Sera

EVENING

Tender and young again, feminine, sky of the evening of summer is blushing.
Round, long and soft like a draped arm, sky of the evening over the poor city resting.
Spaces of cool blue are musing −
They will hold all our sadness, O spaces of cool blue.
O city, there lived in you once, O Manhattan, a man WALT WHITMAN.
Our hands are wasted already, perhaps; but enough for contribution to Beauty,
Enough for a great sadness, will be,
Evening of summer, evening of summer going to sleep
Over the purple bed, over the light flowers of the sunset.
Many other evenings have I in my hear − I have loved so much, so long and so well − don’t you remember cool blue spaces brooding?
I shall recall you,
I shall recall you if insanity comes and sits down and puts her hands in my hair.
Once I touched things with religion, once a girl loved me, once I used to go hiking with young folks over the Palisades,
Once I cried worthily.

§

Tenero e di nuovo giovane, femminile, il cielo della sera estiva arrossisce.
Tondo, lungo e soffice come un braccio avvolto, il cielo della sera sulla povera città che riposa.
Spazi di freddo blu meditano −
porteranno tutta la nostra tristezza, oh spazi di freddo blu.
Oh città, in te visse una volta, oh Manhattan, l’uomo Walt Whitman.
Le nostre mani sono già inutili, forse; ma basteranno per assistere la bellezza,
basteranno a una grande tristezza,
sera estiva, sera estiva che s’addormenta
sul letto purpureo, sopra i teneri fiori del tramonto.
Molte altre sere ho nel cuore − ho amato così tanto, tanto a lungo e così bene − non ricordate assorti spazi di freddo blu?
Vi penserò ancora,
vi penserò ancora se la follia mi siederà accanto passandomi le mani nei capelli.
Un tempo sfioravo religiosamente le cose, un tempo una ragazza mi amò, un tempo passeggiavo a lungo con i giovani sulle Palisades,
una volta piansi e ne valeva la pena.

EMANUEL CARNEVALI

Annunci
Published in: on ottobre 17, 2017 at 07:08  Comments (2)  

Gimnopedia

I – SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia
che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
sull’omero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco – ruggine e cenere – le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai più scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II – MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiù dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
– le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
più fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è più tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

GIORGOS SEFERIS

Published in: on ottobre 16, 2017 at 06:59  Lascia un commento  

La gronda

Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.

FRANCO FORTINI

Published in: on ottobre 15, 2017 at 07:44  Comments (3)  

Il grande gioco

DAS GROßE SPIEL

Noch sind die Sterne unsem Kicken da
und ziehen unbekümmert ihren Weg,
als wäre nichts geschehn. Und was geschah,
wurde von ihnen lächelnd übersehn.

Wurde von ihnen lächelnd überhört,
die Länder schwiegen und auch der es sah,
der Engel, kam nicht, schwang für uns kein Schwert.
Die Tode, sie nur standen uns sehr nah.

Wir nahmen jeden Tod in unsre Hand
und hielten: dm wie einen Talisman,
unsere Schatten zuckten auf der Wand
und nahmen immer andre Formen an.

Und irgendwo gab cs ein großes Land,
das dieses große Spiel mit uns erfand.

§

Le stelle sono ancora qui, ai nostri sguardi,
e seguono spensierate il loro cammino,
come se non fosse accaduto nulla. E ciò che accadde,
loro, sorridenti, finsero di non vederlo.

Loro finsero sorridendo di non udirlo,
i paesi tacquero ed anche chi vide tutto ciò,
l’angelo, non venne, non sguainò per noi spada alcuna.
Le morti, solo loro, ci furono molto vicine.

Prendemmo ogni morte nella nostra mano
e la portammo nel palmo come un talismano,
le nostre ombre guizzavano sulla parete
assumendo forme sempre diverse.

E in qualche luogo c’era un grande paese
che inventava con noi questo grande gioco.

ROSE AUSLÄNDER

Published in: on ottobre 14, 2017 at 07:49  Comments (2)  

In un paese d’infanzia

 

DANS UN PAYS D’ENFANCE

Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes
Dans une ville de battements de cœur morts
(De battements d’essor tout un berceur vacarme,
De battements d’ailes des oiseaux de la mort,
De clapotis d’ailes noires sur l’eau de mort).
Dans un passé hors du temps, malade de charme,
Le chers yeux de deuil de l’amour  brûlent encore
D’un doux feu de minéral roux, d’un triste charme;
Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes…
-Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Porquoi m’as tu souri dans la vielle lumière
Et porquoi, et comment m’avez-vous reaconnu
Etrange fille aux archangéliques paupières,
Aux riantes, bleuies, soupirantes paupières,
Lierre de nuit d’été sur la lune des pierres;
Et porquoi et comment, n’ayant jamais connu
Ni mon visage, ni mol deuil, ni la misère
Des jours, m’as-tu soudainement reconnu
Tiède, musicale, brumeuse, pâle, chère,
Pour qui mourir dans la nuit grande de tes paupières?
-Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Quels mots, quelles musiques terriblemts vielles
Frissonnent en moi de ta présence irréelle,
Sonbre colombe des jours loin, tiède, belle,
Quelles musiques en écho dans le sommeil?
Sous quels feuillages de solitude très vieille,
Dans quel silence, quelle mélodie ou quelle
Voix d’enfant malade vous retrouver, ô belle,
Ô chaste, ô musique entendue dans le sommeil?
-Mais le jour pleut sur le vide de tout.

§

In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime,
In una città di morti battiti di cuore
(Battiti dal frastuono cullante,
Battiti d’ala degli uccelli nunzi di morte,
Sciabordii d’ala nera sulle morte acque).
In un passato fuori dal tempo, in preda a sortilegio,
I cari occhi a lutto dell’amore ardono ancora
Di un fuoco lento di rosso minerale, di un triste sortilegio;
In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime…
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Perché mi hai sorriso nell’antica luce?
E perché, e come avete potuto riconoscermi
Voi strana ragazza dalle palpebre di arcangelo,
Dalle ridenti, illividite, sospiranti palpebre,
Edera di notte estiva sulla luna delle pietre?
E perché e come, non avendo mai conosciuto
Né il mio volto, né il mio lutto, né la miseria
Dei giorni, mi hai così di colpo riconosciuto
Tu mite, musicale, brumosa, pallida, cara,
Per la quale morire nella grande notte delle tue palpebre?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Quali parole, quali musiche terribilmente antiche
Fremono in me per la tua irreale presenza,
Cupa colomba dei giorni lontani, mite, bella,
Quali musiche ti fanno eco nel sonno?
Sotto quale fogliame di arcaica solitudine,
In quale silenzio, quale melodia o quale voce
Di bambino malato ritrovarvi, oh bella,
Oh casta, oh musica ascoltata nel sonno?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

 OSCAR VLADISLAS DE LUBICZ-MILOSZ

Published in: on ottobre 13, 2017 at 07:42  Comments (2)  

Alla sua donna

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla speme m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

GIACOMO LEOPARDI

Published in: on ottobre 12, 2017 at 07:06  Comments (3)  

Il recinto dei cervi

Nel solitario monte
non incontro nessuno,
non odo che l’eco
di voci umane.
Obliqui entrano i raggi
nel profondo del bosco,
il riflesso si leva
dal verde muschio.

Sul finire del giorno
appare freddo il monte.
Ma s’attarda ancora,
solitario, un viandante.
Nulla conosce
del segreto del bosco:
non resta
che la traccia del daino.

WANG WEI

Published in: on ottobre 11, 2017 at 06:54  Comments (2)  

Mattino

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

CESARE PAVESE

Published in: on ottobre 10, 2017 at 07:06  Comments (2)  

Affogata

AHOGADA

¡Su desnudez y el mar!Ya están, plenos, lo igual
con lo igual.
La esperaba,
desde siglos el agua,
para poner su cuerpo
solo en su trono inmenso.
Y ha sido aquí en Iberia.
La suave playa céltica
se la dio, cual jugando,
a la ola del verano.
(Así va la sonrisa
¡amor! a la alegría)
¡Sabedlo, marineros:
de nuevo es reina Venus!

§

La sua nudità ed il mare!
Stanno già, pieni, la cosa uguale
con la cosa uguale.
L’aspettava,
da secoli l’acqua,
per mettere il suo corpo
solo nel suo trono immenso.
Ed è stato qui in Iberia.
La soave spiaggia celtica
gliela concesse come giocando,
all’onda dell’estate.
(Così va il sorriso
amore! all’allegria)
Sappiatelo, marinai:
di nuovo è regina Venere!

JUAN RAMÒN JIMÈNEZ

Published in: on ottobre 9, 2017 at 07:01  Comments (3)  

Grodek

Am Abend tönen die herbstlichen Wälder
Von tödlichen Waffen, die goldnen Ebenen
Und blauen Seen, darüber die Sonne
Düstrer hinrollt; umfängt die Nacht
Sterbende Krieger, die wilde Klage
Ihrer zerbrochenen Münder.
Doch stille sammelt im Weidengrund
Rotes Gewölk, darin ein zürnender Gott wohnt
Das vergoßne Blut sich, mondne Kühle;
Alle Straßen münden in schwarze Verwesung.
Unter goldnem Gezweig der Nacht und Sternen
Es schwankt der Schwester Schatten durch den schweigenden Hain,
Zu grüßen die Geister der Helden, die blutenden Häupter;
Und leise tönen im Rohr die dunklen Flöten des Herbstes.
O stolzere Trauer! ihr ehernen Altäre
Die heiße Flamme des Geistes nährt heute ein gewaltiger Schmerz,
Die ungebornen Enkel.

§

D’armi mortali risuonano a sera
i boschi autunnali, i laghi azzurri,
le dorate pianure ove più fosco
rotola il sole: la notte avvolge
morenti guerrieri ed il lamento selvaggio
delle bocche spezzate.
Quieta nel folto dei salici s’aduna
una nuvola rossa: un dio adirato l’abita
Sparso nel fresco lunare il sangue,
tutte le strade riverse in nera putredine.
Sotto i notturni rami dorati dalle stelle ondeggia
l’ombra della sorella per il bosco silente,
saluta gli spiriti eroi, le teste di sangue;
e piano fra canne cupi risuonano i flauti d’autunno.
O più superbo lutto! I tuoi altari di bronzo.
Una rovente fiamma di spirito nutre oggi un dolore possente.
I nipoti non nati.

GEORG TRAKL

Published in: on ottobre 8, 2017 at 06:55  Comments (2)