Attesa

WAITING

Left off the highway and
down the hill. At the
bottom, hang another left.
Keep bearing left. The road
will make a Y. Left again.
There’s a creek on the left.
Keep going. Just before
the road ends, there’ll be
another road. Take it
and no other. Otherwise,
your life will be ruined
forever. There’s a log house
with a shake roof, on the left.
It’s not that house. It’s
the next house, just over
a rise. The house
where trees are laden with
fruit. Where phlox, forsythia,
and marigold grow. It’s
the house where the woman
stands in the doorway
wearing the sun in her hair. The one
who’s been waiting
all this time.
The woman who loves you.
The one who can say,
“What’s kept you?”

§

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. É quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. É quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

RAYMOND CARVER

Published in: on giugno 30, 2020 at 07:43  Lascia un commento  

Diarietto invecchiando

Tu, poesia, come serpe in letargo
tardi a destarti, quando siamo vecchi,
e non si sa se son sogni le gemme
che invece ributtano dal cuore secco,
e non si sa se anche questo non sia
già come l’ombra di un ramo fiorito:
o tu che fai compagnia all’età
che s’attarda e s’arrotola
freddolosa e incredula,
e che in desiderio e spavento
sei sempre più sola, poesia e patimento.

CARLO BETOCCHI

Published in: on giugno 29, 2020 at 07:47  Lascia un commento  

Sono di un prezioso rosa

Sono di un prezioso rosa,
più piccoli, forse, di semi di papavero.
Quando cadono a terra
i grandi fiori si aprono,
come se esplodessero dei fuochi d’artificio.
Che bello, che bello sarebbe,
se si versassero risate,
come si versano lacrime.

MISUZU KANEKO

Published in: on giugno 28, 2020 at 07:36  Comments (1)  

Questo caro sgomento

L’infanzia dalle lunghe calze nere
Logorate ai ginocchi sugli spigoli
Dei banchi, l’infanzia delle preghiere
Assonnate ogni sera, delle nere

Albe dei morti, della litania
Di zoccoli cristiani sul selciato,
L’infanzia che m’ha dato
Questo caro sgomento mio d’esistere…

GIOVANNI GIUDICI

Published in: on giugno 27, 2020 at 07:27  Lascia un commento  

Mozart

Mozart m’accompagnait.
Je parlais aux pivoines.
Les scarabées me racontaient leurs aventures dans l’au-delà.
Je relisais
Rilke et
Rimbaud.
En mon honneur, une colline organisait

la fonte de sa neige.
Il faisait frais dans l’âme comme au bord d’un ruisseau.
Je perdais l’habitude de protester contre la vie.
Une jument cherchait peut-être un dieu.
L’azur était docile

sous mes doigts nonchalants.
Je me trouvais durable, d’imiter le caillou, les frondaisons, l’écorce.
Pour moi la rue mettait sa robe de gala,

et j’en étais heureux.
Mon poème essuyait, sans que je l’en supplie, une à une ses larmes.
Mozart ne boudait plus.
J’oubliais ma vieillesse.

§

Mozart mi accompagnava. Parlavo alle peonie.
Gli scarabei mi raccontavano le loro avventure nell’aldilà.
Rileggevo Rilke e Rimbaud.
In mio onore una collina organizzava

il disgelo della sua neve. Faceva freddo nell’anima
come sulla riva di un ruscello. Perdevo l’abitudine
di protestare contro la vita. Una giumenta
cercava forse un dio. L’azzurro era mansueto

sotto le mie dita disinvolte. Ero duraturo,
imitavo il ciottolo, il fogliame, la corteccia.
Per me la strada si metteva il suo abito di gala,

e ne ero felice. La mia poesia si asciugava,
senza che la supplicassi, una a una le sue lacrime.
Mozart non aveva più il broncio. Io dimenticavo la mia vecchiaia.

ALAIN BOSQUET

Published in: on giugno 26, 2020 at 07:19  Lascia un commento  

Passeggiata francescana

Santo Francesco, un triste parmi udire

fischiar di serpi sotto gli arboscelli.

«Io non odo che il placido stormire

della pineta e l’inno degli uccelli».

Santo Francesco, vien per la silvestre

via, dallo stagno, un alito che pute.

«Io sento odor di timo e di ginestre;

io bevo aria di gioia e di salute».

Santo Francesco, qui si affonda, e ormai

vien la sera e siam lunge da le celle.

«Leva gli occhi dal fango, uomo, e vedrai

fiorire nei celesti orti le stelle».

 

VITTORIA AGANOOR POMPILJ

Published in: on giugno 25, 2020 at 07:14  Lascia un commento  

Seguo

MY WAY

My way is in the sand flowing
between the shingle and the dune
the summer rain rains on my life
on me my life harrying fleeing
to its beginning to tis end

my peace is there in the receding mist
when I may cease from trreading these long shifting thresholds
and live the space of a door
that opens and shuts

§

Seguo questo corso di sabbia che scorre tra i ciottoli e la duna
la pioggia d’estate piove sulla mia vita su me
la mia vita che mi sfugge mi insegue e finirà il giorno del suo inizio
caro istante ti vedo in questa tenda di bruma che indietreggia
dove non dovrò più calpestare quelle lunghe soglie mobili
e vivrò il tempo di una porta che si apre e si richiude.
.
SAMUEL BECKETT
Published in: on giugno 24, 2020 at 07:08  Lascia un commento  

Quasi un epigramma

Il contorsionista nel bar, melanconico

e zingaro, si alza di colpo

da un angolo e invita a un rapido

spettacolo. Si toglie la giacca

e nel maglione rosso curva la schiena

a rovescio e afferra come un cane

un fazzoletto sporco

con la bocca. Ripete per due volte

il ponte scamiciato e poi s’inchina

col suo piatto di plastica. Augura

con gli occhi di furetto

un bel colpo alla Sisal e scompare.

La civiltà dell’atomo è al suo vertice.

 

SALVATORE QUASIMODO

Published in: on giugno 23, 2020 at 07:01  Lascia un commento  

Happy New Year

Mira, no pido mucho,
solamente tu mano, tenerla
como un sapito que duerme así contento.
Necesito esa puerta que me dabas
para entrar a tu mundo, ese trocito
de azúcar verde, de redondo alegre.
¿No me prestás tu mano en esta noche
de fìn de año de lechuzas roncas?
No puedes, por razones técnicas. Entonces
la tramo en el aire, urdiendo cada dedo,
el durazno sedoso de la palma
y el dorso, ese país de azules árboles.
Así la tomo y la sostengo,
como si de ello dependiera
muchísimo del mundo,
la sucesión de las cuatro estaciones,
el canto de los gallos, el amor de los hombres.

§

Guarda, non chiedo molto,
solamente la tua mano, tenerla
come una piccola rana che così dorme contenta.
Io ho bisogno di questa porta che aprivi
perché vi entrassi, nel tuo mondo, questo pezzetto
di zucchero verde, di tonda allegria.
Non mi presti la mano questa notte
di fine d’anno, di civette rauche?
Tu per ragioni tecniche non puoi. Allora
io la tesso nell’aria, ordendo ogni dito,
e la pesca setosa della palma
e il dorso, questo paese d’alberi azzurri.
Così la prendo così la sostengo, come
se da ciò dipendesse
moltissimo del mondo,
il succedersi delle stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini.

JULIO CORTÀZAR

Published in: on giugno 22, 2020 at 06:53  Lascia un commento  

Mensa di periferia

Amo le mense operaie,
la loro intimità non ricercata,
dove le forti mani goffamente
traggono dalla giacca o dalla tuta
spiccioli e biglietti da tre rubli!
Amo entrare la sera in quel minuscolo
universo che brulica di vita,
dove il popolo autentico si affolla
allo sportello a vetri della cassa.
Qui le pareti spoglie d’ogni sfarzo
non posseggono affreschi né tappeti,
ma solo sciatte rose nei quadrati
dipinti da imbianchini non provetti:
Nei piatti vien portato il borsc 3 ardente,
fluttuano come l’afa i tagliolini,
ed i centesimi del resto ballano
dinanzi alla commessa del buffet.
Dopo essersi serviti allo sportello,
avidamente attaccano a mangiare,
ed i deboli cucchiai si incurvano
in mano alle ragazze dei sobborghi.-
Qui, volgendo l’una all’altra il viso,
assaggiando una semplice insalata,
seggono nei loro azzurri càmici
le venditrici di un vicino emporio.
Qui, con un’andatura sostenuta,
intimamente fiero di se stesso,
in un vestito che potrebbe stare
‘addosso ad un qualsiasi diplomatico,
con stivali di pelle rimboccata
ed un bel rosso in viso per riserva,
sta entrando adesso un giovane operaio
d’una brigata che s’è fatta onore.
Gli adolescenti corrono qui in frotta,
palpitando di avida impazienza,
qui c’è odore di pane e di calcina,
àlito di metallo e di minestra.
Qui tutto è aperto, tutto è comprensibile,
tutto è contrassegnato dal lavoro,
tutti mi sono prossimi e simpatici, .
e non sorto superfluo in mezzo a loro.

JAROSLAV SMELJAKOV

Published in: on giugno 21, 2020 at 07:41  Lascia un commento