Sfiga?

 
Lei fece una promessa:
stasera, con la luna,
ti donerò me stessa,
alfine avrem fortuna.
.
Così s’incamminaron
tenendosi per mano,
talvolta si fermaron
baciandosi pian piano.
.
E furon dolci baci.
Carezze ed emozioni
si fan sempre più audaci,
per forti tentazioni.
.
Ma lo fermò perplessa:
non siamo giunti ancora
dove terrò promessa,
sol là l’amor ristora.
.
Raggiunsero la valle
la luna risplendeva
parea quasi percalle.
E questo ella voleva.
.
Ma quando s’abbracciaron
fu buio all’improvviso
e più non ritrovaron
neppure il loro viso.
E neanche tutto il resto
era a disposizione
quindi, con fare lesto,
seguì un’ imprecazione.
.
Porca d’una miseria
proprio stasera han fatto
eclissi poco non seria!
Quindi  perser  contatto.
.
Oh luna disgraziata,
amata dagli amanti,
ma quanto son sfigata
con tanto buio davanti!
.
I due si lamentaron
di quella atmosfera.
E un dì si ritrovaron
obliando quella sera.
.
Moral di questa storia,
per tutti insegnamento,
cogliere la vittoria
quando viene il momento.

Piero Colonna Romano

Non più

Ti guardo in faccia, sì
ti sfido per una volta ancora
beffarda, maligna
bugiarda sorte
tacchi a spillo e profumo Christian Dior
piume e paillettes
e ciglia finte
non mi confondono più…
Tu regina mancata
della mia vita
non troverai più
né servitori né vinti,
perché cara m’è questa vita
fatta di stenti
che nulla ormai potrà
scalfire ancora
la mia scalata alla vittoria.

Beatrice Zanini

Avventura e fortuna

BONNE FORTUNE ET FORTUNE

Moi, je fais mon trottoir, quand la nature est belle,

Pour la passante qui, d’un petit air vainqueur,

Voudra bien crocheter, du bout de son ombrelle,

Un clin de ma prunelle ou la peau de mon cœur…

Et je me crois content — pas trop ! — mais il faut vivre :

Pour promener un peu sa faim, le gueux s’enivre….

Un beau jour — quel métier ! — je faisais, comme ça,

Ma croisière. — Métier !… — Enfin, Elle passa

— Elle qui ? — La Passante ! Elle, avec son ombrelle !

Vrai valet de bourreau, je la frôlai… — mais Elle

Me regarda tout bas, souriant en dessous,

Et… me tendit sa main, et…

m’a donné deux sous.

§

Quando è bel tempo, batto i marciapiedi
per la passante dall’aria di vittoria
che scardineraà con una punta d’ombrello
la palpebra dei miei occhi o la scorza del mio cuore.

Contento (ma non troppo) mi dico: questo e’ vivere:
a spasso con i crampi, il barbone si ubriaca.

Un bel giorno (che mestiere!) faccio al solito il mio giro.
Beh, mestiere…E alla fine, passa lei.
Lei chi? Ma la passante! Col suo ombrello!
Come un ladro in chiesa la sfioro…e lei
mi guarda un po’, sorridendo benevola,
mi tende la mano
e sgancia due soldi.

TRISTAN CORBIÈRE

Addio

Vive e respira
si muove e m’oscura,
parla con voce possente
il padre del mio presente,
benché ingrigito, lo sguardo spento,
mai domo e implacabilmente lento
racconta di cose che non voglio udire
a me che sbircio nell’ avvenire.
Delle due ombre unite
una sola di due vite
è restata, ma l’ altra,
fredda, dolce e scaltra
s’allontana su strade assolate
dimentica di troppe vane parole gettate
nel vento di travolgente trasporto
di quel sentimento mai morto,
brillante lezione d’esperienza
che accresce d’indesiderata sapienza
l’ animo mio attonito e smarrito
ormai schiavo di desiderio impazzito.
Con gli occhi aperti aspetta
colmo d’insoddisfatta fretta
il risveglio dell’antico carattere,
strenuo e saggio nel sapersi battere,
contro gli affondi dell’ avverso destino
che avevano fatto d’un bambino
un ricercatore di gioia sicura
contro la lacerante paura
che accadesse in questo volo
di restar per sempre solo.
Ma che sia questo lo stato,
ironia e risa del fato,
che potrà farlo tornare
come prima e mai uguale?
Ha pianto, riso, cantato,
scritto, detto ed urlato
nel buio e nella luce viva
fors’anche mentre dormiva
con la mente ha creato contorni
del dipinto in cui i suoi giorni,
pressati dall’ infinito bisogno
si son fusi col vero sogno
d’aver trovato una pace sincera
che scacciasse la notte più nera
dai ricordi di chi nel dolore
cercava solo di dare l’ amore.
Illusione, è soltanto questo,
ve lo dico con sorriso mesto,
che ci aspetta nel nostro affannarci,
della quale solo possiamo accontentarci
e perderci, dimentichi della finzione
trovando unica consolazione
nel reciproco convincimento,
di due spiriti vero giuramento.
In vero, tu che non volesti credere,
sappi che non sconfigge perdere
per quanto possa esser strano
ho la vittoria su ogni piano,
poiché, disperato e sincero, non fui io
colui che, libero e primo, disse addio.

Gian Luca Sechi

Quasi

QUASE

Ainda pior que a convicção do não, a incerteza do talvez
é a desilusão de um “quase”.
É o quase que me incomoda, que me entristece, que
me mata trazendo tudo que poderia ter sido e não foi.

Quem quase ganhou ainda joga,
quem quase passou ainda estuda,
quem quase morreu está vivo,
quem quase amou não amou.

Basta pensar nas oportunidades que escaparam pelos dedos,
nas chances que se perdem por medo,
nas idéias que nunca sairão do papel
por essa maldita mania de viver no outono.

Pergunto-me, às vezes, o que nos leva a escolher uma vida morna;
ou melhor, não me pergunto, contesto.
A resposta eu sei de cor,
está estampada na distância e frieza dos sorrisos,
na frouxidão dos abraços,
na indiferença dos “bom dia”, quase que sussurrados.
Sobra covardia e falta coragem até pra ser feliz.

A paixão queima, o amor enlouquece, o desejo trai.
Talvez esses fossem bons motivos para decidir
entre a alegria e a dor, sentir o nada, mas não são.
Se a virtude estivesse mesmo no meio termo,
o mar não teria ondas, os dias seriam nublados
e o arco-íris em tons de cinza.
O nada não ilumina, não inspira, não aflige, nem acalma,
apenas amplia o vazio que cada um traz dentro de si.

Não é que fé mova montanhas,
nem que todas as estrelas estejam ao alcance,
para as coisas que não podem ser mudadas
resta-nos somente paciência,
porém, preferir a derrota prévia à dúvida da vitória
é desperdiçar a oportunidade de merecer.

Pros erros há perdão; pros fracassos, chance;
pros amores impossíveis, tempo.
De nada adianta cercar um coração vazio
ou economizar alma.
Um romance cujo fim é instantâneo ou indolor não é romance.
Não deixe que a saudade sufoque, que a rotina acomode,
que o medo impeça de tentar.

Desconfie do destino e acredite em você.
Gaste mais horas realizando que sonhando,
fazendo que planejando, vivendo que esperando
porque, embora quem quase morre esteja vivo,
quem quase vive já morreu!!

§

Ancor peggio della convinzione del no, l’incertezza del forse

è la disillusione di un”quasi”.

E’ il quasi che mi disturba, che mi intristisce,

che mi ammazza portando tutto quello che poteva essere stato e non è stato.

Chi ha quasi vinto gioca ancora,

Chi è quasi passato studia ancora,

Chi è quasi morto è vivo,

Chi ha quasi amato non ha amato.

Basta pensare alle opportunità che sono scappate tra le dita,

alle opportunità che si perdono per paura,

alle idee che non usciranno mai dalla carta

per questa maledetta mania di vivere in autunno.

Mi chiedo, a volte, cosa ci porta a scegliere una vita piatta;

o meglio, non mi chiedo, contesto.

La risposta la so a memoria,

è stampata nella distanza e freddezza dei sorrisi,

nella debolezza degli abbracci,

nell’indifferenza dei “buongiorno” quasi sussurrati.

Avanza vigliaccheria e manca coraggio perfino per essere felice.

La passione brucia, l’amore fa impazzire, il desiderio tradisce.

Forse questi possono essere motivi per decidere tra allegria e dolore, sentire il niente, ma non lo sono.

Se la virtù stesse proprio nei mezzi termini, il mare non avrebbe le onde, i giorni sarebbero nuvolosi

e l’arcobaleno in toni di grigio.

Il niente non illumina, non ispira, non affligge, nè calma,

amplia solamente il vuoto che ognuno porta dentro di sè.

Non è che la fede muova le montagne,

nè che tutte le stelle siano raggiungibili,

per le cose che non possono essere cambiate

ci resta solamente la pazienza,

però, preferire la sconfitta anticipata al dubbio della vittoria

è sprecare l’opportunità di meritare.

Per gli errori esiste perdono; per gli insuccessi, opportunità;

per gli amori impossibili, tempo.

A niente serve assediare un cuore vuoto o risparmiare l’anima.

Un romanzo la cui fine è istantanea o indolore non è un romanzo.

Non lasciare che la nostalgia soffochi, che la routine ti abitui,

che la paura ti impedisca di tentare.

Dubita del destino e credi a te stesso.

Spreca più ore realizzando piuttosto che sognando,

facendo piuttosto che pianificando, vivendo piuttosto che aspettando

perchè, già che chi quasi muore è vivo,

chi quasi vive è già morto!!!

LUÍS FERNANDO VERÍSSIMO

Dedicata a Marcello

Due bionde in quadriglia


DÅU BIÅNNDI IN QUADRÉGGLIA

Zirudèla dal cuncåurs
d Fón d Arzlè che cómm un åurs
mé ai córr drî da tant ed chi ân
tgnànd un can strécc int la man
e una quâja int la bisâca
ch’l’à la rémma ch’la s intâca.
Mäntr i cachi i én anc dûr
i pondôr i én bî madûr
acsé ai mâgn int la scudèla
con zivålla e pinpinèla
ala sîra e un spîguel d âi
ch’fécca vî tótt i mî guâi.
Int st’estèd andé in Etrûria
a magnèr un pôc d angûria
e pò a tôls un aparàcc’
par vulèr a Casalàcc’
dóvv cuntänt cme un ragazòl
a fé al bâgn col mî lusgnôl.
In Piazôla andé a nasèr
äl zangâtel da cunprèr
e lé a vdé un vèc’ cunpâgn
ch’l alenèva un zåuven râgn
par ciapèr måssc e zinzèl
da rumghèr cómm un vidèl.
Ed pasâg’ da Zänt ed Bûdri
a incuntré dåu biåndi lûdri
ónna zòpa e cl’ètra guêrza
la stanèla tótta lêrza
ch’i biasèven gréll in grégglia
pò i balèven la quadrégglia.
Mî anvudén l’avèva stémma
dal sô nòn in zàirca ed rémma
e al conpiùter mé a pistèva
nòt e dé, e a m insugnèva
la gudûria dla Vitòria
par spasèrmla con la Glòria.
Dåpp cafà e un’arsintè
stamaténna apanna ds
– stlè Snischèlc al s n é andè vî! –
mé, stra crônaca e poesî,
i én dîs ân ed “Fón in Fèsta”
che pr un mais a m spâc la tèsta!
A vdrò zért un mócc’ d amîg
ch’srà un piasair al stèri sîg:
Pèvel, “Faust” e bèl Gigén
a bvarän dsdòt lîtr ed vén
pò inbarièg flîz in barèla
toc e dai la zirudèla!

§

Zirudella del concorso
di Funo d’Argelato che come un orso
io rincorro da tanti anni
tenendo un cane stretto in mano
ed in tasca una quaglia
che ha la rima che tartaglia.
Mentre i cachi sono ancora duri
i pomodori sono belli maturi
così li mangio in una scodella
con cipolla e pimpinella
alla sera e uno spicchio d’aglio
che scaccia via ogni mio guaio.
Questa estate andai in Etruria
a mangiare un po’ d’anguria
e poi presi un apparecchio
per volare a Casalecchio
dove contento come un ragazzuolo
feci il bagno col mio usignolo.
In Piazzola andai a annusare
le cianfrusaglie da comprare
e lì vidi un vecchio compagno
che allenava un giovin ragno
per acchiappare mosche e zanzare
da ruminare come un vitello.
Di passaggio da Cento di Budrio
incontrai due bionde ingorde
una zoppa e l’altra guercia
la sottana tutta lercia
che masticavano grilli in griglia
poi ballavano la quadriglia.
Mio nipote aveva stima
di suo nonno in cerca di rima
e al computer io pestavo
giorno e notte, e mi sognavo
la goduria della Vittoria
per spassarmela con la Gloria.
Dopo caffè e una risciacquata
stamattina appena svegliato
– Siniscalco spezzato se n’è andato via! –
io, tra cronaca e poesia,
son dieci anni di “Funo in Festa”
che per un mese mi spacco la testa!
Vedrò certo un mucchio d’amici
che sarà un piacere stargli insieme:
Gianpaolo, “Faust” e bel Luigi
di vino berremo diciotto litri
poi ubriachi felici in barella
toc e dai la zirudella!

Sandro Sermenghi

La stella cometa

La cometa indica un punto
agli occhi del mondo sospesi
al mistero che affolla di Betlemme
le case e cuori adorna
di luccicanti fantasie d’avvento.
L’attesa nel cuore del mondo
accende una fiaccola dove
avvampa serrata la lotta
sul bastione per illustrare l’io,
cerca un gesto d’amore
tra maglie di confini
in questo campo
di virus perenni di soprusi
che parte dall’inizio del cammino
ed attraversa il mondo.
Questo indirizzo che supera il tempo
festeggia una vittoria
dove silenti brevità d’artieri
tendono gli sguardi crivellati
da strali di parole in questa nebbia
dove una mano tesa non si vede.

Giuseppe Stracuzzi

Sponda

Un luccicare liquido di ciglia
a cadersi dall’alto
e non ricompattarsi mai
vedi la macchia?
La buca nel cemento a forma di ragazza
in alto la persiana semiaperta
Vedi
è una storia arrotolata
una vittoria da dimenticare
a monito di passi
quando volare è già un peccato grave

al tribunale dei feriti lievi
non si fa distinzione
sia un treno che deraglia
o un confettino nella bomboniera
gli uditori
decidono del peso delle cose.
Chi ha smesso i suoi vestiti
ha denudato sassi
a far carambola
sul greto d’un biliardo.

Cristina Bove

Sospesi tra cielo e terra

Sfidano il loro corpo
Su distese di ghiacci
scrigni di segreti
di ere passate
di vite sconosciute
smarrite alla ricerca
di vie nuove
e della vittoria nel silenzio
delle alte vette inviolate
tra crepacci senza fine
trappole mortali
odono sibilare il vento
tra silenzi assordanti
spiriti avventurieri
che affrontano la cima
tra il bianco accecante della neve
e l’azzurro del cielo limpido
più vicini alle stelle
alla ricerca dell’anima

Gianna Faraon

Lettera ad una madre

(a quei ragazzi che, giusta o sbagliata,
fecero una scelta e pagarono con la vita
)

Adorata madre, altre mie non avrai.
Conservala con il ricordo che di me
invece terrai per sempre.
Per sempre porterai il dolore, per sempre,
oltre questa vita, porterò il rimorso.
Vorrei chiederti perdono per il tuo
soffrire che t’accompagna da quando
mi desti al mondo.
Ho creduto ad un ideale, alla mia giovane
follia, all’immortalità che da sempre
inganna con l’illusione della vittoria.
Scappai di notte, senza un tuo bacio,
senza la tua benedizione.
Al mattino,  piangente, stringesti al seno
la mia fotografia.
Presaga di un destino mortale
pregasti per me, per l’anima mia.
Mi hanno chiamato assassino,
ma non ho ucciso nessuno, madre mia.
Non festeggeremo la mia maggiore età,
ma la data è scritta su questi muri
insieme a quelle di chi prima di me
tornò a Dio.
Ho visto i volti dei miei nemici,
uguali al mio ancora glabro.
Nei loro occhi la stessa mia paura,
quella di morire.
Non odiarli, madre mia, basta l’odio
che mai avrei creduto di vedere.
In quei momenti dove gli uomini
di umano niente più hanno,
avrei voluto chiudermi tra le tue braccia
e liberare il mio pianto.
Nella camicia porto una margherita
colta in un prato assolato in un giorno
di tregua. Per pietà me l’hanno lasciata.
La porterò con me al muro
che aspetta il martire come una croce.
Quando sarà primavera, cogliene una,
mi avrai a te vicino.
Fatti baciare il volto da un raggio di sole.
sarà il mio eterno bacio, madre mia.

Claudio Pompi