Veglia

 
Teatro triste una notte
ma non per lui che fu tutto vero
Già sapevo la notte da passare, ma
non immaginavo l’orrendo travaglio
di  chi dovevo sostenere, nell’oltrepassare.
I miei occhi vedevano quella
non più umana persona,
trasfigurata dalla morsa del male
Mi chiedevo  perché…
perché…oh Signore?
abbi pietà di lui!
Lo sguardo muto, sgorgava lacrime a fiumi
il suo corpo, senza  padronanza giaceva
nel letto, dimenandosi come una bestia in gabbia.
Emetteva  rumori, gesti involontari
lamenti, gemeva, e urli d’impotenza.
Io capivo la sua atroce paura.
Atroce sofferenza e nulla io potevo,
solo consolarlo con lo sguardo mio
trasparente di dolore per lui.
Nello strazio continuo, l’anima sua
si ribellava  alla morte, lottava con lei
chiedeva  ancora  clemenza.
Insisteva a barattare la morte per la vita
ma la morte non si corrompeva
la percepivo anche io, la vedevo, era lì.
Aspettava, mi incitava ad andare
 per non assistere al banchetto tetro.
Allora capii… nulla più potevo!
Mi rifugiai nelle preghiere
lunghi Padre Nostro e Ave Maria
lunghi Eterno Riposo.
Furono di sostegno entrambi;
alla fine di quella notte amara
arresa, l’anima lasciò il corpo, non più suo.
Io, compito ingrato
ricordo indelebile abbandonai
vuota quella notte di dolore.   

Rosy Giglio

Guerra e pace

Tra maglie impigliate
di cerchi carnivori
che vanno
fino alle latitudini polari
e di meridiani trasversali
che strappano agli urli
carne viva,
la bilancia che pesa
le distanze
accomuna le specie
per l’affannoso errare
alla ricerca
della supremazia.
L’uomo che detiene
lo stile di ciascuno,
alleggerisce il peso
fabbricando
il sangue dell’agnello
per lavare,
la pace del piccione
per volare.

Giuseppe Stracuzzi

La notte

Il giorno frena
la stridente corsa
prima di scaturire,
la foce indossa
gli ultimi vagiti
dell’orizzonte,
nel mare del silenzio
apre il sipario
la leggiadra notte
e sa di immenso…
dissolve frastuono di raggi,
cancella
l’egemonia di urli
di soprusi,
prende cavalli alati
e galoppa nel tempo,
la libertà repressa
da vincoli sospesi
abbraccia, un campo dona
senza recinti, é dolce scorrazzare
per antichi sentieri,
ancora più lontano
incontra un cielo
di libertà di amare
e pianta ovunque alberi
di sogni.

Giuseppe Stracuzzi

Tu delirio

Il tuo caro vello ambrato
il tuo ventre, le tue labbra
morbide e audaci,
il mio sangue che risuona
nella alcova confine argentato
rotolando nel tuo fiume ardente
La lingua  esplora
lambendo
il vestito che ti sveste
Chioma, fogliame del tuo
albero carnale, grappolo d’uva
otre di vino caldo
versato in un nodo
di gemiti ed urli
delirio per la  mia lingua
nel tuo pozzo d’amore
e la tua luna in due quarti
misteriosa e gaia
dove metterò i miei
sogni d’amante e di esteta
nell’attesa della lotta estrema
per rendere universale
il nostro fiammeggiante
delirio d’amore.

Marcello Plavier

Il canto antesignano

Dove a bacìo dell’angiporto
stagna l’acqua di rigagnoli
vedo dislocate increspature,
gocciola dai sostrati un filamento,
lacera il cuore…
vedo una bambina dissacrata
con gli occhi grandi
al velo della stura
che ricetta la favola stravolta
sulle rive dell’alba senza giorno
dove sfociano gli urli della sera.
Vedo una donna laida sformata
che stringe il gioco
alla profusa gruma
biascicando foglie masticate
e stralci guitti di disinvolture…
e vedo tra i mattoni scalcinati
la faccia dell’intonaco guarnita.

Giuseppe Stracuzzi