Le stagioni umane

THE HUMAN SEASONS

Four Seasons fill the measure of the year;
There are four seasons in the mind of man:
He has his lusty Spring, when fancy clear
Takes in all beauty with an easy span:
He has his Summer, when luxuriously
Spring’s honey’d cud of youthful thought he loves
To ruminate, and by such dreaming high
Is nearest unto heaven: quiet coves
His soul has in its Autumn, when his wings
He furleth close; contented so to look
On mists in idleness—to let fair things
Pass by unheeded as a threshold brook.
He has his Winter too of pale misfeature,
Or else he would forego his mortal nature.

§

Quattro stagioni fanno intero l’anno,
quattro stagioni ha l’animo dell’uomo.
Egli ha la sua robusta Primavera
quando coglie l’ingenua fantasia
ad aprire di mano ogni bellezza;

ha la sua Estate quando ruminare
il boccone di miel primaverile
del giovine pensiero ama perduto
di voluttà, e così fantasticando,
quanto gli è dato approssimarsi al cielo;

e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno
quando ripiega strettamente le ali
pago di star così a contemplare
oziando le nebbie, di lasciare
le cose belle inavvertite lungi
passare come sulla soglia un rivo.

Anche ha il suo Inverno di sfiguramento
pallido, sennò forza gli sarebbe
rinunciare alla sua mortal natura.

JOHN KEATS

I solitari

LES SOLITAIRES

Ceux-là dont les manteaux ont des plis de linceuls
Goûtent la volupté divine d’être seuls.

Leur sagesse a pitié de l’ivresse des couples,
De l’étreinte des mains, des pas aux rythmes souples.

Ceux dont le front se cache en l’ombre des linceuls
Savent la volupté divine d’être seuls.

Ils contemplent l’aurore et l’aspect de la vie
Sans horreur, et plus d’un qui les plaint les envie.

Ceux qui cherchent la paix du soir et des linceuls
Connaissent la terrible ivresse d’être seuls.

Ce sont les bien-aimés du soir et du mystère.
Ils écoutent germer les roses sous la terre

Et perçoivent l’écho des couleurs, le reflet
Des sons… Leur atmosphère est d’un gris violet.

Ils goûtent la saveur du vent et des ténèbres,
Et leurs yeux sont plus beaux que des torches funèbres.

§

Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari

provano la voluttà divina di essere solitari.

La loro castità ha pena dell’ebbrezza delle coppie

della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.

Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari

sanno la voluttà divina di essere solitari.

Contemplano l’aurora e l’aspetto della vita

senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.

Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari

conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.

Sono i beneamati della sera e del mistero.

Ascoltano nascere le rose sottoterra

e percepiscono l’eco dei colori, il riflesso

dei suoni…Si muovono in un’atmosfera grigio-viola.

Gustano il sapore del vento e della notte,

hanno occhi più belli delle torce funerarie.

RENÉE VIVIEN

L’amante

Nebbia, morbida sei, che quasi
parmi di carezzarti con la mano.
A me ti stringi, m’avviluppi
quasi impalpabile amante, lieve,
col respiro breve, sento tremare
quel bacio freddo strano. Con acre
voluttà, guardo nel grigio opale
del tuo bel corpo andando oltre
al tuo opacotorbido bagliore,
per questa ipocrisìa losca e sinistra.
Tormentato da subdoli pensieri,
ambigui e foschi, vorrei vederti
vaporar lontano. Vinta, distrutta, doma.

Rapido giunge all’improvviso il vento,
quasi ciclone turbine. Una brillanza
improvvida: un tetto sporge e disegna
una sagoma nera nel cielo. Un cane dorme.
Silenzio. Un guizzo rossastro e un tuono
squarcia la notte orrenda. Nel plumbeo
deserto animato dal rotto ansimar
della pioggia furente, il cane guaisce.
Un attimo: il cielo s’infiamma,
improvviso, l’intenso bagliore. Uno schianto.
La terra, la pavida terra che trema.
Più il lampo non sfreccia, non rompe
la tenebra immane. Nel cupo scrosciare
c’è il cane, barbaglio terrore negli occhi,
che fugge. Ululando.

Paolo Santangelo

Bianchi ed inchiostri


Ed anche quest’anno il drago Astrellini
ci ha ordinato di scriver l’ottava
così son gito a comprare pennini
mentre la mente mi si riscaldava:
poi ho cominciato a metter vicini
bianchi ed inchiostri con gran voluttà: va
ovunque ascoltato il nostro istruttore
giacché ci riempie di lirica il cuore!
E mentre faccio uno studio accanito
vengo a conoscere il mio idioletto
bernesco stil rincorrente l’ambito
successo: un comporre ancora imperfetto
che fra un’apostrofe ed un “Infinito”
cerca strada per salire sul set: toh
ecco là Mery Astar Treppi e Giuliano
eroticamente con penna in mano!
E il pensiero se ne va fatalmente
allo spettacolo dell’anno scorso
che ci vide declamar con mordente:
non vogliam vendere la pelle dell’orso
ma sarà certo una sera gaudente
che accenderà rossa fiamma nei cor: so
è certo che lasceremo l’evento
leggeri e pronti per il firmamento!

Sandro Sermenghi

(N.d.r.:   non so come andrà quest’anno, ma il premio Navile per la Poesia del 1993 fu vinto dal libro che compare nell’illustrazione in alto… se aguzzate la vista vedrete di chi si tratta…)

Amore e Psiche

Rosa spina, o rosa spina…
baci caldi e profumati
lunghi gli abbracci e drappi
d’Amore, parlavano al fiore rosso
lui ti adorava, mano alla bocca con l’indice sul pollice disteso
venere nuova, fiorita tra petali sciolti!
Psiche, come ti avessero tessuta e ricamata con la seta dei bachi
come ti avessero accarezzata quando si carezza l’erba alta…
sei al tempio, finalmente assopita, nutrita di rugiada
dal soffitto tocchi lievi di farfalla
e lungo le pareti hai bianchi gelsi dai frutti carnosi
arrampicati sulla voluttà.

Aurelia Tieghi