VETRATE

Le persone sono come le vetrate. Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.

ELISABETH KÜBLER ROSS

Aliti

A piccoli passi
copro la distanza
di un altro giorno
e con la pazienza
di un bambino
che disegna fiori
preparo l’anima
come uno straccio
aspettando di pulire
le vetrate del tuo cuore
con aliti di parole

Pierluigi Ciolini

Published in: on gennaio 9, 2012 at 07:02  Comments (6)  
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Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

Le tre sorelle

LAS TRES HERMANAS

Estabais las tres hermanas,
las tres de todos los cuentos,
las tres en el mirador
tejiendo encajes y sueños.

Y yo pasé por la calle
y miré… Mis pasos secos
resonaron olvidados
en el vesperal silencio.

La mayor miró curiosa,
y la mediana riendo
me miró y te dijo algo…
Tú bordabas en silencio,

como si no te importase,
como si te diese miedo.
Y después te levantaste
y me dijiste un secreto

en una larga mirada,
larga, larga… Los reflejos
en las vidrieras borrosas
desdibujaban tu esbelto

perfil. Era tu figura
la flor de un nimbo de ensueño.
… Tres erais, tres, las hermanas
como en los libros de cuento.

§

Stavano le tre sorelle

le tre di tutti i racconti

le tre nel belvedere

tessendo incastri e sogni

E io passai per la via

e guardai….I miei passi

risuonarono obliati

nel silenzio della sera

La maggiore guardò curiosa,

e la mediana ridendo

mi osservò dicendomi qualcosa

Tu adornavi in silenzio

come se non t’importasse

come se ti facessi paura

E poi mi perdonasti

e mi comunicasti un segreto

In una grande  veduta

lunga, lunga……. Sfumavano

i riflessi nelle vetrate

indistintamente

E il tuo slanciato profilo

la tua figura

era il fiore in una nube di sogno

Tre erano, tre le sorelle

come dentro un libro di racconti

GERARDO DIEGO

(traduzione di Marcello Plavier)

Casa mia


Rinasci ogni mattina
nel respiro del verde
piccola casa,
rifugio alla mia sera
tu, sola, scelta vera;
in quel miraggio
ti sapevo già mia.
Nella tua quiete sciolgo
le ansie che via via
negli anni mi si aggrumano
e le gioie vi colgo
dei ricorrenti affetti;
qui io denudo l’anima
e do voce ai pensieri.
Chiare pareti amiche
or che dalle vetrate
entra ed esce l’aurora,
abbracciatemi ancora
nei giorni freddi e neri
del mio inverno.
Quando sarà…
come un grembo materno
mi celeranno le ombre del giardino
mischierò la mia polvere alla terra,
la nutrirò
e poi rifiorirò col gelsomino.

Viviana Santandrea

Il canto delle officine

Era autunno
le foglie morte ci avevano avvisato
assieme alla lettera di licenziamento,
quel giorno di settembre
avevamo occupato la fabbrica
e gli operai preparavano la notte,
i turni alle vetrate,
ma io e te non dormivamo,
guardavamo le stelle
sognare la luna
sopra il capannone,
e abbiam fatto l’amore
dietro le macchine del reparto,
i tuoi baci sapevano di officina,
le tue mani di grasso e fatica
mi accarezzavano il viso,
una rabbia viveva
sotto la nostra pelle.
Avevi il discorso piegato
nel taschino della tuta
per i tuoi compagni
e il foglio sapeva di libertà,
avevi messo parole di coraggio
come il poeta di Parral
quando grida il suo amore
per le strade di Santiago,
un madrigale azzurro
per le nostre lamiere di cielo.
Fuori un cancello, legate le bandiere
e la nostra vita da inventare
con queste braccia vuote,
sudate di nessun futuro
che non hanno più voglia
di dar niente al padrone,
ché lui si è reso Pilato
e non sa di me e di te
che abbiam figli da tirare grandi
e una mezza casa a riparare
i nostri vecchi inverni
che devono arrivare.

barche di carta

Risveglio

Così ti ripasso la notte
agghindando
stagioni emigrate di stormi,
esiliati richiami smarriti.

Mezzo sogno in pugno
mezza in gola, io
intaglio zucche
vuote carrozze,
per la mia favola scalza.

Sguardo intarsiato
da mano d’artista, tu
telaio e tessuto
d’estatici arazzi.

E volo
manieri reali
da vivere e Inverni
sgelati da voci
di cori affiatati,
di risa e rincorse
stremate
di stanze infinite
lustrate
vetrate
sospese tra pezzi
acrobatici
e stive solari
di menti
e volute
in cantate
e bevute
di pinte, ricolme
intinte d’amore.

Di colpo mi desto.
Fuori è l’alba
o il tramonto, non so.

Ha il tuo volto
lucente il lampadario;
ti chiamo la voce smorza
tiretti vuoti. Ancora sogna
la mano, ti cerca.
Riappisolano gli occhi
e piano piano piove.
Tutto respira
il tuo ritmo

Flavio Zago