Nelle città straniere

Nelle città straniere c’è una gioia sconosciuta,
la fredda felicità di un nuovo sguardo.
Gli intonaci gialli delle case, sui quali il sole
si arrampica come un agile ragno, esistono
ma non per me. Non per me furono costruiti
il municipio, il porto, il tribunale, la prigione.
Il mare scorre per la città con una marea
salata e allaga le verande e le cantine.
Al mercato i prismi delle mele, piramidi
che svettano per l’eternità di un pomeriggio.
E pure la sofferenza non è poi così
mia: il matto locale farfuglia
in una lingua straniera, e la disperazione
di una ragazza sola in un caffè è come
il frammento di una tela in un cupo museo.
Le grandi bandiere degli alberi si agitano
al vento così come nei luoghi
a noi noti, e lo stesso piombo fu cucito
negli orli di lenzuola, di sogni,
dell’immaginazione folle e senza casa.

ADAM ZAGAJEWSKI

Published in: on marzo 23, 2017 at 07:47  Lascia un commento  

Per non udire

Alle trombe, a tutte le trombe
Dissi fate più rumore.
E anche ai violini
Al tamburo e agli ottoni.

Per non udire amore,
Per non riudirlo
Fino all’orlo
Versai vino
E col vento mi coprii.

RAFFAELE CARRIERI

Published in: on marzo 22, 2017 at 07:31  Comments (3)  

Tra una moltitudine di automobili

Tra una moltitudine di automobili
tra migliaia di giacche vuote
appese fuori sui muri
una giovane donna sorrise
un triciclo passò carico di azalee
balenarono rossi i falli delle statue –
dunque non è impostura la poesia.

YIANNIS RITSOS

Published in: on marzo 21, 2017 at 07:17  Comments (1)  

Complice

CÓMPLICE

Todos necesitamos alguna vez un cómplice
alguien que nos ayude a usar el corazón
que nos espere ufano en los viejos desvanes
que desnude el pasado y desarme el dolor

prodigioso / sencillo / dueño de su silencio
alguien que esté en el barrio donde nacimos o
que por lo menos cargue nuestros remordimientos
hasta que la conciencia nos cuelgue su perdón

cómplice del trasmundo nos defiende del mundo
del sablazo del rayo y las llamas del sol
todos necesitamos alguna vez un cómplice
alguien que nos ayude a usar el corazón

§

Tutti abbiamo bisogno talora di un complice,
qualcuno che ci aiuti a usare il cuore.
Che ci aspetti orgoglioso nelle vecchie stanze,
che denudi il passato e disarmi il dolore.

Prodigioso/unico/padrone del suo silenzio.
Qualcuno rimasto nel quartiere dove nascemmo o
che perlomeno si accolli i nostri rimpianti
finché la coscienza non apponga il suo perdono.

Complice dell’immaginario ci difende dal mondo,
dalla sciabolata del raggio e dalle fiamme del sole.
Tutti abbiamo bisogno talora di un complice,
qualcuno che ci aiuti a usare il cuore.

MARIO BENEDETTI

Published in: on marzo 20, 2017 at 07:47  Comments (2)  

Io ardo

.
“Io ardo” dissi, e la risposta invano,
come ‘l gioco chiedea, lasso, cercai;
onde tutto quel giorno e l’altro andai
qual uom, ch’è fatto per gran doglia insano.
Poi che s’avide, ch’io potea lontano
esser da quel penser, più pia che mai
ver me volgendo de’ begli occhi i rai,
mi porse ignuda la sua bella mano.
Fredda era più che neve; né ‘n quel punto
scorsi il mio mal, tal di dolcezza velo
m’avea dinanzi ordito il mio desire.
Or ben mi trovo a duro passo giunto,
ché, s’i’ non erro, in quella guisa dire
volle Madonna a me, com’era un gelo
.
PIETRO BEMBO
Published in: on marzo 19, 2017 at 07:42  Comments (2)  

Ben lungi di qui

BIEN LOIN D’ICI

C’est ici la case sacrée
Où cette fille très-parée,
Tranquille et toujours préparée,

D’une main éventant ses seins,
Et son coude dans les coussins,
Écoute pleurer les bassins:

C’est la chambre de Dorothée.
— La brise et l’eau chantent au loin
Leur chanson de sanglots heurtée
Pour bercer cette enfant gâtée.

Du haut en bas, avec grand soin.
Sa peau délicate est frottée
D’huile odorante et de benjoin.
— Des fleurs se pâment dans un coin.

§

É la sacra capanna: qui la bella

fanciulla ricoperta d’ornamenti,
tranquilla, sempre pronta, con la mano
ventilandosi il seno, e sui cuscini,
il gomito posando, ascolta il pianto
delle fontane.
Di Dorotea è la camera: la brezza
e l’acqua le riportano da lungi
una canzone rotta da sighiozzi
che culla questa bimba viziata.
Dall’alto al basso, con estrema cura,
la delicata pelle è strofinata
con benzuino e olii profumati.
In un canto svaniscono dei fiori.
.
CHARLES BAUDELAIRE
Published in: on marzo 18, 2017 at 07:35  Comments (5)  

Risvegliarsi quando albeggia

Risvegliarsi quando albeggia
ché ti soffoca la gioia,
e dal tondo finestrino
contemplare l’onda verde,
o in pelliccia sopra il ponte
ascoltare nel maltempo
come battono i motori,
ed a nulla non pensare,
ma l’incontro presentendo
con colui ch’è la mia stella,
per il vento e per gli spruzzi
sempre più ringiovanire.

ANNA ANDREEVNA ACHMATOVA

Published in: on marzo 17, 2017 at 07:31  Comments (5)  

Non smetto mai per così dire di parlare di te eppure l’essenziale è presto detto

JE NE CESSE POUR AINSI DIRE PAS DE PARLER DE TOIET POURTANT J’EN AI TOUJOURS VITE FINI AVEC L’ESSENTIEL

Quand l’aube a montré ses griffes
Et qu’au premier versant boisé
Qui ne reflète que frissons
S’ouvre l’abîme des hauteurs

Quand ta robe s’ouvre à pic
Donnant le jour à ton corps tendre
Offrant tes seins lustrés soumis
Tes seins qui n’ont jamais lutté
Renoncules tigrées de plomb
Eclipses fatales au forts
Degrés d’hermine sacrifiée
Ou quand ton visage se trouble

Ce que j’aime dans ton visage c’est l’arrivée
D’une lampe ardente en plein jour.

§

Quando l’alba leva gli artigli
E al primo versante di selva
Tra riflessi di brividi
L’abisso delle vette s’apre

Quando a picco ti s’apre la veste
E dà alla luce il corpo tenero
E offre il seno lustrato docile
Seno che mai ha lottato
Ranuncoli tigrati di piombo
Eclissi fatali a chi è forte
Gradi di ermellino immolato
O quando in volto ti turbi

Quel che mi piace del tuo volto è l’apparire
D’un lume ardente in pieno giorno.

PAUL ÉLUARD

Published in: on marzo 16, 2017 at 07:32  Comments (4)  

Serenata a Gessica

gessica

I violini sotto i balconi del ghetto
acutamente ti chiamano, cuciono
ai tuoi piedi un damasco dogale:
tu da una fiaba mi lanci una rosa.

Gessica, ma le palme della sera
l’ingenua fronte bendarti
non senti ancora, e dai canali immensa
un’aquila di nuvole levarsi?

Addio, Gessica, addio, viso perduto:
già remota, con gesti di sonno
navighi un fiume d’aria
fra uno sterminio docile di fiori.

GESUALDO BUFALINO

Published in: on marzo 15, 2017 at 07:28  Comments (1)  

Elegia del ricordo impossibile

ELEGÍA DEL RECUERDO IMPOSIBLE

Qué no daría yo por la memoria
de una calle de tierra con tapias bajas
y de un alto jinete llenando el alba
(largo y raído el poncho)
en uno de los días de la llanura,
en un día sin fecha.
Qué no daría yo por la memoria
de mi madre mirando la mañana
en la estancia de Santa Irene,
sin saber que su nombre iba a ser Borges.
Qué no daría yo por la memoria
de haber combatido en Cepeda
y de haber visto a Estanislao del Campo
saludando la primer bala
con la alegría del coraje.
Qué no daría yo por la memoria
de un portón de quinta secreta
que mi padre empujaba cada noche
antes de perderse en el sueño
y que empujó por última vez
el 14 de febrero del 38.
Qué no daría yo por la memoria
de las barcas de Hengist,
zarpando de la arena de Dinamarca
para debelar una isla
que aún no era Inglaterra.
Qué no daría yo por la memoria
(la tuve y la he perdido)
de una tela de oro de Turner,
vasta como la música.
Qué no daría yo por la memoria
de haber oído a Sócrates
que, en la tarde de la cicuta,
examinó serenamente el problema
de la inmortalidad,
alternando los mitos y las razones
mientras la muerte azul iba subiendo
desde los pies ya fríos.
Qué no daría yo por la memoria
de que me hubieras dicho que me querías
y de no haber dormido hasta la aurora,
desgarrado y feliz.

§

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

JORGE LUIS BORGES

Published in: on marzo 14, 2017 at 07:16  Comments (3)