Musica e “pignate”

In mezzo alla passione
metto sempre
musica e padelle:
entrambe lasciano ascoltare
i gusti prima del loro sapore:
in bocca abitano
spessori che fuggono
nella digestione d’un bel ricordo.

Ora son sempre di fretta
da qui
al momento d’un successivo
farmi avanti nelle eccezioni
che ancora non conosco.
Mi ripeto in default o coscienza
questo ancora non lo so
se non quando tra le mani
m’accorgo d’aver un capello bianco.

Torno tra i sogni miei,
tra le canzoni ascoltate mille volte
_o forse più
mentre nell’ ubriachezza del ricordo degustato
riaffiora quel profumo di seta
scioltosi nella pettinatura demodé,
ma non ha importanza più:
la vita sa fermarsi anche così…

Glò

Settembre 2004

Quante volte mi sono chiesto cosa cercavo in questo mondo
Eri forse tu la mia macchina dei sogni
Ho voluto crederci ho conservato intatti i miei sogni
E la mia speranza come una luce che illuminava le mie notti insonni
La mia mente fragile non voleva capire vedere sentire
Ogni vita come nelle fiabe ha una fine
Questa era la mia fiaba ed il nulla la mia fine
Resta un sordo ronzio ad accettare l’ultimo comando
Lui ubbidiente spietato eseguirà impassibile
Cercando soltanto la conferma di un addio

Marcello Plavier

Published in: on giugno 15, 2012 at 07:14  Comments (1)  
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Incisioni per le stelle

 
Graffiti
per le stelle
tinti a luce di sole
non so dove ho messo la matita
redigerò due righe per spiegare la mia vita
passata a guardar tutte le volte e la mia donna perfetta
… storia cinica la mia storia
a sfilar vestiti dalle donne disegnate coi rossi delle rose
come musiche agli spartiti …
ma il pagliaccio balla quando lo paghi …
hai una stanza da prestarmi dove incidere di luce
lo spazio delle stelle?

Enrico Tartagni

Published in: on giugno 13, 2012 at 07:06  Comments (2)  
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Da mille parti mi saetta amore

Da mille parte mi saetta Amore,
Accompagnato da crudel Fortuna,
Onde in un’ ora sento mille morte
Et mille volte surge l’ afflicta alma;
La qual, tirata da un van disio,
Vive e mor come piace a chi la regge.
Et se gli havien talor che chi la regge
Non si disdegni a ubidire Amore
E governar si lascia dal disio,
Allor con prosper vento vien Fortuna;
Libero diemmi e sciolto el mio disio,
Tu mi puo’ ben qualche anno affrectar morte,
Ma non disciormi onde mi legò Amore.
Non mi sciorrà d’ Amor giammai Fortuna,
Né mai per morte cangerassi l’ alma,
Se dopo le’ el disio per sé si regge.

LORENZO DE’ MEDICI

Published in: on giugno 4, 2012 at 07:39  Comments (2)  
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Aspettavo le rane

 
Stavo ferma: aspettavo le rane.
Ai piedi del salice fra le sue radici
c’era in certe stagioni una pozza d’acqua.
Mi sedevo o il più delle volte stavo accucciata
come poi ho visto in video fare alle persone africane
le donne mentre fanno i lavori o altri elementi
di popoli “primitivi”, come fanno a volte i bambini.
Stavo lì fra la terra un po’ polverosa,
oltre il confine dell’erba, e gli andamenti contorti
e misteriosi dei legni delle radici
che si allungavano si immergevano nella terra
e qua e là riaffioravano.
Osservavo il pelo liscio dell’acqua
Sapevo che ogni rumore ogni minimo
movimento le avrebbe messe in allarme.
Rimanevo immobile.

azzurrabianca

[In penombra]

Mi chiedo, a volte,
quante sono le volte
che volteggiamo intorno
a delle note che sanno imprimere
notevoli cambiamenti direzionali
… aprendo vita a mani, a verità
di cui solo ne scaviamo
arcobaleno d’esistenza nell’ascoltare
ciò che ci succede
DAVVERO
non solo dentro.
Nel profondo.

L’umiltà
non è un pregio che sanno
interpretare in molti.

Passano le ore
senza redenzione
verso noi stessi
cancellando impronte
di chi sa esistere in noi
senza che ce ne accorgiamo.

Glò

Published in: on febbraio 2, 2012 at 07:24  Comments (6)  
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Lunalago

M’avevan detto che c’era.
Vagava il mio sguardo
ma non la vedeva.

Eppure è soltanto lei una,
a tutti si mostra,
ed incanta.

Con me a nascondino giocava
e dietro quel monte oscurava.

Con tempo inclemente
più volte
cercai quel bagliore d’opale.

Alfin dopo più tentativi
la scorsi salire,
lungo i declivi.

Fu un balzo
e la vidi splendente
passar sopra i tetti d’argento.

Sandra Greggio

Published in: on gennaio 20, 2012 at 07:16  Comments (10)  
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Amo

Amo la libertà
di scelta
di decisione, d’intuizione
Amo l’ identità
Amo la giustizia
Amo l’amicizia

Amo quando bussa sera
lucerna della luna
Amo l’orizzonte
dove si fa fonte
viva
l’anima
sgorgo di salvezza

Amo tenerezza
gentilezza
i miei intensi sensi
Amo amori densi
Cuori
immensi

Amo
virtù verità
Amo dignità
sobrietà nei sorrisi

Amo fiordalisi
nelle sfaccettature
Amo vite dure
mani callose
giardini di rose

Amo finezza
Amo stoltezza
Amo il sacco pieno e
quello vuoto
Amo il moto e nuoto
amando.
(scusate se ho scritto “Amo” troppe volte
questa è la mia sorte…)

Aurelia Tieghi

Filamenti

Stringe il sorriso
dietro le grate di ferro
come l’urlo di un bambino
in poco spazio.
Perché si sa che i bimbi
ne hanno bisogno
e molto,
per non sentirsi prigionieri
in erba.
Le gabbie degli adulti
non hanno fondamento
a volte,
e sopprimono le voci
degli impulsi,
a freddo.
Così si strozza
il gusto
sullo smalto bianco,
ogni volata un fermo:

e si filano fibre sottobanco.

Beatrice Zanini

Una forgia e una falce

A FORGE, AND A SCYTHE

One minute I had the windows open
and the sun was out. Warm breezes
blew through the room.
(I remarked on this in a letter.)
Then, while I watched, it grew dark.
The water began whitecapping.
All the sport-fishing boats turned
and headed in, a little fleet.
Those wind-chimes on the porch
blew down. The tops of our trees shook.
The stove pipe squeaked and rattled
around in its moorings.
I said, “A forge, and a scythe.”
I talk to myself like this.
Saying the names of things –
capstan, hawser, loam, leaf, furnace.
Your face, your mouth, your shoulder
inconceivable to me now!
Where did they go? It’s like
I dreamed them. The stones we brought
home from the beach lie face up
on the windowsill, cooling.
Come home. Do you hear?
My lungs are thick with the smoke
of your absence.

§

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. Le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

RAYMOND CARVER