Violetta

.
Sorridi
palpito
odoroso
tra radici
affioranti.
Cuore
di velluto
stretta
in foglie
a rosetta
timida
presenza
in semplice
umiltà.
.
Graziella Cappelli
Published in: on luglio 10, 2012 at 07:35  Comments (8)  
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Tutte le lettere

All the letters I can write
Are not fair as this –
Syllables of Velvet –
Sentences of Plush,
Depths of Ruby, undrained,
Hid, Lip, for Thee –
Play it were a Humming Bird –
And just sipped – me –

§

Tutte le lettere che potrei scrivere
Non saranno mai belle come questa –
Sillabe di velluto –
Frasi di seta,
Abissi di rubino, mai scavati,
Nascosti, labbro, a te –
Immaginala come un Colibrì –
E che or ora abbia libato – me –

EMILY DICKINSON

(traduzione di Letterio Cassata)

Published in: on Mag 10, 2012 at 06:52  Comments (2)  
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Bucolica

L’orecchio s’allarga
su campi indolenti
a cogliere versi
portati dal vento
deviati su cuori
incisi su tronchi.

Suonano campane
l’ora della sera
riposi agognati
richiamo d’armenti
zufolii dolci
nell’aria pastello.

Il cielo scolora
ritornano stelle
diamanti di notte
su nero velluto.

Lorenzo Poggi

Poster

Seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metro
sei lì che aspetti quello delle 7.30
chiuso dentro il tuo paltò
un tizio legge attento le istruzioni
sul distributore del caffè
e un bambino che si tuffa dentro a un bignè
e l’orologio contro il muro
segna l’una e dieci da due anni in qua
il nome di questa stazione
è mezzo cancellato dall’umidità
un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
dice “Vieni in Tunisia”
c’è un mare di velluto ed una palma
e tu che sogni di fuggire via…
di andare lontano lontano
andare lontano lontano…
e da una radiolina accesa
arrivano le note di un’orchestra jazz
un vecchio con gli occhiali spessi un dito
cerca la risoluzione a un quiz
due donne stan parlando
con le braccia piene di sacchetti dell’Upim
e un giornale è aperto
sulla pagina dei films
e sui binari quanta vita che è passata
e quanta che ne passerà
e due ragazzi stretti stretti
che si fan promesse per l’eternità
un uomo si lamenta ad alta voce
del governo e della polizia
e tu che intanto sogni ancora
sogni sempre sogni di fuggire via…
di andare lontano lontano
andare lontano lontano…
sei li che aspetti quello delle 7,30
chiuso dentro il tuo paletot
seduto sopra una panchina fredda del metro

CLAUDIO BAGLIONI

Le parole

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute

EUGENIO MONTALE

La maliziosa

LA MALINE

Dans la salle à manger brune, que parfumait
Une odeur de vernis et de fruits, à mon aise
Je ramassais un plat de je ne sais quel mets
Belge, et je m’épatais dans mon immense chaise.

En mangeant, j’écoutais l’horloge, – heureux et coi.
La cuisine s’ouvrit avec une bouffée,
Et la servante vint, je ne sais pas pourquoi,
Fichu moitié défait, malinement coiffée

Et, tout en promenant son petit doigt tremblant
Sur sa joue, un velours de pêche rose et blanc,
En faisant, de sa lèvre enfantine, une moue,

Elle arrangeait les plats, près de moi, pour m’aiser ;
– Puis, comme ça, – bien sûr pour avoir un baiser, –
Tout bas : “Sens donc, j’ai pris une froid sur la joue…”

§

Nella sala da pranzo bruna, profumata
D’un sentore di frutta e di vernice, prendo
Comodamente un piatto di non so qual pietanza
Belga, e mi lascio andare dentro alla sedia immensa.

Mangiando, lieto e calmo, ascolto l’orologio.
Si apre con un colpo di vento la cucina,
– Ed ecco venire, chissà perché, la serva,
Spettinata con arte, scialle sfatto,

E con ditino incerto sfiorandosi una guancia,
Velluto biancorosa di pesca, e atteggiando
A smorfia quella sua bocca infantile,

Per meglio accomodarmi dispone intorno i piatti;
– E poi, così, – ma si, voleva un bacio,-
Pian piano: “Senti, dice, ho una freddo alla guancia…”

ARTHUR RIMBAUD

Lontano, molto lontano

Grandi sono i tuoi occhi
che mi fissano
nella nebbia fitta e nella notte buia.
Immensa è la coltre scura
che si estende sulla città silenziosa
sotto la quale
troviamo rifugio.

Cadenzati risuonano
sul selciato bagnato
passi che si allontanano.
Il fiume scorre lento
impassibile
acqueggiando sotto il ponte bianco.
Svelto un  gatto scappa via
miagolando
e lasciandomi solo
sospeso nel tempo rarefatto.

Piccole stelle brillano
sul tappeto di velluto nero
del cielo infinito.
Il vento freddo dell’inverno mi trafigge,
mi fa rabbrividire.
Ed io muoio,
io muoio,
perché so che non ti rivedrò mai più.

Sandro Orlandi

Published in: on giugno 28, 2011 at 07:49  Comments (12)  
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Il tessitore

Ripasso la trama,
rintreccio l’ordito,
fornisco armatura
alla tela di lino;
dono vigore
a drappi di raso.

Mescolo fili
di tinte distinte.
Offro più tono
alla stoffa pregiata,
rivesto di nuance
gli sguardi in velluto.

Invento disegni
di segni mai visti,
per indisiare
nuove figure,
per concepire
ricami preziosi.

Tesso e ritesso,
i licci danzanti
col filo in viscosa
di morbida mano.

Tesso e ritesso,
la navetta
incerata,
genero e filo
denari e discorsi,

Traccio e ritaglio,
la maschera in seta
e affronto passanti,
passerelle ed astanti

Flavio Zago

Amare

Di velluto è il tuo corpo
sotto la mia mano
che cerca…..

Muta aspetti
ascolti
accogli il mio corpo
sciogli l’anima mia

Mi mostri l’universo
attraverso
il caleidoscopio
dell’amore della vita

Marcello Plavier

Published in: on giugno 14, 2011 at 07:30  Comments (4)  
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Inno alla bellezza

HYMNE À LA BEAUTÉ

Viens-tu du ciel profond ou sors-tu de l’abîme,

O Beauté? ton regard, infernal et divin,

Verse confusément le bienfait et le crime,

Et l’on peut pour cela te comparer au vin.

Tu contiens dans ton oeil le couchant et l’aurore;

Tu répands des parfums comme un soir orageux;

Tes baisers sont un philtre et ta bouche une amphore

Qui font le héros lâche et l’enfant courageux.

Sors-tu du gouffre noir ou descends-tu des astres?

Le Destin charmé suit tes jupons comme un chien;

Tu sèmes au hasard la joie et les désastres,

Et tu gouvernes tout et ne réponds de rien.

Tu marches sur des morts, Beauté, dont tu te moques;

De tes bijoux l’Horreur n’est pas le moins charmant,

Et le Meurtre, parmi tes plus chères breloques,

Sur ton ventre orgueilleux danse amoureusement.

L’éphémère ébloui vole vers toi, chandelle,

Crépite, flambe et dit: Bénissons ce flambeau!

L’amoureux pantelant incliné sur sa belle

A l’air d’un moribond caressant son tombeau.

Que tu viennes du ciel ou de l’enfer, qu’importe,

Ô Beauté! monstre énorme, effrayant, ingénu!

Si ton oeil, ton souris, ton pied, m’ouvrent la porte

D’un Infini que j’aime et n’ai jamais connu?

De Satan ou de Dieu, qu’importe? Ange ou Sirène,

Qu’importe, si tu rends, — fée aux yeux de velours,

Rythme, parfum, lueur, ô mon unique reine! —

L’univers moins hideux et les instants moins lourds?

 §

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,

Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino

piovono senza scelta il beneficio e il crimine,

e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali

profumi come a sera un nembo repentino;

sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice

che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?

Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;

tu semini a casaccio le fortune e i disastri;

e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;

leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,

pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio

ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,

crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!

Quando si china e spasima l’amante sull’amata,

pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,

Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,

se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta

m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,

che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,

luce, profumo, musica, unico bene mio,

rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

CHARLES BAUDELAIRE