Stelle

Spuntano profumate
elette
non solo giardiniere di mimose
fioriere di cielo
evasioni universali
con eleganza
una accanto all’altra

Riflussi lunari
fra i viali solari o solitari
scrigni pazienti nelle avversità

Brillano capelli sciolti
alberelli al vento
gli occhi affaccendati
sensibili umori di ogni sera o primavera
sbocciano, dall’elemento luce.

Aurelia Tieghi

Nebbia

Mezze son le persone
e se ne vanno
sotto il mantello fitto
della nebbia
tra il guazzo dei viali
opacizzati.
Ombre vaganti
e pallidi scenari,
fugaci fantasmi
e aloni rosseggianti
come lune calanti
che svaniscono
tra scheletriche opacità
d’alberi spogli
del vigor dell’estate.

Salvatore Armando Santoro

Published in: on settembre 14, 2011 at 07:19  Comments (4)  
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Cigni

Cigni, leggeri e maestosi, sfiorano
l’acqua calma, color d’autunno.
Silenziosi come statue, macchie
sublimi di colore d’un quadro.
Immagini d’amore che amore
ispirano senza saperlo...
Un breve battito d’ali per ricordar
la natura che dentro hanno.
Segue lei il suo compagno di vita,
da sempre a breve distanza.
Silente amore che pace espande
sull’acqua quieta,
scende negli occhi e al cuore
di chi parole cerca per amore.
Amanti che in loro si vedono,
giurano d’esser a loro uguali
anche se la vita non è lago.
A chi solo tornerà muto d’amore
s’accosteranno come nuova
speranza.
Il canto struggente dell’addio
nessuno ascolterà nei viali
di foglie ingiallite cosparsi.
Unico estremo grido d’amore
a chi dei due resterà.
In quel canto d’infinita bellezza
tutte le parole mai sussurrate
nel tempo del silenzioso amore.

Claudio Pompi

Avrai

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle
storie fotografate dentro un album rilegato in pelle
tuoni d’aerei supersonici che fanno alzar la testa
e il buio all’alba che si fa d’argento alla finestra
avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare
schiuma di cavalloni pazzi che s’inseguono nel mare
e pantaloni bianchi da tirare fuori che è già estate
un treno per l’America senza fermate
avrai due lacrime più dolci da seccare
un sole che si uccide e pescatori di telline
e neve di montagne e pioggia di colline
avrai un legnetto di cremino da succhiare
avrai una donna acerba e un giovane dolore
viali di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore
avrai una sedia per posarti ore
vuote come uova di cioccolato
ed un amico che ti avrà deluso tradito ingannato
avrai avrai avrai
il tuo tempo per andar lontano
camminerai dimenticando
ti fermerai sognando
avrai avrai avrai
la stessa mia triste speranza
e sentirai di non avere amato mai abbastanza
se amore amore avrai
avrai parole nuove da cercare quando viene sera
e cento ponti da passare e far suonare la ringhiera
la prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di tosse
Natale di agrifoglio e candeline rosse
avrai un lavoro da sudare
mattini fradici di brividi e rugiada
giochi elettronici e sassi per la strada
avrai ricordi di ombrelli e chiavi da scordare
avrai carezze per parlare con i cani
e sarà sempre di domenica domani
e avrai discorsi chiusi dentro mani
che frugano le tasche della vita
ed una radio per sentire che la guerra è finita
avrai avrai avrai
il tuo tempo per andar lontano
camminerai dimenticando ti fermerai sognando
avrai avrai avrai
la stessa mia triste speranza
e sentirai di non avere amato mai abbastanza
se amore amore amore avrai

CLAUDIO BAGLIONI

Matta?


Aminta bella
vestita di lana sgualcita
anche d’estate
con le scarpe vuote
e i capelli zafferano
girovaghi
nell’Op
dentro  viali di tigli
a passo strozzato
misurando a voce
i perimetri
le aree e le scale
con Arianna
in braccio
bambola di pezza ninnata
e consunta di lacrime
e baci
che dorme con te
da anni e anni
dentro le sbarre e
quasi pare vera
e canta.
La tua Arianna
te l’hanno strappata
infante
dalle braccia secche
prima di farti l’elettroshock.
Tu le canti
parole e poesia
e i seni sono
ancora turgidi
d’allora.

Tinti Baldini

Indocili i pensieri


Nel filare di ragno
d’un istante vischioso,
penzolante, pigro
d’una diafana attesa
(universale erede
già compiuto, nel plastico
mutare del tempo)
rivivo il riverbero molle
di confinati incontri,
con infiniti me stesso.

Domestici,
i pensieri indolenti
dei miei viali ombreggiati
rifugiano in facili frasche,
tra monoiche piante sorelle.

Scalcia, allora, imbizzarrisce
il puledro del dubbio
e scarta e rampa
confondendomi,
confondendosi con la sua più sana,
selvaggia, indomabile natura;
dispiega galoppi in danze
sui terreni miei sbrigliati
scavalca schemi,
disarciona pregiudizi
e inventa, il mio vedere
del vento la criniera

Flavio Zago

Carnevale 2010

Sono contro un modo stitico
di poetare in rima o no,
mi parrebbe d’esser statico
così allora non ci sto.

La poesia è l’avventura
che ti rende sempre ludico,
che sconfigge la sventura
sberleffando i Grandi in pubblico!

Che buffoni a carnevale
in sto mond’o/sceno/grafico
che marcisce lo Stivale
troppo spess/o/n-line grafico!

Non ci resta che capire
che in sto mond’opp(i)ortunistico
sol mangiare per morire
è il pensier capitalistico.

Queste note meta/fisiche
non so dove porte/ranno,
spero azioni psico/fisiche
che il cervello nette/ranno.

Non vo oltre indi perciò
vola in alto l’ipot/etico,
qui si chiude il qui pro quo
con st’augurio assai prof/etico:

tutti no al cannibalismo
delle multinazionali,
su scuotiàmci dal fideismo
e imbocchiam di nuovo i viali

dove vivo è l’ideale
dunque no al capitale,
dove vivo è il buon lavoro
per cui crescer nel decoro,

per cui fare poesia,
nel teatro o sulla via,
senza tema che frattanto
qualchedun ci rubi il manto.

Poi al suon di uno yé yé,
scancellati i vil lacchè,
tutti lieti e via in tournée:

in soirée col scimpanzè,
in gilè a un défilé,
regalarti una pensée,

e conciossiacosaché,
tête-à-tête fra me e te
nelle nubi di un buffè,

sorbettandoci un brûlé,
degustando un buon soufflé,

Dopoché, talché, fuorché,
viva sempre il carnevale
dove ogni scherzo vale:

tutt’insieme avanti e indrè
perepè perepepè!

Sandro Sermenghi

La domenica delle palme

E quale grazia riempiva i viali al sole
nelle domeniche venute
delle palme:
ragazze praticate da spose
tutte risa, e ammicchi tiepidi
alle scorze d’uomo in fila
giù per i bar, e gli scalini sciatti.

Ragazze con la fisima dei fazzoletti a fiori
delle giacchette di seta, ultima moda
allieve di quel grande oratorio della vita,
prone a saponi Marsiglia
ai lavatoi;
uscite dalle fabbriche del riso, poco fa
o studentesse invaghite di Gauguin
di Sbarbaro, Verlaine.

E quali vicinanze sentivo, suscitate
sia pure da lontano
il sorriso d’una d’esse
incontrava il mio pensiero felice
là per là;
pulito e pettinato, com’uno da soldato
eran le prime dei lunghi pantaloni

smesso che avevo l’infanzia
e voce acuta:
mi proponevo all’amore,
ai balli in piazza
le sere di cicale impazzite
e vino sfuso,
le sere prima di tardi
tutti a casa

Massimo Botturi