Spezie

se
s’infiorassero di zucche
forse avrebbero sèguito, i poeti, che
anche nel frittomisto trovano le metafore.
al cuoco le barucche prese nel verso gusto
danno il colore giusto ad un risotto.
la poesia è uno sballo da contorno
ci vuole sale e un pizzico di pena
una manciata di memoria e
l’umano ricettario

Cristina Bove

A quest’ora morivo

‘Twas just this time, last year, I died.
I know I heard the Corn,
When I was carried by the Farms –
It had the Tassels on –

I thought how yellow it would look –
When Richard went to mill –
And then, I wanted to get out,
But something held my will.

I thought just how Red – Apples wedged
The Stubble’s joints between –
And Carts went stooping round the fields
To take the Pumpkins in –

I wondered which would miss me, least,
And when Thanksgiving, came,
If Father’d multiply the plates –
To make an even Sum –

And would it blur the Christmas glee
My Stocking hang too high
For any Santa Claus to reach
The altitude of me –

But this sort, grieved myself,
And so, I thought the other way,
How just this time, some perfect year –
Themself, should come to me –

§

A quest’ora morivo, l’anno scorso.
So che udivo il granturco,
Quando ero trasportata tra i poderi –
Aveva già i pennacchi –

Pensai come sarebbe parso giallo –
Nell’andare di Richard al mulino –
E allora, volli scendere,
Ma qualcosa bloccò il mio volere.

Pensai rosse – le mele incuneate
Nei solchi fra le stoppie –
Curvi i carri nei campi
Per raccoglier le zucche –

Mi chiesi a chi sarei mancata meno,
E se nel giorno del Ringraziamento,
Aumentato mio padre avrebbe i piatti –
Per pareggiar la somma –

E se avrebbe il Natale rattristato
La calza mia in su appesa troppo
Per lasciare arrivare Santa Claus
All’altezza di me –

Ma tutto questo, mi dava dolore,
Così, pensai altrove,
Come a quest’ora, in un anno perfetto –
Loro stessi, venuti a me sarebbero –

EMILY DICKINSON

Risveglio

Così ti ripasso la notte
agghindando
stagioni emigrate di stormi,
esiliati richiami smarriti.

Mezzo sogno in pugno
mezza in gola, io
intaglio zucche
vuote carrozze,
per la mia favola scalza.

Sguardo intarsiato
da mano d’artista, tu
telaio e tessuto
d’estatici arazzi.

E volo
manieri reali
da vivere e Inverni
sgelati da voci
di cori affiatati,
di risa e rincorse
stremate
di stanze infinite
lustrate
vetrate
sospese tra pezzi
acrobatici
e stive solari
di menti
e volute
in cantate
e bevute
di pinte, ricolme
intinte d’amore.

Di colpo mi desto.
Fuori è l’alba
o il tramonto, non so.

Ha il tuo volto
lucente il lampadario;
ti chiamo la voce smorza
tiretti vuoti. Ancora sogna
la mano, ti cerca.
Riappisolano gli occhi
e piano piano piove.
Tutto respira
il tuo ritmo

Flavio Zago