Ritorno nell’anima

Pareti di stanze vuote e disadorne
dove eco di voci ancor si propaga,
luce che filtra da finestre socchiuse,
rumori di emozioni che restano fuori.

Ora come non mai odo i miei passi
in questo strano silenzio che pare
di esistenza conclusa senza ragione.

È come se il tempo si fosse fermato
dopo esser fuggito verso altra vita,
come se stanco fui di veder me stesso,
la mia ombra sempre uguale.

Accarezzo ora quelle bianche orme
sulle pareti graffiate, tracce di foto,
quadri di paesaggi vissuti, immagini
disperse di poesia che a fatica ricordo.

Bianco disegno di un mobile antico,
lì c’era il mio cuore, rifugio segreto
dei miei pensieri che lasciai e persi
lasciandoli morire d’abbandono

Colori sbiaditi di un tempo sereno,
per sempre perduto ed ora rimpianto,
rimorso per non aver capito e preso
quel che quel tempo mi aveva donato.

Vedo ora la mia ombra farsi più lunga
nel sole che impietoso su di me tramonta,
sfioro invano quel che non è più, scorre
piatta e senza pieghe sulle pareti vuote.

Esco tristemente da quella casa antica
che fu l’anima mia più bella.
l’ombra mia si contorce in giochi deformi
prima di darsi alla notte che rapida avanza.

Mi troverà in quest’anima di dolore colma,
piena di illusioni e di colpe che sono crepe,
piena di pesanti incertezze senza luce.

Claudio Pompi

Quando ti porto balocchi variopinti

Quando ti porto balocchi variopinti
bambino mio, comprendo perchè
ci son tanti colori
nelle nubi e nell’acqua,
e perchè i fiori
sono colorati tanto vagamente-
quando ti porto balocchi variopinti.

Quando canto per farti danzare,
bambino mio, comprendo perchè
nelle foglie c’è musica, e le onde
mandano il coro delle loro voci
fino al cuore della terra che ascolta-
quando canto per farti danzare.

Quando verso dolci nelle tue mani,
bambino mio, comprendo perchè
c’è il miele nei calici dei fiori,
perchè i frutti si riempiono in segreto
di tanti gradevoli succhi-
quando verso dolci nelle tue mani.

Quando ti bacio per farti sorridere,
amore mio, comprendo il perchè
della gioia che si spande dal cielo
nella luce del primo mattino,
della carezza del vento dell’estate
che mi scorta per tutte le membra-
quando ti bacio per farti sorridere.

CAMILLO SBARBARO

Vecchiezza

 
Assopito
nella evanescenza
di bucolici anfratti
prendeva a passi lenti
il panorama.
Gli occhi disciolti
nell’amena vista
offrivano ai pennelli
il desiderio
di scorrazzare sulla tavolozza
e incoravano il cuore 
a proseguire
lungo il rettilineo delle ore…
l’atonia spalmata
nelle braccia cadenti
e nelle gambe
diluiva la foga
di pupille,
del cappello ruzzato
sulla fronte
del fumo acceso
a ciglio delle labbra…
le due voci
scolpivano la sera su cuscino
un sorriso pietoso,
mentre dal cielo
piovono sempre
sassi di domani
sul capo
del presente ammutolito.

Giuseppe Stracuzzi

Era de maggio

Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria…e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe…
Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávamo a doje voce…
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce…
E diceva: “Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll’ore…
chisà quanno turnarraje!”
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose…
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá…
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.”

E só’ turnato e mo, comm’a na vota,
cantammo ‘nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ‘ammore vero no, nun vota vico…
De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje,
si t’allicuorde, ‘nnanz’a la funtana:
Ll’acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d’ammore nun se sana…

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
‘mmiez’a st’aria ‘mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: “Core, core!
core mio, turnato io só…
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuó!
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuó ”

SALVATORE DI GIACOMO

Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

Uomini come rane

Ho visto pareti dipinte dalla rabbia degli uomini
rondini allontanarsi per il fuoco che bruciava l’aria
ho visto prati annullati dalla cupidigia di alcuni
quando ne avevano bisogno i bambini

Mi sono iscritto all’albo di quelli che protestano
ma volevano troppi soldi  per la tessera di socio
ed allora  mi son convinto che in questo paese
è meglio vivere con poco, possibilmente a zero spese

Ho ascoltato le voci arroganti dei Grandi
la terra globalizzata per gli interessi di tanti meschini
Me ne è rimasta impressa una, unica e ancora sola,
che è quella universale del Mahatma Ghandhi

Ho visto tutto quello che si può rivedere
e mi sono accorto che come gamberi andiamo a ritroso
A questa età sto ancora attento ai problemi veri
e, credimi, a volte non riposo

Non so neppure perché ne sto scrivendo
forse perché non costa niente
Ho parlato con molti che la pensavano come me
ma dopo a casa ognuno dormiva e si pentiva

Non sono abituato alle meraviglie
nulla mi stupisce e non da ora
se non l’indifferenza che premia gli stolti,
gli arrivati, gli stupidi e i manigoldi

A me, a te, a noi non resta che guardare
in questi giardini, finti di ricchezza
Continuiamo pure ad ascoltare voci della miseria umana
che ci sembreranno come sempre, ahimè!, quelle di una rana!

Gavino Puggioni

Desideri

Mi sono caduto addosso
con tutta la rabbia dentro
scavando gallerie nel deserto
e tanta voglia di te.

Adesso che lascio impronte
delebili
vorrei essere oltre l’orizzonte
a volare distanze bianche.

Solcare mari agitati
lasciando segni
indelebili
dei miei sogni incompiuti.

Sentire salire le voci
come fantasmi dal fondo
e scimmie aggrappate alla spalla
come pappagalli eterni.

E poi stendermi al sole
per cercare le stelle
strappate
dai ricordi di una notte.

Riprendo il cammino
rotolando sulle ginocchia
fino a sfondare il muro
dell’incomprensione.

Lorenzo Poggi

Suggestione

È sera e sono in ascolto, l’ora tarda
aiuta le voci di cuori giovani che vagano intorno
Con lenti passi s’accostano fra loro
Avvicinano i loro visi e sento
i loro cuori cantare versi d’amore
Mi siedo e li osservo;
essi passeggiano vanno e vengono

Il mio tempo scorre lentamente
Tutto il resto tace,
case silenziose fanno da contorno, le foglie
non stormiscono, il fiume è immobile
La luna appare improvvisa
Illumina creando ombre suggestive
modificando l’intorno.

Ho occhi pesanti di sonno
ma irrequieto ed impaziente
accendo la lampada della mia anima
Illumino la via che mi conduce a te
Corro come pazzo verso
l’immagine del mio desiderio

Ti afferro saldamente,
ma tu mi eludi mi allontani
la splendida visione fugge via,
la luna piena si accomiata
ed io allora canto
perché questo amore
è semplice come una canzone.

Marcello Plavier

Niente per me

 
Milioni di stelle
e non ne conosco il nome,
milioni di baci in un minuto
nel mondo e non hanno sapore
per me, niente per me.
Milioni di uomini
ai quali puoi contare le ossa,
milioni di stimmate
che sanguinano  continuamente,
nel silenzio, sconsacrate,
niente per me nel silenzio che vorrei intorno,
troppe voci che non riconosco
e volti che non mi sorridono.
Milioni di parole che si scompongono
e ricompongono sotto i miei occhi
e niente per me che taccio
per non mentire
dicendo “t’amo”
a chi non vuole sentire.
Milioni di vie d’uscita,
di leggi da raggirare
ma non per me,
niente per me che pure
giro in tondo e non mi sto trovando,
per me che cerco solo un re
per uno scacco matto a me.

Maria Attanasio

Published in: on gennaio 6, 2012 at 07:06  Comments (9)  
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Filamenti

Stringe il sorriso
dietro le grate di ferro
come l’urlo di un bambino
in poco spazio.
Perché si sa che i bimbi
ne hanno bisogno
e molto,
per non sentirsi prigionieri
in erba.
Le gabbie degli adulti
non hanno fondamento
a volte,
e sopprimono le voci
degli impulsi,
a freddo.
Così si strozza
il gusto
sullo smalto bianco,
ogni volata un fermo:

e si filano fibre sottobanco.

Beatrice Zanini