L’inverno

Il mese di Leneo, giorni da schifo, spellabuoi tutti quanti.
Dio ce ne scampi. E poi quelle gelate, rasoterra:
si fanno spietate quando Borea soffia di traverso
alla Tracia, pastura di cavalli, sul disteso mare,
e con la raffica l’inarca. Mugghiano la terra e la foresta.
Quante querce, aeree chiome, quanti densi pini
stende nei burroni alpestri, sul suolo che ci sfama,
piombando: è tutto un gran boato il bosco sconfinato.
S’intirizziscono le bestie, le code sotto i ventri,
anche quelle di vello peloso che fa ombra: le trapassa
coi soffi ghiacciati, anche se manto di lana le avvolge.
Trafigge perfino il cuoio del bue, che non fa barriera.
Trafigge la coltre di peli caprini. Ma le pecore no,
quelle no. Quel pelame è spesso, non lo forza
il vento del nord. Un vecchio l’incurva: una ruota!
Però non si fa strada fino alla ragazza pelle di velluto:
lei sta nel chiuso della casa, insieme a mamma sua,
e non sa niente, ancora, dell’amore che vale tanto oro,
si lava quella carne in fiore, se la spalma di fluente
olio, si mette giù, tra le coperte, nel cuore della casa,
mentre fuori è inverno….

ESIODO    (da “Le Opere e i giorni”)

Published in: on aprile 12, 2015 at 06:51  Comments (3)  

L’estate

Quando il cardo è in fiore, e la monotona cicala
persa nel fogliame spande il suo poema scabro,
denso, dalle ali, nei giorni dell’estate sonnolenta,
allora le capre sono in carne ed è perfetto il vino,
sensualissime le donne, i maschi senza forza
perchè la canicola ti secca muscoli e cervello,
la pelle inaridita dalla vampa. Che bellezza, allora,
l’ombra di una grotta, vino delle isole,
una focaccia con la panna, latte di libera capretta,
carne nostrana di vitella non coperta,
d’agnello appena nato, e bere vino acceso luccicante,
seduti in ombra, il cuore soddisfatto del mangiare,
la faccia esposta al venticello vivo.
E bere da una fonte chiara, azzurra, sempre fresca
tre porzioni d’acqua, la quarta di vinello!

ESIODO   (da “Le Opere e i giorni”)

Published in: on luglio 6, 2014 at 07:08  Comments (2)  

La primavera

Quando, dopo che il sole si è vòlto, sessanta

giorni invernali Zeus abbia compiuto, allora l’astro

di Arturo, lasciata la sacra corrente di Oceano,

tutto splendente si innalza al sorgere della sera;

di séguito a lui la Pandionide rondine, col pianto suo mattutino, si lancia

verso la luce della primavera che sorge di nuovo per gli uomini;

precedila allora e pota le viti; è la cosa migliore.

Ma quando colei che si porta addosso la casa dalla terra sale sui tronchi

fuggendo le Pleiadi, allora non è più tempo di zappare le viti,

ma affila le falci ed esorta gli schiavi;

fuggi gli ombrosi riposi e i sonni dell’alba,

nella stagione di mietere, quando il sole secca la pelle.

Allora datti da fare e porta a casa il raccolto,

al sorger dell’alba, affinché il vitto ti sia sufficiente.

L’alba infatti si prende la terza parte del lavoro del giorno,

l’alba fa procedere sulla via, fa progredire il lavoro,

l’alba, che al suo apparire mette in cammino

molti uomini, e su molti buoi pone il giogo.

ESIODO    (da “Le Opere e i giorni”)

Published in: on maggio 16, 2013 at 07:32  Comments (2)