Basta!

Passeggiando con le nuvole
contavo sassi sparsi nella tasca
rimuginando pensieri sporchi
di odio ed estraneità.

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini!

In mezzo a questi uomini
pronti a specchiarsi
in un piatto di lenticchie avariate
purché di Castelluccio.

Hanno la faccia
di non rompere
lo specchio la mattina,
cadono le braccia senza dignità.

In mezzo a questi uomini
che si rotolano nel fango
contenti di farsi notare
dal burattinaio
che deve scegliere la corte.

In mezzo a questi uomini
(e donne: tutte uguali)
senza onore, senza niente.
Spudorati mentitori
con la velina
da imparare a memoria
la mattina
prima di sedersi nello scranno.

Uomini di merda!
Pronti a vendere moglie
culo e figli
sull’altare del denaro.

In mezzo a questi uomini
che ti sfidano ridendo
mentre recitano corbellerie,
sicuri di farla franca.

Lo sappiamo tutti e due
che stai dicendo sporche bugie.
Non conta se è falso
conta quante volte lo ripeti
e su quanti altoparlanti puoi contare.

Non ci voglio più stare in mezzo a questi uomini!

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini
che si bevono tutto
per pigrizia od ottusità
per ignoranza sufficiente
per egoismo animalesco
che tutto giustificano.
Tanto per salvare l’anima
basta la messa la domenica mattina.

Lorenzo Poggi

Elogio di una rosa

Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…

MARINO MORETTI