Pioggia di fine estate

Leggera
tutta la notte
e tutto il giorno
l’eterna madre
ha versato sulla terra assetata
il nettare della vita.

La pioggia irrora
la mia malinconia
riarsa dalle vampe
della fulgente estate
che ora va via.
Il suo scroscio quieto
allontana
l’urlo della carne e della passione,
il fruscio dolce
delle sue fresche gocce
assopisce
lo strepitio dei desideri
e le sue mani materne
accarezzano
il mio animo inquieto.

Nino Silenzi

Confini

Nell’aria della sera
che arrotola gli ultimi fianchi del giorno,
io vado a caccia del miglior confine
per addentrami nei boschi di fiaba.

Ancora un po’ attenderò paziente
i coni della notte senza l’alta luna
e lì alloggerò l’ultimo urlo del vento,
cruda roccia che il sole abbandona.

Cosa sognerò nel buio di poche stelle,
che mi ricordi i fasti delle alte Corti,
che riaccenda luci e voglie matte
perché riveda la casa impossibile?

Aurelio Zucchi

Published in: on maggio 2, 2012 at 07:07  Comments (6)  
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Spazio

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissimo muovermi ferita;
voglio spazio per cantare,
crescere errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano

ALDA MERINI

Published in: on aprile 16, 2012 at 06:58  Comments (7)  
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Sintonia d’amore

Non voglio
che asciughi le mie lacrime,
amore,
sono di gioia.
Non cercare per me
parole che consolino.
E’ bella la malinconia
dell’amore.
E’ sognare ad occhi aperti,
mentre come volute
di fumo
si alzano i pensieri
insieme alle nostre braccia
in un urlo d’amore…

Sandra Greggio

Published in: on febbraio 20, 2012 at 07:19  Comments (11)  
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Lasciatemi

 
O forse il glicine
di novembre scruta ?
.
Ci si porta, assenti,
sul ciglio della zolla
e gridiamo alle stoppie
che saranno.
E il grano…
Il grano ?!
.
Non mi farò urtare
dal cielo cupo
che pure morde il pane
nero e nero !
Non mi farò vestire
per andare oltre
questo miglio appena
che mi bacia il passo.
.
O forse, il glicine,
corteggia la calce spenta ?!
.
Lasciatemi la pelle, nuda !
Lasciatemi al pane duro
al tepore dell’urlo d’amore,
alle fiamme del poco
per inventare azzurri.

Stefano Lovecchio

Published in: on gennaio 28, 2012 at 06:59  Comments (5)  
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La carezza del vento

Ho provato
tante volte
ad ascoltare
il chiacchierio confuso
dei platani
nelle giornate di vento.
Il fruscio delle foglie appare
come un’onda impetuosa
che sbriciola preghiere confuse.
Quello dei platani,
invece,
è un mormorio dolcissimo
che invita
al riposo e all’oblio.
L’urlo delle querce
sembra l’imprecare possente
dei condannati
che scuotono con violenza
ceppi e catene.
Solo i pini
lasciano filtrare con dolcezza
il vento tra i rami,
coperti di muschi e licheni.
Loro mi regalano frazioni di silenzio
ed invitano alla pace interiore.
Per questo io li amo
con tutta l’intensità del mio cuore.

Salvatore Armando Santoro

Sono solo col vento

Il vento
frastorna le antiche pene
nell’ignoto regno dell’inconscio;
a raffiche rabbiose
scaglia l’inquieta sabbia
fin sulle dune verdi.
Fuggono le bianche nuvole
verso il sole giallo,
s’inarcano le onde
ruggendo, rilucendo
di speranze mai dome.
Scricchiola la barca
della mia vita,
tenuta ancora
dall’àncora
dei desideri
che, a uno a uno,
rapidi scompaiono
nel vortice delle incognite;
sibila il vento
spazzando il mare,
la vela spezzando
della mia barca.
Una luce bruna
improvvisa
la costa oscura.
Impazzisce stridendo
la sabbia.
Sono solo col vento
e con l’urlo del mare
senza le tue mani.

Nino Silenzi

Published in: on dicembre 28, 2011 at 07:27  Comments (4)  
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La vaporiera

Vecchio treno a vapore,
che hai trasportato i miei sogni
tra il fumo denso della tua ciminiera,
che hai interrotto il mio sonno
con fischio acuto della tua sirena,
che m’hai fatto correre
al finestrino
ascoltando l’urlo del macchinista
all’arrivo in stazione,
che tristezza mi danno
i grandi ulivi in corsa
senza il tuo sferragliare tenebroso,
privi della tua fuliggine densa.
Angoli di paradiso
spariti nel nulla,
donne urlanti,
con ceste immense sul capo,
ondeggianti
come modelle a una sfilata,
siepi di fichi d’india
coi frutti maturi
sorridenti al sole,
dove mai siete finiti?
Rincorro, tra la calura estiva,
immagini che danzano
sui veroni del mio cuore,
che m’addolciscono i pensieri
ma che a volte mi tormentano
l’animo.

Salvatore Armando Santoro

Bambino di Auschwitz

Guardasti quel posto nuovo e grigio
assonnato e stanco del lungo viaggio
tra le braccia e nel calore di tua madre.
Che strane quelle voci che non capivi,
parole secche e violente nelle orecchie.
Guardasti tua madre e tuo padre,
occhi sgranati, scuri e lucenti come l’onice
di quel bracciale che lei più al polso
non aveva.
Accennasti un sorriso cercandone uno
nei loro volti sperduti e impauriti.
Una carezza, l’ultima dei tuoi due anni.
Vedesti tuo padre strappato da tua madre,
guardasti ancora lei perché ti spiegasse.
Tacque perché tu il suo dolore non udissi.
Un saluto con la manina aperta,
certo del suo ritorno tra voi, come quando
dalla lontana casa usciva per il lavoro.
Poi per pietà di Dio nel sonno di nuovo
cadesti.
Sognasti il balcone che sul cortile affacciava,
il cavalluccio di legno senza più cavaliere
col quale giocavi e al petto stringevi
imitando di tua madre la ninna nanna.
I tuoi occhi s’aprirono ancora e il cavalluccio
cercasti.
Anche tu fosti privato della semplice gioia
da uomini senza onore e senza gloria.
Strappato venisti dalle braccia di lei,
udisti il suo urlo, i tuoi occhi cercarono i suoi.
Le tue dita appena sfiorarono le sue.
Ti restò solo l’innocenza come soffio di vita,
nel fango girasti tra voci senza dolcezza.
In un angolo un fiore dal fango spuntava,
lo cogliesti come si coglie una speranza.
Domani l’avresti posato tra le mani lei,
lei che sarebbe tornata per portarti a casa.
Il fiore morì mentre tu disperatamente
in impari lotta con la morte la vita cercavi.
Lei tornò, ti strinse a sé e ti portò via.
Sorridesti per quell’abbraccio, l’ultimo,
come ultima fu la carezza, ultimo il bacio.
Ultimo fù il saluto con la manina aperta
alla vita che si avviava verso quelle enormi
e putride camere appena lavate da escrementi.
Ultimo fù il tuo sguardo a lei mentre morivi
e domandavi con gli occhi perché.
Tornasti lì dal cielo un giorno di primavera,
cogliesti un fiore e girasti per il mondo
donandolo a chi di libertà cercava speranza.

Claudio Pompi

Momenti

Il nulla mi divora
Consuma il mio ego
Il mio essere si affanna
Il mio respiro si annulla
E la fuga è invano

Stretta nella sua morsa
Rapace del mio esistere
Sospesa fra i margini dell’infinito

Vagheggio per trovare l’appiglio
Mi inoltro fino a l’urlo acume
Per salvare il mio risveglio

E ansante il cuore rapprende
Per un’altra tregua
Concessa

Rosy Giglio

Published in: on novembre 13, 2011 at 07:17  Comments (10)  
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