e mi porta
indietro ad un prima che non conosco
+ lungo un percorso mi conduce
attraversiamo +
un caldo di umori e di mani
corpi che confondono i tempi
il cielo e la terra racchiusi
in un bozzolo di sospiri
ha parole incandescenti
di bellezza primitiva
+ crude da caverna +
sono macigni sulle piume
+ leggere del sogno +
Spaccano le montagne
rompono gli argini del fiume
più mi dà il suo rude
più sgorga il mio miele
il suono della sua voce si fa scuro
il tono deciso urgente
disperde la mia mente
mi tiene fra le braccia
mi allaccia al desiderio
sospende il mio respiro
lassù su su in cima
fino al grido
poi mi appoggio al nido del suo petto
sono nata adesso
è calda la sua carezza sul mio viso

azzurrabianca

Lasciatemi fare

Scrivo per alleviare
non so bene cosa
e mi racconto una bugia
l’ennesima
chè tanto solo chi lo prova
sa
che c’è un dolore
che ti marcisce dentro
e non ha scrupolo
né coscienza né rispetto
proprio come certi
che a ciarlare pompano
il diaframma
a far bella figura

tanto la nota scade uguale
se non c’è l’anima
e mani che ti puzzano
di umori
e sangue ubriaco

non perdete tempo
a cercarmi
non mi troverete

ora danzo con gli spettri
almeno non mi sbaglio.

Beatrice Zanini

Published in: on novembre 22, 2010 at 07:26  Comments (6)  
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Sola è la terra


Sospesa quasi immota nel pensiero
resto aggrappata alla riva di questa vita
che mi respira addosso aria settembrina
di dolce brezza mattutina.
Filtro umori arcaici, strani
di terra rivoltata, stanca ormai
di mostrare ferite nelle zolle aperte.
Geme la terra e brama come fresca sposa
il bacio dello sposo a coronamento
della sacra e desiderata unione.
Implora la terra la gemma della pace,
non ha più forza di additare le orrende fosse comuni,
vuole dimenticare le vergognose foibe,
teme il ritorno angosciante delle Ardeatine.
E’ immacolata la terra,  sola a ricordare,
sola a piangere e ad aspettare;
l’hanno tradita gli uomini quasi colpita a morte
ma non ha perso la fede, né la speranza,
silenziosa e quieta aspetta che attecchisca il seme
gettato per distratta dispersione,
se avrà fortuna e attenzione
potrà dare vigore all’intera piantagione:
sarà pane d’amore e di compassione
per ogni generazione.

Roberta Bagnoli

L’anima del poeta

Sei poeta
non ho detto medico,
né insegnante, né operaio.
Ho pronunciato
infausta parola:
poeta,
cantore del tempo
che spendi in sospirati spiccioli,
felice e consapevole
del tuo ingrato destino.
Sei polso fremente della terra,
attento ne tratteggi sottili venature,
sei interprete analitico, sensibile
degli umori incomprensibili dell’anima,
dei suoi impossibili voli
ne fai piuma corposa,
t’illudi di salvare il mondo,
alla fine ti contenti di offrire
una semplice stanzetta con vista
sull’immacolata, incresciosa
e scomoda vetta.

Roberta Bagnoli