Perle

Un giorno penserai
di aver sprecato tempo-
quando saprai
che le tue perle
han fatto sazi i porci-
allora non ti aspettare nulla
dalla zolla
i tuoi frutti li troverai altrove

Anna Maria Guerrieri

Published in: on aprile 10, 2012 at 07:13  Comments (3)  
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Madre – Terra

 
sento ogni goccia
ogni passo
trafitta
di zolla in zolla
.
nel ventre atavico
pulsa l’antica poesia
intreccia radici e germogli
nel canto di vita ed amore
.
canta nenie il vento
aspettando il disgelo
strappando sospiri
ai rami spogliati
.
e tu mio fiore
nel grembo di Terra
tendi l’orecchio
ascolta il mio cuore

astrofelia franca donà

Lettera di Capodanno

Dicono che repetita iuvant;
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

GESUALDO BUFALINO

Lasciatemi

 
O forse il glicine
di novembre scruta ?
.
Ci si porta, assenti,
sul ciglio della zolla
e gridiamo alle stoppie
che saranno.
E il grano…
Il grano ?!
.
Non mi farò urtare
dal cielo cupo
che pure morde il pane
nero e nero !
Non mi farò vestire
per andare oltre
questo miglio appena
che mi bacia il passo.
.
O forse, il glicine,
corteggia la calce spenta ?!
.
Lasciatemi la pelle, nuda !
Lasciatemi al pane duro
al tepore dell’urlo d’amore,
alle fiamme del poco
per inventare azzurri.

Stefano Lovecchio

Published in: on gennaio 28, 2012 at 06:59  Comments (5)  
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Il progetto

 
 
 
La sorella che aspetta
con la falce
la stagione della mietitura
non sunteggia
l’essenza di un pensiero,
il peso di un rimorso,
un sentimento…
nasconde i suoi programmi
dietro un velo
con la complicità
di tutti passeggeri al capolinea
perché nessuno
dell’altro campo
svela il suo cammino.
Un forestiero passa inosservato,
compie il ciclo
sotto gli occhi sereni
della folla,
il chicco seppellito nella zolla
spunta la testa
culmina man mano
nelle proficue spighe,
patisce il verso della molitura
compie la metamorfosi
e profuma
su desco apparecchiato
del progetto.

Giuseppe Stracuzzi

Hai un sangue, un respiro

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

CESARE PAVESE

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Nessun uomo è un’isola

No man is an island, entire of itself

every man is a piece of the continent, a part of the main

if a clod be washed away by the sea,

Europe is the less, as well as if a promontory were,

as well as if a manor of thy friends or of thine own were

any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind

and therefore never send to know for whom the bell tolls

it tolls for thee.

 §

Nessun uomo è un’isola,

intero in se stesso.

Ogni uomo è un pezzo del continente,

una parte della terra.

Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,

la terra ne è diminuita,

come se un promontorio fosse stato al suo posto,

o una magione amica o la tua stessa casa.

Ogni morte d’uomo mi diminusce,

perchè io partecipo all’Umanità.

E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:

Essa suona per te.

JOHN DONNE

Scorre lo sguardo

Scorre lo sguardo per colline e valli:
fiori insecchiti osserva e rami stinti,
la corsa lieve insegue dei cavalli
che nitriscono in coro nei recinti.

La folta criniera agita al vento,
la testa superba piega con fierezza,
scalpita, s’agita con dolce movimento
sotto lo zoccolo la dura zolla spezza.

La biada frange, l’umido occhio
spinge oltre la rete, la libertà pregusta
in folle corsa, come quando il cocchio
tira veloce sospinto dalla frusta.

Scorre lo sguardo e con lui si perde
aggrappato alla schiena sua ricurva,
galoppa tra le querce, in mezzo al verde,
i rami schiva, la fiera testa curva

scalpitando nei clivi maremmani
dove la pace regna e dove il cuore
trova rifugio nei silenti piani
senza più ansia, senza più dolore.

Salvatore Armando Santoro

Toni neutri

NEUTRAL TONES

We stood by a pond that winter day,

And the sun was white, as though chidden of God,

And a few leaves lay on the starving sod;

– They had fallen from an ash, and were gray.

Your eyes on me were as eyes that rove

Over tedious riddles of years ago;

And some words played between us to and fro

On which lost the more by our love.

The smile on your mouth was the deadest thing

Alive enough to have strength to die;

And a grin of bitterness swept thereby

Like an ominous bird a-wing….

Since then, keen lessons that love deceives,

And wrings with wrong, have shaped to me

Your face, and the God curst sun, and a tree,

And a pond edged with grayish leaves.

§

Sostammo presso un laghetto quel giorno d’inverno,

E il sole era bianco, come biasimato da Dio,

E sparse foglie giacevano sulla zolla affamata,

Cadute da un frassino, ed erano grige.

I tuoi occhi fissi sopra di me erano quali gli occhi che vagano

Su tediosi enigmi risolti anni addietro;

parole correvano tra noi su e giù,

Chiedevano chi, con il nostro amore, avesse perduto di più.

Il sorriso della tua bocca era la cosa più morta,

Vivo quel tanto che gli desse la forza di morire;

E una piega d’amarezza aleggiava su di esso

Quasi un uccello di sventura in volo…

Da allora, crude lezioni che amore inganna,

E strazia d’offese immeritate, hanno foggiato per me

La tua faccia, e il sole maledetto da Dio, e un albero,

E un laghetto orlato di foglie grigiastre.

THOMAS HARDY