A MAURIZIO

Maurizio2

(e a Cristina, sua moglie)

Chi può dire che non ti sia stato
negato il futuro dei frutti, che nel
passato dei tuoi sentimenti regalati
avevi seminato?
Chi può dire di quanto amore
ancora inespresso avresti potuto
arricchire il cuore di chi ti piange?
Chi può dire quanto il tuo animo
fosse in attesa di svelare
il mistero della fine?
Chi può dire quanto “il grande male”
t’abbia ferito, insultato nella dignità
prim’ancora di stroncarti
nell’ultimo respiro?
Chi può dire quale terminale pensiero
hai coltivato: se tenero, doloroso,
d’amore, di rabbia, rimpianto
o fors’anche d’ansiosa attesa
della conclusione del tormento?
Chi può dire quale fosse mai l’ultima
immagine che avresti volentieri,
per sempre, fissato sulla retina
del teneramente consolatorio
regalo di Nicholas?
Chi può dire quale e quanta polvere
le tue scarpe avrebbero raccolto
nei viaggi nel mondo reale e del
desiderio?
Io so chi può dirlo:
colei con la quale avevi spezzato il pane,
della quale riconoscevi il calore delle mani,
il passo, le ansie, le aspirazioni,
il fondo dei suoi occhi specchio dei tuoi
… il suo alito vitale.

Carlo Baldi

Merano, 5 maggio 2014

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Published in: on maggio 7, 2014 at 19:07  Comments (16)  

UNA STORIA COMUNE

Una scarpa cos’è? Se non un’ assenza da colmare, un’ aspettativa di pienezza, un vuoto in… attesa, spazio da riempire secondo un ordine certo: la scarpa, il piede, che se è il sinistro è quello del cuore e ovviamente, il di lui vestito, il calzino. Un alzatacco si potrebbe mettere, ma la mia è una storia comune e quindi…via, non ne parliamo! Comoda era la scarpa con tomaia di nappa, la più fine, e suola di schiuma di para con resilienza anatomicamente differenziata. E poi le stringhe intrecciate con arte, con arte fina, tal che alla trazione all’estremità duplice, corrispondesse regolare distribuzione di sforzo di chiusura lungo il dorso del piede. A chi verrebbe in mente di porci, a bella posta, per romper l’equilibrio, un… sassolino? … a me, proprio così! Gli è che dopo un primo periodo d’intenso feeling tra la scarpa ed il piede (per intanto miei entrambi, tenetelo a mente), il dialogo s’era via via fatto scipito, inconsistente, tanto che in epoche diverse,  avevano smesso di parlarsi. Provava lui, il piede, ad introdurre un tema, ma lei, la scarpa, così felicemente appagata della sua vita, calzata a pennello, se ne andava per la sua strada godendo della flessibilità per niente compromessa dal tempo. A volte era la scarpa che avrebbe preferito un percorso meno accidentato, anche se quel minimo di sconnessioni le procuravano la piacevolezza di un massaggio, e allora non valeva la pena di sprecare nemmeno un punto interrogativo per chiedere al piede di cercare altri percorsi. Di avere queste due appendici così mortalmente annoiate e noiose non mi garbava affatto, erano parte di me e disinteressarsene sarebbe stato colpevole, e in fin dei conti anche autolesionista. Vi ho anticipato l’intervento che avevo in mente di perseguire, del quale però voglio darvi i dettagli procedurali, le ragioni filosofiche e la conformazione fisica, particolareggiata, del sassolino. Partiamo dalla scelta di quest’ultimo, del sassolino. Avrebbe dovuto essere giustamente piccolo, in gran parte arrotondato, levigato, come un sasso di fiume, con una superficie satinata, vellutata, ma poi uno spigoletto conseguenza di una scheggiatura casuale, discretamente appuntito. Della colorazione non me ne sarei preoccupato. L’avrei messo lì fra la suoletta e il piede, in un punto qualsiasi, contando sul fatto che durante la deambulazione lui si sarebbe spostato, trovando ogni volta la posizione più opportuna se, con gli sfregamenti conseguenti, avesse acquisito vita propria, capacità di scelta, oppure se questo non fosse stato possibile, una posizione conseguente, in base ai vari parametri messi in gioco, sia dal movimento che dalla forma delle due interfacce: la suoletta e la pianta del piede, dita comprese. La ragione, che ho chiamato filosofica, esagerando senza dubbio, trattandosi di piede e di scarpa, è giustappunto quella di provocare in entrambi gli “attori” una reazione che sarebbe stata piacevole o meno, a seconda della posizione del sassolino, lungo quel 8 ½ ( misura inglese) di scarpa, ed anche in base alla rotazione che a lui stesso avrebbe avuto per proporre, all’un piede o all’altra, la scarpa, la parte liscia o puntuta. Furono stimolati indubbiamente entrambi, e senza riportare del tutto le loro espressioni, si sentirono prima strani suoni: mmnnh! Ohi! Siii! Perbacco! Ahi! Ancora! Hai ragione, non ci avevo pensato. Cara. Caro. Ma poi, la buona cultura, o senso della vita, di cui erano entrambi in possesso, fece scaturire anche considerazioni che con grande orgoglio, considerato che sono il legittimo proprietario, meglio portavoce, di entrambe quelle estremità, espressioni come:

-Quel sassolino è stato come il brillio sulla perla della “Ragazza con l’orecchino”: ha dato vita a quel volto-

-Mi ha costretto, dolcemente, ad alzare gli occhi ed accorgermi della luce nei tuoi-

-Finalmente ho trovato il coraggio di chiederti di non chiamarmi “passerotto” in presenza di estranei-

-Sediamoci, si fa per dire, e chiariamo le nostre posizioni, senza gridare, disponibili e tranquilli… –

-Qualche screzio rende la vita più vivace: giusto?! -Si amore-.

E poi… il piede, sfoderando la propria, modesta, cultura pittorica:

-Il “Cesto con frutta” di Caravaggio non sarebbe stato così straordinariamente bello se non avesse dipinto quelle bacature sulla buccia delle mele e la prospettiva del dipinto ne avrebbe sofferto se non avesse posto quel coltellino leggermente aggettante il bordo del tavolinetto…-

Soggiunge lei, non più scarpa ma “compagna”: – Possiamo ben dirlo caro, piccoli difetti ci rendono umani e suscettibili di migliorare… la perfezione è una gran noia!

Carlo Baldi

Published in: on aprile 22, 2014 at 07:41  Comments (7)  

PRIMAMORE

 
N’avevamo quindici e sulla via
che della seta ha il nome
io t’ho incontrato…
Il profumo di fragrante pane
ci veniva incontro
Di seta era il passo tuo breve
e veloce uno stropiccìo d’aria
muovevi intorno e ne coglievo
attento le vibrazioni
Di seta era lo sguardo tuo dritto
alla meta ma l’intorno non
perdevi attenta a quegli umori
che la gioventù dispensa
Di seta i biondi capelli trasparenti
al sole bianco del mattino
Di seta il vestitino a campana
di morbide pieghe arricchito e poi
le ballerine ai piedi che alla meta
dal destino segnata ti conducevano
Tutto era seta al mio ricordo che
ricordo forse non è
ma ne vale eccome il sapore dolce
l’odore l’immagine pregnante
e intensa
… ed io sognatore sognante t’ho
consegnato un sogno in uno sguardo
dritto al cuore ch’era pronto
a riceverlo
di gesti scandito questo sogno e d’atti
sosteniamo e curiamo da lunghe
primavere insieme

Carlo Baldi

Published in: on marzo 15, 2014 at 07:19  Comments (14)  

DAL DIARIO DI NONNO CARLO (II)

Dalila2

Dalila a 748 giorni di vita

Vale la pena, Dalila, ch’io ti racconti come, in un giorno di Giugno, m’hai sollevato teneramente, come può fare un prestigiatore con un foulard di seta, privato del peso corporeo e lasciato cadere in una mia antica galassia di sentimenti, ad affogare dolcemente.  Il fatto puro e semplice è che ti avevo preso in braccio, e t’eri sistemata sulle mie ginocchia per mangiare insieme uno yogurt naturale, il tuo, e al caffè, il mio. Un solo cucchiaino avevamo da dividerci… un paio di passaggi e hai avvertito che qualcosa cambiava in quello stare insieme così intimo. Hai sentito che il mio stringerti andava al di là della necessità del puro equilibrio. Devi aver sentito il calore del sentimento che esplode e ingoia in un unico momento. Devi aver sentito nel tuo piccolissimo cuore questo tuono, perché con uno sguardo torbido e fisso, disinibito e violento, dolce e risoluto, ti sei girata verso di me, m’hai circondato il collo con un braccio morbidissimo, ma volitivo e autoritario, piegandomi, non ostacolata, la testa verso il tuo viso e poggiare la tua guancia alla mia. Cercare la confusione dei fiati e degli sguardi laterali. Il contatto umido della pelle –che alla fine non si capisce più dove cominci tu e dove finisco io-. Per qualche decina di secondi tutto questo, e poi mentre ancora mi tenevi  e con il braccio rinforzavi a volte la stretta per seguire gli impulsi dell’animo, l’altra mano impugnava il cucchiaino e svogliatamente, non era quello che ti interessava, un mezzo cucchiaino di yogurt a me e uno ugualmente importante a te.  Senza che te lo chiedessi, m’hai tenuto goffamente piegato su di te a lungo. Un’eternità. Hai fatto qualche commento sulla mia barba: io ho creduto di scusarmi con te perché la pelle non era così liscia come avrebbe dovuto essere per l’occasione… e tu a consolarmi: – è liscio nonno!- Bontà tua. E le tue manine mi accarezzavano le guance e sei venuta con gli occhi a due centimetri dai miei… e i nasi quasi si toccano e il fiato quasi è lo stesso, mescolato, denso di anidride carbonica che ci inebria e ci confonde.  Ci confonde. A lungo hai mantenuto il contatto con me, anche quando ci siamo spostati verso la roulotte del papà e della mamma, abbracciandomi a lungo, senza pudore, dividendo poi con me lo scranno sul quale m’ero andato a sedere.  Cara Dalila, mia cara nipote, ciò che ora leggi è scritto dentro di te. È scritto dentro di me.

Carlo Baldi

Published in: on gennaio 20, 2014 at 06:53  Comments (12)  

DAL DIARIO DI NONNO CARLO (I)

Dalila

Dalila a 374 giorni di vita

Con un pezzo di pane che tenevi saldamente in mano abbiamo “parlato” per molti minuti. Seduta sulle mie ginocchia ho sentito che prendevo più di quanto non riuscissi a dare: un calore inesauribile, il tuo, fragile e potente. Ho aspettato che muovessi le tue pedine… io in attesa di istruzioni. Con il pollice e l’indice uniti su briciole microscopiche, mi alimentavi: piccole dita che m’aprivano le labbra, indecise nel percorso e prepotenti nella volontà. Poi mi mostravi il pane dal quale le staccavi perché io potessi solo toccarlo. Tu lo serravi forte e a volte con morsi decisi prendevi la tua razione, più grande della mia perché, avrai pensato: -ai nonni basta poco per vivere!- Ad ogni briciola che mi davi, un discorso lungo e complicato: un cinguettio, un esercizio vocale in punta di labbra per spiegarmi le ragioni del perché a me e non ad altri. Per più di un attimo ho sentito la potenza di un amore esclusivo, egoistico… So però che se tu fossi solo mia, non saresti mia.

Carlo Baldi

Published in: on gennaio 5, 2014 at 07:45  Comments (16)