Suggestione

È sera e sono in ascolto, l’ora tarda
aiuta le voci di cuori giovani che vagano intorno
Con lenti passi s’accostano fra loro
Avvicinano i loro visi e sento
i loro cuori cantare versi d’amore
Mi siedo e li osservo;
essi passeggiano vanno e vengono

Il mio tempo scorre lentamente
Tutto il resto tace,
case silenziose fanno da contorno, le foglie
non stormiscono, il fiume è immobile
La luna appare improvvisa
Illumina creando ombre suggestive
modificando l’intorno.

Ho occhi pesanti di sonno
ma irrequieto ed impaziente
accendo la lampada della mia anima
Illumino la via che mi conduce a te
Corro come pazzo verso
l’immagine del mio desiderio

Ti afferro saldamente,
ma tu mi eludi mi allontani
la splendida visione fugge via,
la luna piena si accomiata
ed io allora canto
perché questo amore
è semplice come una canzone.

Marcello Plavier

CARO NUOVO ANNO

Caro Nuovo Anno, spero che tu sia diverso da quello trascorso. Non se ne può più: crisi, tagli, pensioni che si allontanano. Tu che puoi, fa che coloro che hanno frodato, rubato, accumulato ricchezze con crimini e furti possano scomparire, che possano essere utilizzati i beni sequestrati e che il nostro Paese possa tornare a risplendere. Non vedi i visi tristi, tesi e preoccupati? Forse i politici non vivono più tra noi, non sono consapevoli di quante persone perdono il lavoro, di quante non riescono a trovarlo. E se gli italiani tornassero a essere emigranti? Significherebbe perdere validi professionisti, tornando indietro a tempi ormai dimenticati. Beh, vedi cosa puoi fare, cerca d’infondere la giustizia sociale, difendi i bisognosi, rendi merito a chi tanto ha lavorato onestamente. Ho visto persone girare per i mercatini di Natale, ma non compravano e, se il timore di non arrivare neanche alla fine del mese aumenta, per i negozianti ci saranno problemi: chi poco ha poco acquista! Posso scrivere tanti versi, sperando che possa giungere un messaggio di speranza, ma è ben poco rispetto a quello che puoi fare tu. Per il 2012 fa che i sogni possano trasformarsi in realtà. Ora mi addormento e chissà…

Maristella Angeli

Interminabile tramonto – Alzheimer

Un interminabile tramonto
– senza più alba –
ha rubato la mia identità,
il mio passato, il mio presente.
La nebbia avvolge ogni cosa,
un sipario che scende lentamente
annullando memoria, affetti, ricordi.
Come involucro vuoto vago per le strade,
in mondi ormai sconosciuti
perdendomi come infante ai primi passi.
L’eterno diventa attimo, 
mentre ombre si avvicinano e prendono forma
vedo visi colmi di smarrimento,
tenerezza mista a sofferenza.
Perfetti sconosciuti alla mia mente,
figli miei amati…ora estranei…
Patrizia Mezzogori

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

…Piogge acide

È piovuto
tempesta stanotte
sui nostri visi
abrasi

Piogge acide
di lacrime
irrigano il buio

Il desiderio
fugge con un’altra

Silvano Conti

Published in: on giugno 24, 2011 at 06:59  Comments (2)  
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Canzone quasi d’amore

Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo…

O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi…

Queste cose le sai perchè siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d’ azione o di parola,
volando come vola il tacchino…

Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’ orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno…

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell’ energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato…

Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri… coglioni!

Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale…

D’ altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’ aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare… grattarsi!

FRANCESCO GUCCINI

 

Notte di luna calante

(sulle note di Domenico Modugno)

Notte di luna calante
ultima notte d’amor

lento mare
placida corrente
tiepida brezza
di fine estate
malinconica dolcezza
nelle nostre orme
lasciate sulla sabbia

quando nel grigio
l’inverno ritornerà
nulla di noi resterà

Il presente è domani
e la spiaggia
sarà vuota senza di noi
Niente più caldi pensieri
che con le stelle
illuminavano i nostri visi
niente più speranze
e baci e promesse
niente più stupore negli occhi e nel cuore
niente più sussurri di vita
niente più specchiarsi nell’altro
e confrontarsi
niente più anime senza corpo
e corpi soltanto
niente più splendore di essere
niente più desiderio di dare
niente più sentire e condividere
esserci per non morire

notte di luna calante
ultima notte d’amor

e te ne andrai lontano
lasciandomi solo
col terrore di restare solo
nel mare di città
che tutto appiattisce
che ucciderà estate
seppellirà amore
e il sogno
ancora una volta
alla fine
morirà.

Sandro Orlandi

Terremoto a Tokyo

Terribili scosse
uno tsunami
a distruggere Tokyo

restano detriti
urla, pianto
disperazione

il dramma
nei visi composti
devastazione

il silenzio straziante
dei petali di ciliegio
negata primavera

una preghiera
il pensiero vicino
soffoca il pianto

resta il ricordo
lacrime
che volano

Maristella Angeli

Terremoto

Non sempre e per tutti è il libero arbitrio

Che fanno queste turbe ploranti
di insetti ciechi, piegati, feriti,
davanti a un icòna a… un altare,
ad un simbolo? Sono Formiche
e loro sono state calpestate
da un… piede d’umano, destino
cieco stavolta, per loro terremoto:
spingendo da sotto il formicaio
è rovinato uccidendo il corpo
di giovani, vecchie, bambine…
formiche. Stavolta il libero arbitrio
è quel piede: disegno che loro
non sanno le Formiche. Con pavide
antenne tremanti un’arcàna potenza
esse invocano, Dio – che è anche
il loro – domina e vince, attende
eterno al di là della vita.
*
Gli umani son come formiche.
Non osano alzare la fronte,
ricever la luce del vero: lente
falangi passano, chino il capo.
Visi sparuti, occhi atoni. Non sanno.
Spenti, vesti a brandelli cadenti
poveri scheletri caduti. Fanciulli
già morti o scampati all’estremo,
coperti di sangue feriti affamati
assetati d’amore, vegliardi
che invano protendon la tremula
mano ad eroi sconosciuti, fratelli
disperati che tentano, li salvano
da fisica morte: strappandoli
alle macerie disastro del sisma:
suppliscono al libero arbitrio.
A Dio giustizia infinita, bisbigliano
preci quel fascio d’umani, sommessi
elevano pianti di gloria.

Paolo Santangelo

E’ già Natale?


ÊL BÈLE NADÈL?

S’as conta i mîs e i dé chi en vulè
ban l’é Nadèl

s’a vdî tótti äl lûs ch’inbarbájan al vî
Indipandànza, Rizzoli, al Dåu Tårr
e l’âlbar là dnanz al Pudstè
sé, lé Nadèl

se i ûc di fangén i sbarlûsen
lé dnanz al vedrénni ed zuglén
lusént pió dal såul a meżdé,
t’at n’acôrż cl’ è Nadèl.

Mo se t’ guèrd tanti fâz furastîri
ch’i n’an da magnèr
e gnanc ónna cûerta pr’an żlèr
e murîr da par sé com un can
dåpp avair lavurè com un móll
par mandèr ai sô fiû un pèz ed pan
êl Nadèl?

Par chi żuven in vatta ai bastión
a svintlèr i strisón di dirétt
par na scôla pió gióssta, un lavurîr
e pr’avrîr äli urácc a chi sgnûr
chi fän cånt d’an sintîr
Êl  Nadèl?

Par chi ragazû adruvè
in infêren sänza speranza
che invêzi d un balån i an un bazooka
e i n’an gnanc al dirétt a onna cusïanza
êl Nadèl?
E pr i vcétt pensionè che a fén dal mais
an’i avanza al fantèsma d’un bajòc
par cumprèrs un decoder
sé, al srà Nadèl, mo i arän pôc da gôder!

§

Se si contano mesi e giorni ormai volati
ebbene è Natale

se vedete le luci che abbagliano le vie
Indipendenza, Rizzoli, le Due Torri
e l’albero davanti al Podestà
sì, è Natale
se gli occhi dei piccoli luccicano
davanti ai negozi di giochi
brillanti più del sole a mezzogiorno,
ti accorgi che è Natale.
Ma se guardi tanti visi stranieri
che non han da mangiare
senza una coperta per non gelare
e morire da solo come  un cane
dopo aver lavorato come mulo
per mandare ai figli un pezzo di pane
è Natale?
Per quei giovani sui monumenti
a sventolar gli striscioni dei diritti
per ‘na scuola più giusta, un lavoro
e per aprire le orecchie a quei signori
che fingono di non sentire
E’ Natale?
Per quei bimbi abusati
in inferni senza speranza
che al posto di un pallone hanno un bazooka
senza avere diritto a una coscienza
è Natale?
Infine per i vecchi pensionati
costretti a fine mese a rimanere
senza un soldo per comprarsi un decoder
sì, sarà Natale, ma han poco da godere!

Viviana Santandrea