La gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

WISŁAWA SZYMBORSKA

Il fantasma del parco “La Tesoriera”

 
Una vecchia cappella sconsacrata
venne alla luce
nel parco di Torino: senza entrata.
Era murata.
Dentro le ossa, con capelli biondi.  
.
D’Irene si scoprì una sedicenne
soave, in rito
del demonio: delle mani assassine
forse una sètta,
che l’immolò su quel perverso altare.  
.
Ora si senton nella notte strani
strusciar di ferri,
la fecero morir di sete e fame.
Potente entità
non trova ancora pace nell’Eterno…  
.
S’immobilizza il cane del custode
di quella villa,
chiamata  Tesoriera, in una stanza
vento di gelo,
in un’Estate torridassolata.  
.
Trova alfine pace, vergin fanciulla,
fiore di stella,
che incessante vendetta ancor ti move,
non rivelarti
più ai tuoi Pievani: cessa l’azione.  
.
Nel nome del Signore, che ti vide
morir di stenti.
Gli assassini son stati trucidati,
dalla giustizia
popolana, ed il demonio sconfitto.  
.
Anche stavolta.

Paolo Santangelo

La locomotiva

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti…

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori…

Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…

E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno…

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno…”

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice…

La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

FRANCESCO GUCCINI

Che tu sia il benvenuto

Se della tua terra porterai una poesia,
io l’ascolterò e sarai mio amico.
Mangeremo insieme se della tua terra
Porterai i sapori e i profumi.
Berremo insieme l’acqua di fonte
perché di acqua siamo fatti
Se negli occhi porterai la paura,
io sarò il tuo coraggio e il tuo scudo.
Saprò parlarti di pace se pace vorrai,
se in pace verrai.
Affideremo al mare il tuo odio pesante
perché sul fondale lo adagi per sempre.
Non parleremo di Dio perché l’amore,
l’amicizia non ha religioni.
Metterò da parte la diffidenza dai padri
insegnata se della tua terra porterai
La tua ragione di vita cercata.
Ma se della mia terra,della mia casa
vorrai far tempio di vendetta, se il mio pane
mangerai per dar vigore all’odio,
se percorrerai le facili vie del male,
sarò il tuo primo nemico.

Claudio Pompi

Corpo di donna

CUERPO DE MUJER

Cuerpo de mujer, blancas colinas, muslos blancos,
te pareces al mundo en tu actitud de entrega.
Mi cuerpo de labriego salvaje te socava
y hace saltar el hijo del fondo de la tierra.

Fui solo como un túnel. De mí huían los pájaros
y en mí la noche entraba su invasión poderosa.
Para sobrevivirme te forjé como una arma,
como una flecha en mi arco, como una piedra en mi honda.

Pero cae la hora de la venganza, y te amo.
Cuerpo de piel, de musgo, de leche ávida y firme.
¡ Ah los vasos del pecho ! ¡ Ah los ojos de ausencia !
¡ Ah las rosas del pubis ! ¡ Ah tu voz lenta y triste !

Cuerpo de mujer mía, persistiré en tu gracia.
¡ Mi sed, mi ansía sin límite, mi camino indeciso !
Oscuros cauces donde la sed eterna sigue,
y la fatiga sigue, y el dolor infinito.

 §

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire il figlio dal fondo della terra.

Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un’arma,
come freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.

Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.

PABLO NERUDA

Se non ora, quando?

Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,
Tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.
Siamo i sarti, i copisti ed i cantori
Appassiti nell’ombra della Croce.
Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,
Abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?
I nostri fratelli sono saliti al cielo
Per i camini di Sobibór e di Treblinka,
Si sono scavati una tomba nell’aria.
Solo noi pochi siamo sopravvissuti
Per l’onore del nostro popolo sommerso
Per la vendetta e la testimonianza.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?
Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.
Ognuno di noi porta in tasca la pietra
Che ha frantumato la fronte di Golia.
Fratelli, via dall’Europa delle tombe
Saliamo insieme verso la terra
Dove saremo uomini fra gli altri uomini.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?

PRIMO LEVI

Ho visto anche degli zingari felici

E  siamo noi a far ricca la terra
noi che sopportiamo
la malattia del sonno e la malaria
noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano,
e noi piantiamo il mais
su tutto l’altopiano.

Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane,
le nostre braccia arrivano
ogni giorno più lontane.
Da noi vengono i tesori alla terra carpiti,
con che poi tutti gli altri
restano favoriti.

E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto,
come un ragno nella stanza.

Riprendiamola in mano, riprendiamola intera,
riprendiamoci la vita,
la terra, la luna e l’abbondanza.
E’ vero che non ci capiamo
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e che non facciamo mai niente.

E’ vero che spesso la strada sembra un inferno
o una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli.
E’ vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
e odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma io ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l’amore
e rotolarsi per terra.
Io ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Io ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l’amore
e rotolarsi per terra.
Io ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

CLAUDIO LOLLI

Cosa, se non la rabbia

Potrebbe darmi la forza di guardare
Le montagne dalla mia finestra

Quando il panorama che mi si offre
È solo quello del tuo volto
E del tuo corpo senza unghiate – era palese
Eri magnifico – ed io tremavo

Ora, calpestata sbrano i tuoi piedi
La mia vendetta è la tua perdita
Perché mai ho creduto così sinceramente d’aver fatto
Un torto a qualcuno privandolo della mia presenza

Nicole Marchesin

Published in: on novembre 7, 2010 at 07:18  Comments (4)  
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Omertà


L’ibiscus chiuso nasconde del sangue,
l’inchiostro simpatico fa le pagine bianche,
il coro è piangente,
ma le maschere son cieche e sorde.
La strada si svuota, spiata dai vetri,
fugaci fantasmi dai veli neri.
La campana rintocca ma non per il morto,
annuncia che è sera, sera di sangue.
C’è solo il pianto dei parenti
vicino al corpo dell’ammazzato,
pianto già orfano della vendetta,
pianto umiliato, pianto deriso,
pianto infangato da chi ha ucciso.
Ora è il tempo dei funerali
ora è il tempo di farsi vedere
per ribadire, con la presenza,
che nessuno parli, che nessuno dica
quello che ha visto la tragica sera.

Lorenzo Poggi

Pecorelle

Va così perché siam miserelle,
derelitte spremute, tosate,
va così perché siam pecorelle
dalla morbida lana spogliate.

Non cerchiamo ricchezze e corone,
negli ovili teniamo gli stalli,
non sappiamo aggredir siamo buone,
ed erriamo per monti e per valli.

Siamo preda d’assalti funesti,
non portiamo vendetta e rancore,
ci rapiscon la pelle e le vesti
e cantiam la tristezza del cuore.

Ora andiamo nudate e tremanti,
poverelle che van tuttavia,
vanno i miseri greggi vaganti,
van dei pascoli lungo la via.

Va non tace per noi la dicenza,
siamo pecore, il nostro lamento
va, la favola dell’innocenza
va nell’aria e si perde nel vento.

Giuseppe Stracuzzi